I gruppi pro-aborto contro Roberts, la Casa Bianca lo blinda

Usa, scontro sulla Corte Suprema.

Parte la campagna contro il prescelto di George W. Bush, la cui nomina dovrà essere ratificata dal Senato dopo l’estate.
Viene accusato di aver favorito, nella sua attività di giudice, i gruppi antiabortisti più violenti protegonisti degli attacchi alle cliniche

La battaglia è cominciata e stavolta Bush difficilmente potrà chiuderla con un colpo di mano.
Il suo nome per la Corte Suprema, quel John Roberts che strategicamente sposterà a destra – e per parecchi decenni – gli equilibri del massimo organo di garanzia americano, è infatti finito nel mirino delle associazioni pro-aborto. Che ieri hanno inaugurato una campagna in grande stile per convincere i senatori – che in ottobre dovranno pronunciarsi sulla sua nomina – a respingerla.

L’accusa è pesante: in qualità di giudice, Roberts avrebbe favorito con le sue sentenze i gruppi antiabortisti più violenti, protagonisti di attacchi alle cliniche dove si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza. Compresa la famigerata Operation Rescue, operazione salvezza, organizzazione fondata nella seconda metà degli anni Ottanta da Randall Terry, con l’obiettivo di ostacolare gli aborti, assediando le cliniche e intimidendo medici e infermieri. La Naral Pro-Choice America ha dunque preparato un video che in questi giorni verrà trasmesso dai network nazionali e locali, in cui si chiede ai senatori di fermare la corsa di Roberts. Lo spot ha per protagonista Emily Lyons, direttrice di una clinica di Birmingham, attaccata nel 1998 dagli antiabortisti. La donna, rimasta seriamente ferita da una bomba esplosa all’ingresso dell’istituto, si rivolge ai telespettatori per spiegare che «l’America non può permettere che con Roberts si affermi una giustizia la cui ideologia giustifica la violenza contro altri americani».

Pronta e netta la replica dell’amministrazione Bush che ha fatto quadrato intorno a colui che viene considerato una pedina fondamentale nella strategia repubblicana: «Queste accuse – si legge in un comunicato del portavoce della Casa Bianca Steve Schmidt – sono oltraggiosamente false».

La sistemazione di Roberts nei prestigiosi scranni della Corte Suprema, si annuncia dunque travagliata, almeno quanto il piratesco approdo di John Bolton alle Nazioni Unite in qualità di ambasciatore americano. In quel caso, esasperato dai reiterati no del Congresso, il presidente si è deciso a risolvere d’autorità l’imbarazzante impasse in cui era finita la sua amministrazione. Così, approfittando della pausa estiva dei legislatori, ha confermato la nomina e insediato il suo falco di fiducia al Palazzo di vetro. Quanto alle rimostranze del Congresso, si dovrà attendere lo scadere della legislatura – gennaio 2007 -, data in cui la nomina tornerà in ballo per la ratifica. Nel frattempo, Bolton è a tutti gli effetti il rappresentante americano alle Nazioni Unite.

Il 3 ottobre Roberts, devoto cattolico cinquantenne e attualmente giudice presso la Corte d’appello del distretto di Columbia – sempre su nomina della Casa Bianca – dovrà esordire nel nuovo incarico, al fianco degli altri otto giudici e in sostituzione della dimissionaria Sandra Day O’Connor, repubblicana e moderata. Bush spera di chiudere il caso prima che la Corte Suprema riapra i battenti, ma non sarà facile. Nonostante la pausa estiva, i senatori – che non hanno digerito la scorciatoia scelta dal presidente per la nomina all’Onu – stanno acquisendo materiale su Roberts e scavando sul suo passato.

Il punto è che le scoperte sono piuttosto contraddittorie tra loro. Per esempio, sul tema dell’aborto, tema peraltro centrale visto che la sentenza Roe versus Wade – su cui si basa negli Usa il diritto all’interruzione di gravidanza – è esplicitamente nel mirino della destra fondamentalista cristiana che ha votato per Bush. Quello che è agli atti, è un memorandum preparato nel 1990 – quando Roberts lavorava nel dipartimento Giustizia sotto Bush padre – in cui il giudice suggeriva alla Corte Suprema di rovesciare la sentenza del ’73. Accanto a questo, c’è la sua personale dichiarazione di intenti, messa nero su bianco durante un processo in corte d’appello nel 2003, in cui il giudice in pectore spiegava di considerare la Roe versus Wade «la legge del paese».

Personaggio difficile da inquadrare, Roberts. Molto prudente, diplomatico e furbo soprattutto, tanto che ieri il “Washington Post” si chiedeva, in un editoriale, chi fosse il vero Roberts. L’avvocato che per anni ha lavorato per le grandi corporation, il giudice che ha lavorato per un’interpretazione il meno estensiva possibili delle leggi sui diritti civili o quello che – come la Casa Bianca ha tenuto a far sapere – in Colorado ha difeso attivisti omosessuali? Di certo, non è un progressista, ma è comunque attento a non proporsi come un fanatico reazionario. Piuttosto come un “conservatore compassionevole”, un pragmatico o come un uomo d’ordine, di quelli che applicano la legge alla lettera e che alla lettera della legge si aggrappano per consolidare lo status quo.