I dimenticati profughi di Falluja

Viaggio tra i sopravvissuti della città distrutta ancora accampati tra le rovine o in misere tendopoli

Una città assediata La chiusura delle strade espone gli abitanti al fuoco dei soldati Usa. Ultime vittime un operaio e il guidatore di un’ambulanza
Gli «comparsi» Centinaia di famiglie non hanno più notizie da cinque mesi dei loro cari svaniti nel nulla, in alcuni casi dopo l’arresto
E. A. KHAMAS
Invitati dall’Organizzazione per i diritti umani di Falluja ad un incontro sulla drammatica situazione in città e sulla sua ricostruzione, organizzato presso il locale cementificio, non siamo stati in grado di parteciparvi perché l’autostrada era stata chiusa proprio nei pressi del luogo della riunione. Così siamo dovuti tornare quasi a Baghdad e prendere una strada alternativa. Arrivati finalmente sul posto abbiamo trovato solamente il dottor Samir, uno dei dirigenti della fabbrica, che ci ha confermato come tra i tanti drammatici problemi di fronte ai quali si trovano gli abitanti di Falluja, divenuti profughi e senza tetto nella loro stessa città, vi è senza dubbio l’improvvisa chiusura delle strade da parte dei soldati: «Chiudono continuamente questa o quella strada senza alcun avviso, senza alcun segnale. Abbiamo appena perso un nostro dipendente proprio per questa ragione. Si tratta di Hadi Saleh Hantoosh, che al momento di lasciare il lavoro non sapeva che la strada dalla quale era venuto al mattino era stata chiusa. E’ stato così ucciso dai soldati americani. Lo stesso è sucesso pochi giorni fà al guidatore di un’ambulanza».

30.000 case distrutte

Il sig. Samir ci ha poi confermato che gli edifici distrutti durante l’attacco a Falluja tra ottobre e novembre sono almeno 30.000. Per ricostruirli ci vorranno almeno 500 milioni di dollari ma il Comitato per la ricostruzione della città avrebbe ottenuto solamente una vaga promessa per appena il 20% del totale, circa 100 milioni di dollari. «Al di là delle promesse ufficiali -chiediamo a Samir – quante famiglie hanno ricevuto dei finanziamenti sino ad oggi?» «Nessuna – ci risponde il dirigente della fabbrica – forse cominceranno nei prossimi giorni». E sono passati cinque mesi dall’inizio dell’attacco. «A che punto è la ricostruzione di scuole, ospedali, strade ed edifici pubblici?», chiediamo di nuovo al manager membro del Comitato per la ricostruzione: «A questo dovrebbero pensare altri progetti, qui parliamo solo delle case distrutte» ci risponde. Non certo migliore la situazione per quanto riguarda i servizi essenziali come acqua elettricità, raccolta delle immondizie. Mohammad del della «Humar rights Organization» di Falluja ci conferma a tale proposito che il dottore Ni’ma al Jaser del WHO (World Health Organization) non è stato fatto entrare in città e lo stesso è successo al sig. Elia Tambori delle Nazioni Unite.

All’interno di Falluja la gente cerca di sopravvivere come può. Alcuni negozi semi-distrutti hanno comunque cercato di riaprire. La gente vive tra e sotto le macerie. Alcune famiglie cercano di portarle via. Altre vi hanno eretto sopra delle tende. Abu Qeis è uno di questi. Pensionato di una sessantina di anni si occupa di una famiglia di circa 25 persone nel quartiere di Gebeil. Ha dieci figli, tre figlie (una di queste ha perso il marito nell’attacco del marzo del 2003 ed è rimasta vedova con quattro bambini), sua moglie, le sue cognate (una delle quali è rimasta anch’essa vedova con tre bambini). Quando gli americani hanno attaccato falluja ad ottobre l’intera famiglia si trasferì a Halaabsa, una città dell’Ovest, sistemandosi con altri quattordici nucleai familiari in una scuola.

Dopo quattro mesi la famiglia di Abu Qeis è stata costretta a tornare in città dopo che il direttore della scuola «Ibn Roshd», li ha cacciati via sostenendo che ormai «la guerra è finita. Tornato a Falluja Abu Qeis ha trovato la sua casa completamente distrutta. L’unica cosa rimasta in piedi era la porta del bagno, che aveva chiuso prima di partire. Il suo quartiere è uno di quelli compeltamente distrutti. Sembra come se un fortissimo terremoto abbia sconquassato la zona e raso al suolo ogni singolo edificio. Abu Qeis è convinto che la sua casa sia stata distrutta a freddo da un carro armato americano e non dai bombardamenti: « Non vi è alcun segno di esplosioni, tutto è semplicemtne schiacciato e i mobili sono ridotti a legna da ardere». Abu Qeis ha messo una tenda donatagli dalla mezzaluna rossa, accanto alle rovine della casa. Le condizioni di vita sono assai tuttoprecarie. L’unico reddito percepito sono i 75 dollari della sua pensione che riceve ogni tre mesi. «Mi chiamano il responsabile delle vedove» ci dice sorridendo mostrando i suoi denti rotti. Sono senza casa, senza medicine, senza niente.

Profughi senza speranza

Non diversa, forse ancora più tragica, la situazione delle famiglie che vivono nei locali del comune di Ameriya, 25 chilometri a ovest di Falluja. Nella grande sala dell’edificio abbiamo trovato cinque famiglie. Due bambini erano appena nati.

Pochi giorni fa è arrivato loro l’ordine di lasciare il campo al più presto o sarebbero stati tutti arrestati. «Che farete adesso?» chiediamo ai capi famiglia. «Scapperemo altrove, cos’altro possiamo fare? Non abbiamo i soldi per ricostruire le nostre case che sono state completamente rase al suolo, non possiamo neppure viverci, e non vogliamo finire in carcere» ci dice Nadim che prima di tornare a Falluja aveva passato ben nove anni come prigioniero di guerra in Iran. Nella scuola per ragazzi «Ibn al Nadim», ospitata nello stesso complesso, troviamo altre quaranta famiglie. Un’associazione umanitaria inglese ha eretto alcune tende nel cortile per permettere ai ragazzi di seguire comunque le lezioni. Accanto alle tende hanno messo un grande cartello in inglese. La vice direttrice, la signora Mariam è furiosa: «Non si può andare avanti così, il mondo deve accorgersi di questa tragedia. Ci hanno abbandonato nella polvere, i bambini si ammalano giocando in questa polvere e sporcizia. E poi ci hanno messo quel cartello in inglese. Noi siamo arabi e parliamo arabo non accettiamo queste umiliazioni». Lo stesso figlio della vicedirettrice non può più andare a scuola dal momento che le truppe Usa una notte sono entrare nella scuola – la «Faris al Arabi» – e l’hanno trasformata in una base militare

«Perché tutto questo?»

Uno cheik della moschea di al Jolan ci dice che gli abitanti di falluja stanno lavorando come api per ricostruire la loro città senza aspettare dei risarcimenti che nessuno sa quando arriveranno. All’inizio, dopo aver visto quella distruzione nessuno voleva tornare in città. Poi si sono sistemati tra i muri caduti con dei teli per tetto. «Prima di ricostruire – ci dice lo sheik – bisogna però chiedersi e soprattutto chiedere il perché di tutto questo. perché i bambini sono stati straziati? Perché tante donne sono state uccise e umiliate?» e ancora «Adesso siamo noi a chiedere loro “Dov’è Zarqawi? La nostra città, la nostra storia, i nostri libri, i nostri documenti tutto è stato distrutto, e ora vogliamo sapere il perché». «Noi lo abbiamo sempre detto che non si trattava di Zarqawi che qui non c’è mai stato e che i responsabili dell’entrata nel paese di qualche terrorista sono solo loro che hanno lasciato aperti i confini così a lungo»

I marines contro il corano

Ismael, un amici dello sheik è ancora più esasperato. La sua casa è stata occupata dai soldati che l’hanno semidistrutta. Ma non è tanto e solo questa la ragione della sua furia: «Hanno defecato sul mio sacro corano, Ho fatto il possibile per pulirlo ma era troppo tardi». Quella di occupare delle case per abitarvi, usarle come uffici o depositi è pratica corrente delle forze americane a Falluja. Questa è la storia di Abu Mohammed che aveva una grande casa sul fiume: «Sono arrivati alle due di notte e ci hanno detto di andarcene su due piedi. Sono rimasti tre giorni e l’hanno trasformata in un pollaio. Hanno usato le tende nuove per pulirsi di stivali, le pentole per farci dentro i loro bisogni. Mi hanno preso una vecchia pistola di antiquariato di mio nonno. Sono andato quattro volte a chiederla alla loro base ma l’hanno fatta sparire. Per tre giorni ci hanno chiuso tutti in una stanza. Ci davano quindici minuti per preparare un pò di pane. Per non parlare dell’uso del bagno con tutti quei bambini e quelle donne»

«Dov’è mio figlio?»

Quando abbiamo visitato il campo profughi vicino alla moschea al Mustafa all’università di Baghdad (dove vivono ancora 175 famiglie) lo sheik ci ha raccontato come i profughi abbiano organizzato numerose manifestazioni per protestare per le condizioni nelle quali erano costretti a vivere e invitare gli organismi internazionali a visitare Falluja. Molte sono le famiglie tornate a Falluja per cercare i loro parenti scomparsi. Um Ahmad di 35 anni, sta cercando suo figlio, Ahmad, che insieme ai suoi amici decise di rimanere a Falluja quando tutta la famglia se ne allontanò. Da Falluja chiamava ogni ogni giorno per chiederle come si cucinava questo o quel piatto… poi più nulla. Hanno cercato dappertutto ma di lui non c’è più traccia.

Um Omar, 51 anni, chiede a tutti di suo figlio Izzideen, scomparso da novembre. Ahmad Ramzi, dieci anni, vuole sapere di suo padre che sarebbe stato arrestato due giorni prima dell’Eid (metà ottobre) ma di cui non c’è traccia in alcuna prigione o base militare americana.

Nel campo profughi di Ameriya Abdul Rahman cerca ancora suo fratello, Khidir Ali Abdulla, 25 anni, con un handycap mentale, scomparso da cinque mesi…