I crociati della Nuova Gerusalemme

Le radici antiche della guerra preventiva nel libro di Antonio Gambino «Perché (oggi) non possiamo non dirci antiamericani».

Antonio Gambino, che nel `55 fu fra i fondatori dell’Espresso, ha scelto da un po’ di tempo a questa parte per i suoi libri titoli provocatori. E ha fatto bene, perché viviamo in un’epoca in cui occorre bucare la cortina fumogena della comunicazione che rende difficile cogliere la sostanza delle cose. Anche se c’è da dubitare che con tali titoli possa vincere nuovamente qualche premio di saggistica, come ottenne, anni fa, a Viareggio, per Il mito della politica; o anche solo godere della pubblicità ottenuta dalle sue opere precedenti, da Storie del dopoguerra. Dalla Liberazione al potere Dc del 1975, al Vivere con la bomba del 1986. All’editoria italiana, anche a quella illuminata, non piace la sconvenienza. Che certo sconveniente appare chiamare un libro, quello di un anno fa, L’imperialismo dei diritti umani e questo ora uscito nientemeno che Perché (oggi) non possiamo non dirci antiamericani (Editori Riuniti). Si tratta – così io almeno l’ho sentito – di un titolo liberatorio, che finalmente ha – e dà – il coraggio di gridare quanto ognuno ha in cuore e però finisce per tenersi dentro, per non incorrere nell’ormai uggioso ma condizionante rimbrotto di un arco di benpensanti quasi infinito, i quali puntualmente ti avvertono che sei caduto nell’antiamericanismo; e spesso aggiungono «primario». Sebbene sempre di sinistra, ma mai comunista, Gambino non è per fortuna affetto da quel complesso di colpa che ha trasformato tanti vecchi ( o più giovani ) osservanti della chiesa sovietica in ferventi filoamericani. La tesi del libro è che la dottrina Bush – vale a dire la pretesa dell’America di considerare giusto, naturale e dunque lecito che l’intero globo adotti, con le buone o con le cattive, la sua visione del mondo e il suo modello – ha radici antiche. Sia pure con conseguenze meno drammatiche e metodi meno brutali gli Stati uniti hanno sempre preteso di essere i soli legittimi interpreti dell’universalismo, un’idea forza che ritroviamo alla base della politica di tutti i presidenti, anche quelli democratici, Clinton compreso, ma anche del sentire comune del popolo americano. Lo notava già Toqueville quando scriveva «sembra che gli americani nei loro rapporti con gli stranieri non vogliano sopportare la minima critica», un atteggiamento che casomai si è aggravato negli ultimi decenni anche per via dell’ incredibile e crescente provincialismo dei cittadini statunitensi che, nonostante le occasioni che offre loro l’era delle comunciazioni, non conoscono l’altro da sé, non riescono nemmeno ad immaginarlo, sicchè è facile lo considerino naturalmente come il male. (Basti pensare che il 97% dei film che vedono è prodotto nel loro stesso paese e dunque l’immagine del resto del mondo filtra attraverso un forellino del 3 %; e che solo un ventesimo della popolazione possiede un passaporto ).

E’ fin dai tempi – il XVII secolo – in cui le prime colonie protestanti si installarono sul continente che l’embrione dello stato che poi nacque con la rivoluzione del 1776 cominciò a considerarsi la «nuova Gerusalemme». Accompagnando il mito da una fede mistica e da un assolutismo ideologico proprio alla cultura missionaria dell’epoca, oggi trasformata nella pretesa di essere «missionario globale». Che permane, se è vero che Strobe Talbott, consigliere di Clinton, ebbe a dire che «gli Stati uniti sono l’unico paese fondato su un insieme di idee applicabili a tutti i popoli del mondo».

Col passare del tempo e l’accrescersi del potere del paese l’eccezionalismo americano – e cioè l’idea che gli Stati uniti non debbano, come gli altri, sottomettersi a regole collettivamente decise, diventa più gravido di conseguenze. E ispira ogni passo della politica americana: dal rifiuto di aderire alla Società delle Nazioni a quando il segretario di stato Kellog firma, nel 1928, il patto che mette fuori legge la guerra col sottinteso che la norma riguarda solo gli altri. Tant’è vero che il suo successore – racconta Gambino – ha l’arroganza di rendere esplicita l’intenzione dichiarando che Washington avrebbe potuto intervenire con la forza in ogni parte del mondo per punire i trasgressori. Nelle vicende recenti relative all’Onu e all’Iraq non c’è, come si vede, gran che di innovativo. Neppure – nota Gambino – nella teoria dell’ attacco /punizione preventiva contro una minaccia incerta che trova infondo i suoi antecedenti nella decine di esecuzioni che ogni anno si praticano nel paese, sebbene oltre il 10% dei giustiziati sia in seguito riconosciuto innocente.

Di nuovo c’è che negli ultimi anni questo fondamentalismo tradizionale si è combinato con il fatto che gli Stati uniti sono diventati non uno dei paesi più potenti, ma il solo paese in grado di imporre planetariamente con la forza il proprio volere. E – questo è il peggio – di spingere gli altri ad accettarlo. ( Molti altri: quando è stato stabilito che la Nato avrebbe avuto diritto ad interventi militari planetari anche senza autorizzazione dell’Onu, nel `98, non c’era forse in Italia il centro sinistra e nel resto d’Eruopa un eccezionale numero di governi socialisti?).

La conclusione di Gambino è tuttavia ottimistica: citando Clausewitz laddove diceva che la guerra è fatta dai più deboli perché i forti hanno altri mezzi per imporre la propria volontà suggerisce che gli Stati uniti sono in fondo entrati in una fase di crisi. Di crisi di egemonia. Ed è vero: il pensiero unico è andato in frantumi, il modello americano non affascina più. ( Solo una parte della sua letteratura, del suo cinema, della sua musica).

Ma dobbiamo stare attenti: il ritorno della guerra come strumento della politica, estera e interna, accompagnato da questo messianicismo, già stanno erodendo la democrazia, in America come in Europa. Pesantemente. Fino a far intravedere una nuova fase, un processo di militarizzazione complessiva che potrebbe portare – come suggerisce Alberto Burgio in un articolo su La Rivista de il manifesto – a una grande trasformazione analoga a quella degli anni `20-30, e dunque alla fine della fase democratica del capitalismo.