I “figli del vento”

Era la fine del 1999, un gruppo di compagni all’università di Roma era attivo da mesi nella contestazione all’aggressione imperialista della NATO alla Jugoslavia. Un compagno serbo ci accompagno’ al Casilino ‘700, che ospitava la piu’ grande concentrazione Rom dell’Europaoccidentale.
Nella nostra mente cominciarono a intersecarsi, a sovrapporsi due spazi: sotto la landa arida, desolata del Casilino ‘700 affioravano, come in una filigrana, i viali ordinati verdeggianti curati, i marmi e le fontane della Citta’ Universitaria.
La visita al campo innesco’ una riflessione collettiva e un dibattito aspro, che ci permisero di individuare il punto critico: ci rendemmo conto di quale mole di lavoro e quante centinaia di anni di violenza fossero stati necessari per cristallizzare e divaricare i due spazi, per coagulare una struttura mentale e una cultura che separano e contrappongono due dimensioni, due umanita’.
Non vi e’ nulla di naturale in questo processo: e’ una costruzione storica, un diaframma artificiale che impedisce la comunicazione e la mescolanza.
Riconoscemmo un paradigma, la metafora di un mondo fratturato, sofferente.
Una separatezza in cui nasce, si alimenta e riproduce il germe della guerra.
Accade dietro l’angolo di casa, la’ dove una teca asettica (dalla sagoma squadrata di un container) conserva l’archetipo del campo, del lager.
Ci risolvemmo a varcare la rete.
Si stava entrando nell’era del Grande Giubileo e delle gride papali.
”Via gli zingari dal centro”, un copione che si ripete dal tardo Medio Evo.
Anche quella era guerra, e non ci tirammo indietro.
In quell’occasione, non e’ con gli occhiali dell’antropologo che l’Universita’ e’ andata verso i campi.
Ci sosteneva un progetto politico, costruito e pensato insieme: studenti, migranti, rom, clandestini.
Un progetto nel quale l’universita’ si poneva al servizio di un’urgenza sociale, interveniva per alzare il tiro, per qualificare e risolvere il conflitto.
Si proponeva come luogo di confronto, organizzazione, resistenza; una filiera che opera per la ricomposizione di un linguaggio e per la sintesi, la rigenerazione del tessuto frammentato.
Con spirito partigiano, nelle aree che riuscivamo temporaneamente a liberare, il clandestino e l’intellettuale, lo zingaro e il militante s’incontravano per lavorare fianco a fianco.
Moni Ovadia, Erri De Luca, Marco Revelli sono scesi in piazza insieme a noi; la causa dei Rom si e’ raccordata con la lotta delle madri dei desaparecidos e l’universita’ ha gettato un ponte tra la via dei Gordiani e i barrios di Buenos Aires.
A Tor de’ Cenci siamo stati il granello che fece inceppare l’ingranaggio della pulizia etnica. A distanza di oltre due anni, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato il Governo Italiano e il Comune di Roma per quelle deportazioni: il Sindaco Veltroni avrebbe il dovere di portare alle vittime le scuse dell’amministrazione e completare l’opera di riparazione, sia pur tardiva e insufficiente, dei torti inflitti. Se non ci fosse stata l’ ”Universita’ di Rom”, la cosa sarebbe passata sotto silenzio. Invece c’eravamo, e c’era anche l’E.R.R.C. (European Roma Rights Center) che ha fornito il supporto legale, cosi’ oggi quella sentenza e’ storia, finalmente.
C’eravamo anche all’Arco di Travertino: un angolo di citta’ dove i moschetti dei carabinieri e le ruspe del Comune sono dovuti arretrare grazie all’intervento degli studenti, di tanti compagni, della gente del quartiere.
Era questa, l’altra faccia dell’ ”Universita’ di Rom”: l’ingresso del Rom, del migrante, dell’essere umano nel recinto della scienza; soggetto politico, non oggetto di studio o spunto per esibizioni folkloristiche e retoriche.
Dall’interno di una baracca si assume una prospettiva che permette di intravvedere un’altra universita’, nella quale il Rom e il migrante sono a casa propria e cio’ non appare strano, non ha il sapore dell’utopia o della provocazione: e’ la norma.
Ma se ripenso alla nostra esperienza, altre volte sto male, vedo la gente morire. Come Zivko, ucciso dalla baracca a quarant’anni.
Ucciso dagli opportunismi dell’amministrazione, e dai nostri errori.
Gia’, perche’ questo e’ l’altro aspetto, qui sta la durezza della faccenda: quando si affronta questo terreno ingrato, i tuoi errori, i tuoi ritardi li paghera’ qualcun altro, sulla propria pelle.
E’ difficile da sopportare.
Era un’idea seria, la nostra, ispirata alle intuizioni di un giovane comunista degli anni ’40, Pier Paolo Pasolini.
Si proponeva di ricostruire le linee di un discorso sulla frontiera, di ritrovare le radici di un impegno, di un’intenzione, di riportare alla memoria il ”Sogno di una cosa” – la giovinezza dimenticata e rimossa di una sinistra che oggi stenta a ritrovarsi.
Era un progetto complesso, impegnativo. Una bella responsabilita’.
E’ così che ho conosciuto i rom. E’ così che ho deciso di fare l’obiettore di coscienza con loro, quando è arrivata la chiamata per il servizio militare. E’ così che ancora oggi lavoro con i bambini del campo.
Negli anni ho visto le loro feste, i loro matrimoni, le loro gioie e i loro drammi.
Ho ascoltato i racconti di Miciu, che lavorava alla Zastava, la fabbrica di automobili distrutta dai bombardamenti all’uranio impoverito della NATO.
Mi sono commosso con le parole di Lazar, che avrà per sempre nella mente quel mattino a Kragujevac, nell’ottobre del 1941, quando arrivarono i nazisti e si salvo’ miracolosamente, mentre i suoi familiari venivano trucidati con altri 7.300 concittadini, rastrellati insieme a loro. Vorremmo che tutti potessero sapere ciò che gli capito’ quando faceva l’operaio a Brescia e fu condannato ad anni di carcere, per un furto di una bici che non aveva commesso. Erano i giorni del sequestro Moro; gli occhi si fanno lucidi e la voce vibra ancora per l’indignazione quando rievoca quell’episodio.
Ho sentito racconti di partigiani rom, durante l’occupazione nazista della ex Jugoslavia, unica occasione in secoli di storia in cui un popolo pacifico ha imbracciato le armi.
Certo, le tragedie di sessant’anni fa hanno una dimensione tale da rendere improponibile, se non offensivo, ogni raffronto diretto.
Questo non significa che non si possano indagare alcune analogie, simmetrie, e certe inquietanti ”affinita’ culturali”…
Oggi l’O.I.M. (”Organizzazione Internazionale per le Migrazioni”) e’ costretta ad abbandonare, per mancanza di fondi, il programma di sostegno ai rom dell’Europa centrale e orientale sopravvissuti
all’olocausto. 145.000 persone anziane che, ci informa l’O.I.M., sono destinate a morire letteralmente di fame e di freddo perche’ private del modesto sussidio (da 20 a 120 dollari al mese) di cui hanno usufruito finora, a titolo di riparazione per quanto hanno sofferto sessant’anni fa.
” (…) La caduta del comunismo e l’abbandono dello stato sociale che garantiva il lavoro, l’alloggio, il riscaldamento e l’assistenza sanitaria hanno colpito i rom con estrema durezza, in un’epoca che vede riemergere le discriminazioni, le ostilita’ e le violenze nei loro confronti …”.
E’ quello che sento ripetere a via dei Gordiani, dove e’ palpabile il rimpianto per l’atmosfera aperta e multiculturale della Yugoslavia degli anni sessanta, un paese in cui i rom non si sentivano discriminati, avevano le stesse possibilita’ di impiego, di istruzione, di carriera delle altre persone.

Oggi il dramma di un popolo, che è “nomade” perché da secoli fugge a persecuzioni e guerre, consiste nella cittadinanza negata.
Dragan, ad esempio, è nato a Busto Arsizio 29 anni fa.
E’ cresciuto in Italia insieme ai fratelli, di qualche anno piu’ grandi di lui.
Hanno frequentato le stesse scuole, vissuto nelle stesse citta’, tifato per le medesime squadre di calcio.
C’e’ un’unica differenza: i fratelli sono italiani, Dragan no.
Eh gia’, a un certo punto i cani da guardia della razza hanno cambiato le regole del gioco,
modificando le normative per accedere alla cittadinanza.
Dragan e’ rimasto fuori. Con lui, tutta una cordata: la moglie, il figlio… sempre in bilico fra
la condizione del clandestino e quella di chi, potendo esibire uno straccio di contratto di lavoro,
puo’ prendere sonno senza temere di risvegliarsi dietro le grate del C.P.T. di Ponte Galeria.
Un altro Dragan ha perso il lavoro per cercare il figlio.
Michel e’ un ragazzo dolce, simpatico, istruito. Ha diciotto anni, e’ nato e cresciuto a Roma.
Nemmeno lui ha avuto la cittadinanza. Sette mesi fa e’ arrivata la polizia e se l’e’ preso, per rimpatriarlo in Serbia.
”Rimpatriarlo”?
Spedire una persona in un paese che non ha mai visto, dove non conosce nessuno
e del quale non parla la lingua – si chiama ”rimpatrio” questo?
Mi pare un tema da proporre agli accademici universitari, quando tengono convegni sulla ”letteratura del dispatrio”. Ponte Galeria sarebbe una sede interessante per un seminario sull’argomento. Dragan si e’ precipitato dietro a Michel, quella mattina. E’ corso a Ponte Galeria, al Centro di Permanenza Temporanea per reclamare suo figlio. Non si e’ presentato al lavoro, e lo hanno licenziato. Adesso rischia di perdere il permesso di soggiorno.
Hanno trascinato a Ponte Galeria altri quattro ragazzi. Fra loro, Koleta e’ l’unica nata in Jugoslavia.
Nemmeno lei se l’aspettava: suo marito Nebojsha ha il permesso di soggiorno, e’ in dialisi, e Koleta si prende cura di lui. Vallo a spiegare al prefetto e al questore che un marito dializzato non si puo’ assistere per corrispondenza, da Belgrado o Kragujevac.
Altri tre giovanissimi deportati, Zuhki, Branko e Ghina, sono nati e cresciuti in Italia, come Michel.
Nemmeno a loro, come a Michel, e’ concesso di accedere al traguardo della cittadinanza. In questo paese democratico e profondamente cattolico (come dubitarne, in giorni come questi) le ”colpe” dei padri ricadono sui figli. Se papa’ si e’ distratto un istante, se non puo’ dimostrare di aver goduto del permesso di soggiorno per diciotto anni ininterrotti – da quando sei nato, affacciandoti al Belpaese, a quando hai raggiunto la maggiore eta’ – la cittadinanza te la puoi scordare. Di conseguenza, in questa terra di clandestini e sanatorie, decine di migliaia di ragazzi come Zuhki Branko e Ghina, sono invisibili per lo Stato. Fantasmi, cui e’ negato lo status di cittadini.
Eppure, un documento e’ indispensabile, altrimenti come ottieni la patente, la tessera sanitaria e (non sia mai) il permesso di soggiorno? E cosi’ Zuhki, Branko e Ghina hanno fatto il passaporto.
L’unico possibile: quello serbo, lo stesso dei genitori.
Errore. Ammesso che di errore si possa parlare, quando sei in condizione di scacco matto dalla nascita. Fatto sta che quel passaporto, rilasciato dall’ambasciata serba di Roma, ti da diritto a un posto letto per sessanta giorni a Ponte Galeria, dentro il Centro di Permanenza Temporanea,
e, a seguire, a un biglietto aereo di sola andata, con accompagnatore in divisa – destinazione Belgrado.
Branko lasciera’ a Roma sua moglie Zlata, italiana come lui (ma non per il nostro governo)
incinta di un bambino e madre di altri tre figli. Italiani anche loro, secondo gli insegnanti, per le assistenti sociali, per il pizzicarolo e il barista, perfino per i vigili urbani che lo scrivono sui verbali.
Per tutti insomma, tranne che per il nostro governo.
Saranno grandi, Cristina, Pamela e Michael, quando Branko li potra’ riabbracciare. Se vieni espulso, per DIECI ANNI non puoi rimettere piede in Italia – altrimenti finisci in galera.
Il loro destino si è consumato il 21 marzo 2005, primo blitz di primavera. Mentre caricavano i ragazzi sui cellulari, una zingara ha gridato: ”Perche’ li portate via? Sono nati qui, non hanno fatto niente di male. In Serbia non ci sono mai stati, non conoscono nessuno.”
”Facciamo quello che vogliamo”, le hanno risposto. E’ un assioma antico, inconfutabile. Un postulato su cui si regge il dispositivo che si riproduce al buio dei corridoi delle Questure, dove operano funzionari rigorosi e inflessibili, un tipo umano immune da cedimenti emotivi, da condizionamenti etici e sociali. ”Facciamo quello che vogliamo” – una lapidaria lezione di diritto costituzionale, impartita da un anonimo esponente delle forze dell’ordine, che in quattro parole, dicasi venticinque lettere, ci dimostra con chiarezza cartesiana che i rastrellamenti, le reclusioni nei Centri di Permanenza Temporanea, le deportazioni e le espulsioni, sono un’opportunita’ fantastica per rosicchiare ogni giorno, un pezzetto alla volta, quel po’ di liberta’ che ci rimane.
“Sei mai uscito dall’Italia?”, ho chiesto una volta a Zvonko, 18 anni appena compiuti, da pochi mesi “clandestino”.
“Magari!”, mi ha risposto.
E non posso dimenticarmi di Sasa, 15 anni e grande talento calcistico. Qualche tempo fa ha fatto un provino con la Roma di Bruno Conti, lo ha passato, ma la burocrazia ha bloccato tutto, poiché i genitori non hanno il permesso di soggiorno.
Storie quotidiane di un popolo che dall’anno Mille ha iniziato ad essere perseguitato, da quando cioè un’antichissima popolazione dell’India venne attaccata dal conquistatore Mahmud Al Gazni, da cui deriverebbe il termine “gagè”, col quale i rom definiscono tutti coloro che non appartengono alla loro comunità. Ciò equivale a dire che i rom hanno associato al sanguinario conquistatore le civiltà straniere.
E’ in seguito alla dominazione di Gazni (tra il 1001 e il 1027 mette a ferro e fuoco città e villaggi) che parecchie comunità sono costrette alla fuga. Tra queste, i rom.
Da allora è cominciata la loro migrazione. Nel corso dei secoli i rom sono arrivati nell’Europa dell’est ed oggi sono presenti in tutti i continenti, Antartide escluso. Alcuni di loro vennero deportati come schiavi in America, come i neri d’Africa. Altri erano schiavi nei principati feudali di Romania fino a poco più di un secolo fa. E’ il caso degli ascendenti dei rom di via dei Gordiani.
Al momento del loro ingresso in Europa, nel ‘400, i rom vengono accolti con grande stupore. Tale slancio lascia ben presto il posto al timore e il rifiuto si trasforma in persecuzione. A cavalcare l’odio verso i rom è senza dubbio la Santa Sede. Quantomeno in Italia. Tra il 1483 e il 1785, il 37,6% dei bandi contro la comunità romanès è ad opera del Vaticano. Triste primato che non regge concorrenza in nessuno degli Stati europei. Nel mirino degli stanziali innanzitutto le attività che i rom svolgono. L’indubbia capacità di lavorare metalli, produrre utensili e creare gioielli è avversata da commercianti e artigiani.
Da questo momento gli Stati europei adottano formule repressive per arginare il radicamento dei figli del vento, costretti a muovere continuamente verso nuove mete. La Santa Inquisizione costringe al rogo centinaia di romnià (donne rom) accusate di stregoneria e contatti col demonio mentre gli uomini finiscono sul patibolo per la loro abilità nella lavorazione dei metalli. Anch’essa emanazione della potenza diabolica.
I rom vengono chiamati volgarmente zingari, ma anche dalla etimologia delle parole è possibile ricostruire discriminazioni e persecuzioni. La parola “zingaro” deriva dalla parola Athsingano, una setta eretica presente a Bisanzio nel XIV secolo d. C. con la quale vengono confusi i rom. Nel corso dei secoli il termine zingaro diventa emblema di discriminazione, tanto che la comunità romanì la rifiuta, preferendo autodefinirsi con il termine rom, che vuol dire semplicemente uomo!
Discriminazioni e pregiudizi che ancora oggi sono duri a morire. Mi piacerebbe concludere con le parole di un grande poeta della fine del Novecento, sensibile come pochi altri ai drammi degli ultimi, degli invisibili, dei più deboli, che conosceva e frequentava i rom:
“ (…) si sa bene che l’industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli, in special modo di rame, addestratori di cavalli e giostrai, tutti mestieri che purtroppo sono caduti in disuso.
Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire, non ho mai visto scritto da nessuna parte, che gli zingari abbiano rubato tramite banca e questo a me pare che sia un dato di fatto.”
(Fabrizio De Andrè, Roma, Teatro Brancaccio, 14 febbraio 1998).