I conti da pagare

Suscita un piacere agrodolce la sconfitta del senatore Joe Lieberman nelle primarie svoltesi martedì in Connecticut per scegliere il candidato democratico al senato nelle elezioni novembrine. Dolce perché infine i falchi – come il candidato alla vicepresidenza con Al Gore nella campagna del 2000 – cominciano a pagare il prezzo politico del loro bellicismo, e per di più in uno stato centrista come il Connecticut. Tanto che il New York Times ha definito questo voto «una di quelle rarissime volte in cui i moderati si arrabbiano» perché vedono il paese trascinato in una guerra che in 41 mesi è costata all’America almeno 250 miliardi di dollari (400.000 miliardi delle vecchie lire) e 2.600 soldati morti, mentre gli era stata prospettata come una guerra lampo giustificata dal «legittimo diritto all’autodifesa di fronte al terrorismo» (vi ricorda qualche evento più recente in Medio Oriente?).
E l’assai filoisraeliano senatore non sarà il solo democratico a scontare il suo militarismo e la sua sintonia con le posizioni del presidente George Bush che i democratici del Connecticut hanno trovato per lo meno sospetta. Un’altra falchetta, la senatrice democratica dello stato di Washington, Maria Cantwell, rischia a novembre di perdere il suo seggio. Ma il più illustre rapace in pericolo è Hillary Clinton, esponente di punta del clan politico che da sempre è il regista occulto delle scelte di Lieberman. Con maggiore prontezza di riflessi, Hillary cerca ora di prendere le distanze non solo dalla guerra, ma anche dalla sua bipartisan amicizia con il falco repubblicano John McCain con cui fino all’altro ieri ha condiviso epiche bevute di vodka nei viaggi all’estero della Commissione Difesa del Senato: McCain è in pole position tra i candidati repubblicani alla nomination del 2008, come la Clinton lo è tra i democratici.
La sconfitta del Connecticut è per ora solo un segnale inviato dagli elettori, modesto ma inequivocabile: se il partito democratico vuole riconquistare la maggioranza al senato, deve esplicitare la sua opposizione alla guerra in Iraq e proporre un disimpegno in tempi rapidi. La guerra era già costata il potere a José Maria Aznar in Spagna. Ha influito anche in Italia ad aprile nel far votare centrosinistra persino a chi si turava il naso per certe posizioni papaline. Ma ora il conto da pagare viene presentato direttamente alla classe politica Usa che ha innalzato il bellicismo a sistema di governo e la fuga militarista in avanti a unica prospettiva strategica. Una lezione che i sudditi/alleati israeliani sembrano aver imparato bene, come mostrano la guerra in Libano e il continuo allargamento del fronte in nome di una vittoria sempre a portata di mano, sempre rinviata.
Il sapore agro della sconfitta di Lieberman sta allora nel ritardo con cui si è manifestata «l’ira dei moderati» che nelle presidenziali del 2004 latitò e regalò a Bush altri 4 anni. Allora i Clinton imposero al partito democratico di mettere il silenziatore sull’Iraq, quasi in una volontà di non vincere. Anche la coalizione che ci governa, ma non sempre ci rappresenta, manifesta prudenze, cautele, tentennamenti sul tema della guerra (in Iraq, in Afghanistan), tiene un discorso pubblico con gli italiani diverso da quello privato con gli interlocutori americani, con l’idea che si possano avvallare uccisioni, eccidi, distruzioni, senza mai pagarne il conto. Un’idea balzana della guerra gratis, della guerra a ufo, che per fortuna presto o tardi (e peccato che sia più tardi che presto) si rivela un boomerang.