I grandi processi del passato. Chi giudica gli inquirenti?

La storia è scritta dal potere. E’ un’affermazione banale. Meno scontato, però, è che per imporre la propria lettura del passato i potenti ricorrano spesso ai processi. Se esiste un meccanismo consolidato, una costante invariabile nel rapporto tra potere e individui, tra politica e società – la prima, alla costante ricerca di legittimazione e consenso, la seconda, invece, vista come l’incarnazione di spinte libertarie, anarchiche, destabilizzanti – questo meccanismo è proprio il processo. Socrate e Gesù, le donne inquisite come streghe nel secolo del Rinascimento e l’affare Dreyfus nel tardo ’800, i partigiani e gli eretici, Galileo e i giacobini napoletani, Giordano Bruno e Silvio Pellico, la storia è un serbatoio inesauribile di eroi e di vittime, diversi ma uguali, disposti tutti assieme in una sequenza di progressiva affermazione della libertà contrapposta a un potere sempre vacillante, sempre bisognoso di riaffermare la propria compattezza ideologica attraverso la repressione. Questa è stata l’idea di fondo che ha attraversato le quattro giornate di incontri, dibattiti, lezioni magistrali, mostre e proiezioni del FestivalStoria di Saluzzo e Savigliano, l’imponente iniziativa culturale ideata dallo storico Angelo d’Orsi che si è conclusa domenica.
Ma è proprio vero che tutti i processi – e perciò tutte le vittime e tutti i poteri – finiscono per assomigliarsi prima o poi fra loro? Non c’è il rischio di vedere tracimare dal passato una marmellata insipida che rende tutto uguale, i criminali nazisti processati a Norimberga e Andreotti, il grigio burocrate dell’Olocausto Eichmann e il re Luigi XVI ghigliottinato dai rivoluzionari francesi? Di queste cautele metodologiche si è parlato molto al festival. Va bene rileggere i grandi processi come la storia dell’oppressione del potere ai danni dell’individuo, va bene rintracciare nelle sentenze emesse sulla pelle dei grandi personaggi altrettante svolte nei sistemi di legittimazione ideologica dei potenti. Però c’è un momento in cui lo storico deve fermarsi a riflettere, prima che tutte le differenze vengano azzerate.

Innanzitutto, la storia non può essere letta solo con le categorie del diritto. Se così fosse – come hanno provato a spiegare gli storici convenuti al festival – processi come quelli celebrati contro i criminali nazisti a Norimberga sarebbero senz’altro da rigettare come gigantesche violazioni delle norme del diritto internazionali. Insomma, anche per quei processi dove sarebbe più semplice schierarsi a favore delle motivazioni politiche che li hanno ispirati, si creerebbero notevoli crisi di coscienza se ci limitasse a considerazioni giuridiche. Restiamo al caso di Norimberga. Allora, alla conclusione della guerra, le potenze vincitrici si attribuirono il diritto di ergersi a giudici dei vinti trascinando sul banco degli imputati alcuni dei capi nazisti. Per le norme di diritto internazionale era un’evidente distorsione. I più elementari principi di cultura giuridica avrebbero preteso una giuria composta da paesi neutrali e super partes. Ma era possibile comportarsi diversamente allora, in quel momento, nel mondo appena uscito dall’orrore di Auschwitz, dopo una guerra planetaria che aveva risparmiato pochissime nazioni? E, allora, il problema è se il diritto, da solo, sia sufficiente a render conto della storia o se, piuttosto, nei grandi eventi non abbiano peso anche altri fattori, i soggetti collettivi, le forze materiali, l’economia, le ideologie e via dicendo. Non sarà – per riprendere la provocazione di Pier Paolo Portinaro – che oggi giorno siamo tutti un po’ inclini a guardare al passato con un eccesso di “buonismo”? Dovremmo astenerci, allora, dallo scandalizzarci se in un epoca di drammi collettivi e di grandi rivolgimenti si scatenino, mescolati in varie proporzioni, guerre civili, processi in grande stile ed epurazioni? Per restare al caso di Norimberga era abbastanza legittimo che il mondo cercasse dopo Auschwitz la legittimazione di un nuovo ordine politico tenuto assieme dal collante culturale dell’antifascismo. Semmai, il limite di quel processo, come ha osservato lo storico svizzero Daniel Segesser, fu di favorire una lettura “personalistica” del nazismo perché portò alla sbarra solo i capi più in vista del regime hitleriano. Per dirla in maniera paradossale proprio l’istruttoria di Norimberga evitò che si procedesse a una denazificazione più profonda all’interno della società tedesca. Nell’esercito, nella classe dirigente, nell’amministrazione, non ci fu nessuna epurazione. Ma, si dirà, non si poteva processare un’intera nazione che al nazismo aveva aderito in maniera massiccia.

Altro caso controverso: il processo al criminale nazista Adolf Eichmann che i servizi segreti israeliani scovarono e rapirono in Argentina per sottoporlo a giudizio a Gerusalemme nel 1961 senza estradizione e in disprezzo delle norme internazionali – come sottolinea lo storico Gustavo Corni. La sentenza finale fu morte per impiccagione. Hannah Arendt fece scalpore – come ha spiegato la studiosa arendtiana Simona Forti – quando, da un’iniziale approvazione, criticò l’impianto del processo. Eichmann – scrisse nelle famose tesi della Banalità del male – non era un capo ma un ingranaggio del sistema, un piccolo borghese con l’ambizione di emergere, pronto a sfruttare le occasioni che gli si parassero innanzi. Non era né uno psicopatico né un uomo dotato di personalità spiccata. Eichmann è piuttosto un burocrate mediocre che obbedisce agli ordini, è un “organizzatore” dell’emigrazione degli ebrei – dice al processo – e, più tardi, un impiegato diligente che redige le tabelle degli orari dei treni che trasportano i deportati nei Lager. Un funzionario al quale sfugge il senso complessivo delle proprie azioni. Di fronte alla banalità del male, si interrogava Arendt, i processi possono qualcosa? La sua critica si allargava anche alla politica del leader Ben Gurion che, a suo avviso, utilizzò il processo per legittimare il giovane stato israeliano. Motivo in più perché l’avversione di Arendt per i processi le sarebbe costato una valanga di critiche. Lei, ebrea senza essere sionista, avvertiva il rischio delle patologie identitarie.