I cristiani di Siria, tutti con Assad per non fare la fine dei cristiani d’Iraq

Raed Bulos prepara con cura i cake mamul, i dolcetti pasquali ripieni di crema di dattero tipici della tradizione cristiana locale, mentre in strada riecheggiano le preghiere sciite per l’iman Hussein ucciso a Karbala nella turbolenta alba dell’Islam. A poche centinaia di metri c’è Bab Touma e poco più avanti Bab Sharqi, la zona della città vecchia di Damasco dove si concentra la maggioranza degli abitanti di fede cristiana. «Non solo a Bab Touma ma anche qui a Bab Jora e a Kamaire cristiani e musulmani vivono insieme da sempre – spiega Raed – so che agli occidentali tutto questo appare strano ma in Siria ci considerano fratelli, apparteniamo alla stessa nazione».
Nella vetrina, accanto a dolci colorati e biscotti di ogni forma, dominano un cartello di colore azzurro con la scritta «Eid al Fussa said» (Felice Pasqua) e un poster del presidente Bashar Assad. L’uomo e il regime che gli Stati uniti considerano nemici da abbattere, godono del sostegno aperto della comunità cristiana siriana. «Il rais Assad rispetta i cristiani – interviene Raed notando la nostra attenzione per quell’immagine del presidente – ci protegge ed è garante di tutte le fedi in questo paese, proprio come faceva suo padre. Che Dio lo mantenga in buona salute». Potrebbero apparire le affermazioni di chi mette le mani avanti manifestando ad alta voce fedeltà al presidente di fronte ad uno sconosciuto entrato nel suo negozio. Ma è sufficiente girare per le stradine di Bab Touma e parlare con la gente per rendersi conto che i cristiani, assieme agli alawiti (la setta alla quale appartiene Assad), sono accaniti sostenitori del regime. E non mancano di lanciare accuse durissime a quella parte di Occidente cristiano che, dicono, segue senza fiatare l’amministrazione Usa contribuendo «alla negazione dei diritti dei palestinesi e degli arabi».
Anche se nel corso del secolo scorso la popolazione siriana di fede cristiana si è ridotta progressivamente di numero, ancora oggi continua ad essere una delle tre comunità più importanti del Medio Oriente, assieme ai copti egiziani e ai maroniti libanesi. Forma il 6-7% dei siriani (era il 14% nel 1948) e per metà è concentrata a Damasco, sede di tre patriarcati: greco-cattolico, siriaco-ortodosso e greco ortodosso. In Siria sono presenti tutte le chiese cristiane orientali ad eccezione di quella cotpa e non mancano anche i cattolici romani e i protestanti. Negli anni Cinquanta i cristiani parteciparono attivamente del giovane stato mentre oggi appaiono più distanti dalla politica e fanno in modo da non entrare delle periodiche lotte per il potere che avvengono ai vertici del partito Baath. «Preferiamo concentrarci sugli aspetti sociali – afferma padre Robert Budi che ha trascorso gli ultimi venti anni tra la sua parrocchia in California e l’impegno per la sua gente a Damasco – gli ultimi tempi hanno visto crescere le tensioni in Medio Oriente e nel resto del mondo tra cristiani e musulmani. La Siria per fortuna viene soltanto sfiorata da questi problemi ma dobbiamo ugualmente raddoppiare gli sforzi per il dialogo e il rispetto nel Dio unico che unisce le due religioni».
Padre Budi non ha dubbi sulla fonte principale di tensione nella regione. «George Bush e la sua amministrazione hanno provocato danni gravissimi con l’invasione dell’Iraq – afferma il religioso – hanno trasformato un paese dove le fedi e le etnie vivevano in pace, più o meno come qui in Siria, in un terreno fertile per tutti gli estremisti. In America spiego tutto ciò ai fedeli e la gente comincia a capirlo ma l’amministrazione Bush è corrotta, vuole solo il potere e il controllo del mondo». Budi lancia accuse anche alle chiese in Europa responsabili, a suo dire, di alimentare il «conflitto tra cristianità e islam» mentre, spiega allargardo le braccia, «la presenza cristiana qui in Siria e in altri paesi della regione ci dice che la convivenza pacifica è possibile, perché è già stata realizzata».
Padre Tony Rauda, un giovane prete maronita, è meno convinto della convivenza con i musulmani. «Nessuno può negare forme di pressione della maggioranza islamica su noi cristiani – dice mentre osserva i bambini che giocano a calcetto accanto alla chiesa – certo qui in Siria le cose vanno decisamente meglio rispetto ad altri paesi della regione ma non tutto fila liscio come in passato». Anche lui però punta l’indice contro George Bush e difende Assad. «La paura dei cristiani in questo paese è una sola: che la Siria, a causa della politica aggressiva degli Stati uniti, diventi un secondo Iraq». Il recente assassinio del vescovo caldeo di Mosul, monsignor Faraj Rahho, ha creato nuovi timori nei siriani cristiani. «Qui tutti si augurano la stabilità del regime – afferma padre Rauda – e che gli Stati uniti lascino in pace la Siria e la smettano di favorire l’ascesa dei mutashaddin (gli estremisti) di tutte le specie».
In strada alcuni operai si danno da fare per concludere i lavori di riparazione della rete elettrica prima dei riti della Pasqua. Violetta Nahhas, una anziana greco-cattolica, cammina lentamente sotto il peso degli anni. La fermiamo per raccogliere la sua opinione. «Sei italiano? – ci domanda – Quando tornerai a Roma non dimenticarti di chiedere al Papa di pregare per me e per il presidente Assad».