I fascismi secondo Pinter storie di ordinario sopruso

Ha quasi assunto la dignità e la forza d´impatto di un nuovo dramma a stazioni attuale e sconvolgente, il montaggio che il 75enne leone francese del teatro Roger Planchon ha operato accostando in sequenza (dirigendoli, e a volte recitandovi) sei atti unici politici di Harold Pinter che vanno dal 1883 al 2002.
Al Gobetti di Torino non si poteva concepire miglior omaggio al vincitore del Premio Europa per il Teatro (che ha anche promosso a “nuove reatà teatrali” Oskaras Korsunovas e Josef Nadj). Il dialogo tra due aguzzini accanto a un uomo bendato ne Il nuovo ordine mondiale, il premier (ex capo dei servizi segreti) alle prese con esponenti asserviti della stampa in Press Conference, i due tecnocrati che disputano sui milioni di vittime d´un (loro) regime in Precisamente, le angherie fisiche (aizzando un doberman) e razziali (abolendo le radici) inflitte ai parenti di un detenuto in Mountain Language, le sevizie a uomo, moglie e figlio burocratizzate ne Il bicchiere della staffa, e l´orrendume di un´élite dittatoriale sorpresa ad autoesaltarsi in un club in Party Time disegnano a perfezione la denuncia dei fascismi ordinari che indignano da tempo Pinter.
Lo spettacolo (perché non farne uno analogo da noi?) s´avvale di attori francesi asettici, bravissimi a incarnare il mistero sordo della violenza impartita e subita. «Ho il buio in bocca e lo succhio» è la battuta conclusiva d´una vittima dell´autoritarismo felpato, predicante l´ordine, in un teatro che è un pugno in faccia, e che apre gli occhi.