I feticci della moneta unica

Nella sua più celebre discussione del tema (Feticismo, 1927), Sigmund Freud riconduce l’essenza del feticismo alla negazione di un’assenza: «Le cose, dunque, sono andate così: il maschietto si è rifiutato di prendere cognizione di un dato della propria percezione, quello attestante che la donna non possiede il pene. No, questa cosa non può essere vera giacché, se la donna è evirata, vuol dire che egli stesso è minacciato nel proprio possesso del pene». Per combattere la paura indotta dalla possibilità della castrazione sorge, appunto, il feticcio (come il piede femminile, della cui consacrazione feticistica Freud riferisce in una riunione della «Società psicoanalitica» di Vienna dell’11 marzo 1914): esso, infatti, viene a fare le veci di quella rappresentazione che il principio di realtà ci esorta ad abbandonare, ma alla quale affettivamente non siamo capaci di rinunciare senza per ciò stesso compromettere la nostra sicurezza nei riguardi del mondo esterno; «è il segno – scrive ancora Freud – di una vittoria trionfante contro la minaccia di evirazione e una protezione contro quella minaccia». Il bambino ha mantenuto intatta la propria fede nel fallo della donna, ma al contempo l’ha abbandonata: nella sfera psichica, infatti, la donna continua a possedere il pene, ma il feticcio ha preso il suo posto e ha ereditato l’interesse narcisistico che gli era rivolto.

Anche per Marx il feticismo possiede la medesima funzione di «negare un’assenza». Posto che le merci sono il prodotto di un lavoro privato (anzi, il prodotto del lavoro acquista forma di merce proprio in quanto risultato di un lavoro privato), «il processo di produzione padroneggia gli uomini e l’uomo non padroneggia ancora il processo produttivo», onde «il loro proprio movimento sociale assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo»: «Questo io chiamo il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci», si legge nel Capitale. E poiché su questa base l’individuo può vivere del proprio lavoro privato soltanto scambiandone i prodotti con quell’equivalente generale di tutti i lavori che è il denaro, quest’ultimo si rivela come un sostituto feticistico della mancanza «di un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale»: la vendita della propria merce, infatti, conferma a ciascun produttore che il suo lavoro è stato speso in modo socialmente utile, cioè per soddisfare un bisogno socialmente valido, e l’equilibrio costi-ricavi testimonia che per esaudire quel bisogno è stato profuso un lavoro pari alla media socialmente necessaria per soddisfare bisogni simili.

Come si vede, è qui all’opera la medesima struttura logica analizzata da Freud: il produttore diretto ha perduto il controllo sulle condizioni della propria riproduzione, che dipendono adesso dal processo complessivo della produzione capitalistica, e al posto di questo controllo ha eretto un feticcio, il denaro, conseguendo il quale egli s’illude d’essere tenuto indenne dalle conseguenze. In entrambi i casi il feticcio è come se dicesse a chi se ne avvale di non aver paura, ma ciò è possibile a prezzo di un parziale sacrificio del principio di realtà: per dirla con Freud, «nel conflitto fra l’importanza della percezione indesiderata e la forza del controdesiderio, [l’individuo] è giunto a un compromesso, un compromesso possibile soltanto quando dominano le leggi inconsce del pensiero, i processi primari».

Per il feticcio-denaro ciò si manifesta in primo luogo nelle difficoltà connesse al calcolo. Per essere un sostituto perfetto di quell’assenza terrorizzante connessa alla mancanza di un’allocazione organizzata del lavoro sociale, il denaro dovrebbe essere un mezzo capace di consentire a ciascun individuo di prevedere il futuro, cioè come si muoveranno tutti quegli altri produttori e consumatori dal cui interagire reciproco dipende anche la sua propria riproduzione. Ma per quanti progressi si siano fin qui compiuti nella statistica economica, ci sono limiti insormontabili alla possibilità che tramite il denaro si consegua un simile obiettivo.

Di alcuni di essi stiamo cominciando ad avere consapevolezza da quando è stato introdotto l’euro. Se gli individui agissero come dei calcolatori elettronici, un problema banale come quello del cambio della scala di misura dei prezzi non avrebbe dovuto suscitare problemi di sorta. Invece, il change-over ha dato luogo ad una ridda di polemiche fra consumatori e produttori, organi di stampa e istituti di rilevazione statistica, governi e associazioni professionali, graficamente rappresentata dalla divaricazione fra l’inflazione rilevata (circa il 2%) e quella percepita (circa il 30%) in tutti i paesi dell’«Euroarea».

Gli studiosi sono soliti al riguardo richiamare l’«illusione monetaria», ossia quel processo per cui, quando facciamo i conti, ragioniamo essenzialmente in termini di prezzi nominali e non di prezzi reali o relativi, quindi confondiamo sistematicamente i prezzi storici con quelli di sostituzione. Ma il carattere «appiccicoso» (sticky, dicono gli anglosassoni) dei prezzi è nient’altro che una manifestazione del feticismo del denaro, perché è solo l’adozione dei prezzi storici espressi nominalmente nella valuta che usiamo prevalentemente che ci permette di rappresentare il mondo come qualcosa di stabile e ordinato – senza di che, saremmo incapaci di agire.

Per ciò che riguarda l’euro, peraltro, si aggiunge un problema ulteriore. Il carattere di feticcio del denaro è stato talmente compreso dalle società in cui domina il modo di produzione capitalistico che da sempre esse hanno sentito il bisogno di imprimervi il sigillo dell’autorità politica, quasi che essa potesse davvero assicurare quella stabilità rimessa perennemente in discussione dall’assenza di un’allocazione organizzata del lavoro sociale.

Tenendo ciò bene a mente, si prenda una qualunque eurobanconota e la si confronti con quel «denaro mondiale» che è il dollaro: da un lato ponti, porte e strade (tutti stilizzati in modo da sopprimere qualunque riferimento a luoghi reali e simbolizzare solo la comunicazione e il passaggio delle frontiere) e nessun riferimento ad un’autorità politica o ad una storia comune; dall’altro, abbondanza pletorica di icone della memoria (presidenti storici dell’Unione o luoghi simbolo dell’identità americana), onnipresenti stampigliature dell’autorità politica, financo un appello alla divinità (In God we trust).

È evidente che questa differenza rimanda al fatto che lì la moneta unica è espressione di una compiuta unificazione politica, mentre qui ne dovrebbe essere vettore, ma intanto si pone un problema: in che modo la moneta europea può assolvere degnamente alla sua funzione di feticcio sostitutivo di una «libera associazione di individui» europei se non può presupporre alcuna autorità politica? In che modo, in altre parole, l’euro può suscitare quell’appagamento narcisistico che offre la contemplazione del feticcio se gli manca l’attributo essenziale dell’«ordine» espresso dal sigillo del potere?

Sorge da qui il bisogno di una regola cogente, anzi di un imperativo categorico come quello contenuto nel Patto di stabilità. Nella sua semplicità (nessun deficit superiore al 3% del Pil e nessun debito che travalichi il 60% di esso) sembrano riconciliarsi gli automatismi dell’omeostasi che presiede alla regolazione dei processi vitali primari e l’essenza del progresso quale emerge da una nota massima di Whitehead («la civiltà progredisce mediante l’estensione del numero di operazioni che possiamo compiere senza pensarci»). Per di più, esso marca una tappa importante nel processo di spersonalizzazione dell’autorità, in quanto per suo tramite una «regola» (o meglio, l’idea-forza di cui essa è espressione) sostituisce il «capo» nella sua funzione di veicolo del costituirsi della massa in un’unità stabile e organizzata – fuor di metafora, del costituirsi di un’Europa da una moltitudine di tedeschi, francesi, inglesi, italiani, spagnoli ecc.

Ma a questi aspetti indubbiamente «progressivi», che lasciano sperare che un’unità europea si possa costruire facendo a meno degli aspetti deteriori dei meccanismi dell’identificazione e dell’idealizzazione, il Patto di stabilità ne unisce altri assai negativi. C’è un fondo di verità nella critica di Kelsen a Freud circa il raddoppiamento mitologico che consegue all’ipostatizzazione freudiana di un’anima collettiva come presupposto della positività dell’ordinamento giuridico: l’ordinamento, effettivamente, può essere concepito come «regola» e non necessariamente come «anima di massa» tenuta insieme dal doppio processo d’idealizzazione e identificazione con il «capo». Ma per conseguire questo risultato, la regola deve incarnarsi in una prassi collettiva capace di risolvere i problemi riproduttivi, cioè di assicurare a tutte e tutti di vivere e magari anche di philosophari. L’astrazione del diritto funziona solo in presenza di un apparato che quel diritto applica per il buon pro della società: «Quando, in tal senso, si parla, per esempio, del diritto italiano o del diritto francese – notava molti anni fa Santi Romano – non è vero che si pensi soltanto ad una serie di regole o che si presenti l’immagine di quelle fila di volumi che sono le raccolte ufficiali delle leggi e dei decreti. Ciò a cui si pensa […] è invece qualcosa di più vivo e di più animato: è, in primo luogo, la complessa e varia organizzazione dello Stato italiano o francese; i numerosi meccanismi o ingranaggi, i collegamenti di autorità e di forza, che producono, che modificano, applicano, garantiscono le norme giuridiche».

Nulla di vitale, invece, ci viene dal Patto di stabilità; et pour cause, dicono i francesi, che coi tedeschi l’hanno (per ora) mandato a picco. Alla base del Patto, infatti, non c’è soltanto la credenza nella relazione diretta fra disavanzi pubblici e inflazione propagandata da una cattiva ma influente teoria economica: c’è soprattutto l’illusione feticistica che la stabilità dei prezzi nominali equivalga a conseguire la stabilità del mondo.

Che una simile illusione sia frutto di quel sacrificio parziale del principio di realtà che l’adozione del feticcio-denaro comporta è quanto oggi stiamo sperimentando. Le politiche di rientro dal debito pubblico implicano infatti una contrazione della domanda interna che, se può essere relativamente tollerabile quando viene compensata dalla crescita della domanda estera, diventa insostenibile quando anche quest’ultima ristagna, perché allora si traduce immediatamente in recessione e disoccupazione. L’aumento della disoccupazione, d’altra parte, induce una crescita del disavanzo pubblico, sia perché cadono le entrate fiscali sia perché si attivano gli ammortizzatori sociali (indennità di disoccupazione, cassa integrazione, prepensionamenti), e in tal modo si creano le premesse perché la situazione s’incancrenisca: se allo sforamento del rapporto deficit/Pil si reagisce tagliando ulteriormente la spesa pubblica, infatti, si avranno altre diminuzioni della domanda, altri aumenti della disoccupazione, altri cali delle entrate e altri aumenti delle spese. Di qui ad identificare la causa causans della lievitazione dei bilanci pubblici nei sistemi di protezione sociale il passo è breve. A cos’altro mirano le riforme dei sistemi pensionistici?

Oggi è comune fra gli psicologi sociali (e segnatamente fra quelli che si occupano dei fenomeni economici) ritenere che le maggiori difficoltà nell’analisi del denaro derivino non tanto dalla complessità dei meccanismi che presiedono al funzionamento della moneta e del credito, ma dall’apparente semplicità del rapporto che ciascuno di noi fin da bambino intrattiene con il denaro stesso, un rapporto che ci riempie la testa di false evidenze. Ciò nonostante, e malgrado Marx e Keynes ci avessero ammonito circa l’illusorietà di cercare nel denaro il sostituto del controllo sulle condizioni della nostra riproduzione, abbiamo costruito o concorso a costruire o permesso che si costruisse la casa comune europea come accecati da quel feticcio. Converrà tornarci sopra.