I comunisti, la lotta degli studenti e la difesa della scuola pubblica.

Le manifestazioni studentesche del 17 novembre hanno palesato un forte dissenso nei confronti delle manovre del Governo su istruzione e università. I numerosi cortei che hanno attraversato le piazze delle città italiane hanno mostrato chiaramente che c’è ed esiste un senso comune di malessere ed avversione nei confronti del governo e della situazione generale.

I provvedimenti del governo – ricordiamone uno su tutti, quello che cancella i tagli esclusivamente per le scuole private – vanno verso una chiara direzione: porre fine ad una scuola di massa, creare una scuola per le elite e i figli della classe dirigente italiana, in altre parole, cristallizzare, tramite i dispositivi che riproducono questa configurazione sociale, il grande divario tra ricchi e poveri.

Tale ragionamento può sembrare una delle tante analisi che si succedono dopo un qualsiasi evento, è quindi necessario, per sostanziare questa tesi, guardare alcuni dati che ci aiutano a mettere in luce come il divario sociale sia presente nel comparto della formazione, nodo centrale per la riproduzione dell’assetto sociale dato: la fondazione Gianni Agnelli, elaborando alcuni dati provenienti dall’istituto per lo sviluppo della formazione dei lavoratori (isfol-plus), ci mostra con un grafico quale tipo di rapporto esista tra la classe sociale di provenienza e la collocazione dentro il sistema formativo.

Questo dato di insieme, oltre a mostrare come i rapporti di classe si riproducano dentro il sistema formativo rende conto anche del basso livello della mobilità sociale: il classico schema per il quale i figli sono in buona misura destinati alla medesima condizione sociale dei propri genitori è nei fatti confermato.

Questo rapporto tra classe sociale e indirizzo formativo trova, con i dovuti distinguo, validità dentro il mondo universitario: vi sono differenze anche tra chi l’università se la può permettere; i motivi che spesso spingono alla scelta di un corso di laurea piuttosto che un altro sono anche influenzati dalla condizione sociale dello studente e della sua famiglia.

Da questa sommaria analisi possiamo trarre una prima conclusione: la scelta del percorso formativo si basa, nella maggioranza dei casi, su quale possibilità ha lo studente, una volta ultimato il suo percorso di studi, di spendere il proprio titolo dentro il mercato del lavoro.

Questo ci fa capire il nesso che intercorre tra mondo della formazione, mercato del lavoro e società, e ci illumina anche sulla strada che dobbiamo intraprendere per la costruzione di un conflitto sociale che vada verso la conquista delle proprie rivendicazioni.

Dobbiamo essere in grado di analizzare le mobilitazioni di questi giorni e cogliere la loro eterogeneità a partire dal quadro di insieme che abbiamo prima descritto:

1) Il 17 ottobre si è tenuta a Roma una assemblea alla quale hanno partecipato anche esponenti di varie realtà, a partire dalla FIOM, che ha prodotto una piattaforma politica che tematizza in forma rivendicativa i contenuti delle mobilitazioni studentesche e quelli della piazza del 16 ottobre creando un terreno di lotta comune tra comparto della formazione e un pezzo considerevole del mondo del lavoro, uniti contro la crisi lo slogan di quella assemblea;

2) Non solo gli studenti si stanno opponendo al disegno del governo, in prima linea i ricercatori che vedono messo in crisi il loro posto di lavoro dentro l’università. I tagli alla ricerca oltre a rappresentare la cecità del governo significano uno smantellamento del nucleo su cui si regge gran parte della didattica, i ricercatori;

3) Queste mobilitazioni contengono in minima parte, ma è giusto dirlo, una dimensione corporativista portata avanti da chi ha interesse a mantenere la propria posizione ma si chiama fuori quando vengono avanzate rivendicazioni più avanzate.

Questi elementi fanno percepire un forte avanzamento: il movimento dell’onda, nonostante la sua carica propulsiva si era perso in rivendicazioni marginali rivolte principalmente alla didattica, e non aveva avuto la capacità di costruire terreni di confronto politico e mobilitazioni con il mondo del lavoro.

Per una analisi rigorosa dobbiamo vedere se queste mobilitazioni hanno dei “punti deboli” cioè degli elementi che potrebbero farle sopire. Sicuramente il momento è positivo: il governo Berlusconi è in crisi, la maggioranza non regge e la riforma è criticata da molte parti politiche da destra a sinistra che fanno da sponda al movimento. Questo movimento, come tutti quelli dagli anni novanta in poi, gioca in difesa, è questo il punto. Giocare in difesa nel nostro caso significa opporsi alla riforma senza avere una proposta complessiva, cioè senza avere, oltre ad alcune rivendicazioni, un’idea generale, nel nostro caso, sulla formazione e sul suo ruolo nella società, significa altresì non riuscire a produrre una discorsività contagiosa.

Questo punto di debolezza non è per nulla marginale: l’assenza di una proposta complessiva superiore alle rivendicazione allude ad una trasformazione sociale, lega in un orizzonte simbolico i soggetti coinvolti e produce coscienza critica verso l’ideologia dominante.

Questo carattere manca ai movimenti studenteschi degli ultimi anni che sono venuti a formarsi spesso sotto la spinta dell’”anti-berlusconismo”.

Non voglio negare il valore del movimento, ma voglio cercare di inserirlo nel dovuto spazio e capire come è possibile migliorare la situazione.

Sicuramente nella società manca una forza politica organizzata che si faccia carico dei due problemi sopra evidenziati: base materiale del conflitto sociale e proposta politica alternativa e allusiva ad un’altra società.

Questa forza politica va oggi ricomposta a partire dai conflitti e a partire anche dai conflitti che attraversano il mondo della formazione, questa forza va ricostruita a partire dai comunisti.