I dodici tavoli dell’Unione

Il manifesto del 30 novembre dà spazio ad alcuni interessanti resoconti dei lavori dei dodici tavoli di confronto programmatico dell’Unione.
Si tratta di un’operazione meritoria che colma finalmente un vuoto di informazione. Non si capisce infatti perché questa discussione si sia svolta fino ad ora in modo sostanzialmente segreto quando il suo oggetto, il programma dell’alleanza per un futuro governo dell’Unione, dovrebbe essere quanto più possibile pubblico e partecipato.
Nel merito dei contenuti, la lettura di queste cronache giustifica pienamente le ragioni della nostra preoccupazione rispetto all’orientamento politico dell’Unione.
Di più: i compromessi scaturiti da quei tavoli risultano largamente insufficienti e difficilmente conciliabili con le posizioni assunte non già da questa o quella mozione di minoranza ma, con il VI congresso nazionale, dal Partito nella sua interezza.
Se il tavolo sull’immigrazione non sancisce con nettezza l’urgenza della chiusura dei Centri di permanenza temporanea, parlando ambiguamente di “superamento dei CPT”, quello sulla sicurezza valorizza la polizia di quartiere e riconosce “la polizia privata”.
Nessun cenno invece sulla riforma in senso proporzionalista del sistema elettorale, silenzio anche sulla Tav.
Dal tavolo su scuola ed università non emerge alcun impegno vincolante rispetto alle risorse da destinare all’istruzione pubblica mentre si assume un obiettivo, quello dell’obbligo scolastico a 16 anni, profondamente inadeguato rispetto alle nostre richieste.
Sulla concertazione “sia con i sindacati sia con gli enti locali” e sulle liberalizzazioni c’è invece qualche riga in più (di accordo) nella bozza sulla finanza pubblica.
Il tavolo sul lavoro, uno dei più importanti, non scioglie il nodo della legge 30 e non prende nessun impegno vincolante per la sua abrogazione. Si dice soltanto che le molteplici figure contrattuali del lavoro flessibile, che Rifondazione Comunista ha sempre sostenuto di voler eliminare, “non devono costare meno di quello stabile”.
Ma è forse del tavolo sulla politica estera il documento più debole e preoccupante, al di sotto della soglia minima di compromesso. Vi si legge che il ritiro dall’Iraq, non immediato, “andrà effettuato con una forte iniziativa politica in modo da accompagnare nel migliore dei modi la già avviata transizione democratica dell’Iraq”. Già avviata transizione democratica: ci pare un giudizio francamente irricevibile che, oltre a cozzare contro l’evidenza di un processo di stampo neo-coloniale (di cui le torture di Abu Ghraib e i massacri di Fallujah sono solo alcune tra le più estreme espressioni), denota una grave subalternità dell’Unione alle direttive del Pentagono.