I giovani hanno capito

La grande manifestazione contro la precarietà di sabato 9 aprile ha segnato una novità assoluta nel nostro Paese: le precarie e i precari, ormai la maggior parte dei giovani in Italia, sono scesi in piazza per denunciare una condizione insostenibile, che da diversi anni non è solo una condizione di lavoro ma è diventata il nostro paradigma di vita e ha investito anche generazioni diverse tra loro.

Ormai ad essere precarie e precari non sono più solo le ragazze e i ragazzi con il contratto interinale: lo sono i ricercatori, spesso costretti a lasciare il nostro Paese per realizzarsi, lo sono le operaie e gli operai di Mirafiori e Pomigliano a cui Marchionne, con la copertura di Governo e Confindustria, ha tolto le garanzie del contratto collettivo nazionale e lo saranno le studentesse e gli studenti, in particolare dopo la riforma Gelmini che ha reso scuole e università luoghi escludenti e spesso non nelle condizioni di svolgere il ruolo a cui sarebbero chiamate dalla nostra Costituzione.
Il 9 aprile, dopo diversi mesi di dibattito pubblico incentrato unicamente sui comportamenti (assolutamente deplorevoli) di Berlusconi, gli occhi dell’opinione pubblica sono tornati ad essere puntati sulla condizione sociale, come era già successo sul finire dell’anno scorso, durante le mobilitazioni degli operai di Mirafiori e con l’imponente movimento studentesco.
Anche questa mobilitazione non è un momento sporadico e ha a che vedere con l’idea di futuro che immaginiamo – e che vorremmo costruire – per il nostro Paese: dobbiamo affermare con chiarezza che la strada imboccata negli ultimi vent’anni dai cantori del libero mercato, che a inizio anni 90 tessevano le lodi della stagione delle privatizzazioni, dell’abbattimento del welfare, che tanti estimatori ha avuto anche a sinistra, è drammaticamente fallita. Una strada che nel nostro Paese ha coinciso con il ventennio berlusconiano, che risulta interconnessa con l’imbarbarimento autoritario della nostra democrazia e che, proprio per questo, poche volte viene letta dal punto di vista dell’involuzione sociale.
E’ utile ricostruire le tappe di questo processo: nel 92-93 viene colpita la scala mobile con la giustificazione dell’abbattimento dell’inflazione, nel 95 il sistema pensionistico viene trasformato da retributivo in contributivo, sempre nel 95 viene abbattuto il divieto di intermediazione nel campo del lavoro (viene introdotto il lavoro interinale attraverso il pacchetto Treu), negli anni duemila si è tentato prima di colpire l’articolo 18, poi la precarietà è stata trasformata in norma (con la famigerata legge 30), e infine si tenta (è storia di questi giorni), dietro il paravento della crisi economica, di demolire il Contratto nazionale; accanto a tutto questo il sistema scolastico e universitario hanno subito colpi micidiali, l’ultimo dei quali è rappresentato dalla riforma Gelmini.
Siamo, dunque, se consideriamo il sostegno mediatico di cui ha goduto l’ubriacatura liberista, di fronte ad una presa di coscienza generazionale non scontata, che si deve tradurre in proposta politica, ed anche in linfa vitale per la sinistra politica e sociale.
Il primo compito che abbiamo di fronte è far irrompere il tema della precarietà e del dramma che vive la nostra generazione nello sciopero generale indetto per il 6 maggio dalla Cgil; il secondo, più di lungo periodo, è di rendere il comitato ‘Il nostro tempo è adesso’ il luogo permanente di incontro delle energie che si sono spese sino ad oggi, ed anche il propulsore di proposta politica per il cambiamento: abrogazione della Legge 30, anche come obiettivo simbolico oltre che sostanziale, un significativo intervento in senso redistributivo e costruzione di un nuovo welfare, progressivo e che non possa diventare il cavallo di Troia del lavoro nero, soprattutto nel mezzogiorno, è il terreno su cui aprire una discussione a 360 gradi, con partiti, associazioni, sindacati, inserita in una più ampia idea di Paese: a Marchionne, Confindustria e Berlusconi, che tagliano sui saperi, competono al ribasso sui salari e barattano il diritto al lavoro con la libertà di sciopero, dobbiamo contrapporre la società della conoscenza e dei diritti, non solo come scelta di campo, ma anche come l’unica strada possibile per un Paese come l’Italia, nel cuore della vecchia Europa, di reggere la concorrenza su scala mondiale. Proprio il binomio ‘saperi-diritti’ può accompagnarci nell’Italia di domani, dove Berlusconi forse non ci sarà, ma dove non deve rimanere neanche il precariato.