I dodici tavoli dell’Unione

Oggi il manifesto fa, tenta di fare, qualcosa che nella cultura corrente non sarebbe politically correct, cioè prova a raccontare ai suoi lettori i contenuti dei programmi dell’Unione, che l’Unione vorrebbe riservati. In una vigilia elettorale i programmi sono importanti e dovrebbero essere al massimo pubblici. Ma anche i programmi, l’indicazione di ciò che una forza politica vorrebbe fare una volta al governo, nel veloce mondo di oggi sono diventati una sorta di vizio. «La sinistra malata di programmismo» è il titolo di un editoriale di Dario Di Vico, sul Corsera, che pure ha dato l’avvio a un’interessante discussione e a un intervento di Francesco Giavazzi, che non mi convince, ma è stimolante. Ma andiamo al fatto. L’Unione, proprio in vista delle elezioni politiche, ha messo su dodici tavoli di lavoro per definire le varie parti del suo programma generale. I documenti conclusivi di questi dodici tavoli dovrebbero passare al vaglio di Romano Prodi, il candidato leader dell’attuale opposizione, e poi essere sottoposti al giudizio di un vertice delle segreterie di partito che si terrà a Perugia.
Una volta passato l’esame di Romano Prodi e delle segreterie dei partiti dell’Unione i programmi diverranno ufficiali e, quindi, pubblici. Il tentativo di lavorare al programma in maniera aperta e condivisa è inedito e apprezzabile. Ma concluderlo consegnando ai segretari la sorte dei risultati ci sembra poco democratico e poco efficace. Poco democratico perché la definizione di un programma deve essere affidata al popolo o, almeno, al massimo numero di persone interessate a quel confronto. Poco efficace perché in una società matura come quella italiana, è controproducente delegare ai saggi, a Romano Prodi, alle segreterie dei quasi partiti (insisto sul quasi) che ci sono, la scelta degli obiettivi e dei modi di realizzarli.

Se vogliamo liberarci di Berlusconi bisogna essere generosi e coraggiosi, non furbi: in furbizia ha buone probabilità di batterci ancora una volta. Quindi, se vogliamo liberarci di Berlusconi dobbiamo mettere nel cassetto le astuzie e gli accordi tra i segretari dei partiti e Prodi.

I programmi non debbono essere delle indicazioni di buona condotta calate dall’alto (che oggi è un po’ basso) ma prodotto della discussione e del confronto tra il più gran numero di persone interessate a questo confronto elettorale. Solo da questa discussione potrà crescere una mobilitazione di forze e di persone per mandare a casa il Cavaliere.

La questione del programma – insisto – è troppo seria per lasciarla al giudizio di Romano Prodi e delle segreterie dei partiti dell’Unione. E, poiché sono un inguaribile ottimista (dell’intelligenza e non della volontà) penso che Prodi e anche le segreterie dei partiti dell’Unione ci esprimeranno gratitudine per questa nostra scelta di oggi, politically uncorrect.

Da vecchio comunista credo di aver imparato che il politically correct è un veleno, dolce e micidiale.