I Comunisti e l’insurrezione (1943-1945)

Ai garibaldini ed a tutti gli eroici partigiani caduti per la libertà, l’indipendenza e la rinascita dell’Italia

INTRODUZIONE

La pubblicazione di questi articoli scritti negli anni 1943-1945 non si propone soltanto di ricordare, nel decimo anniversario della Resistenza, l’eroismo e l’epica lotta del nostro popolo, ma vuole portare un contributo alla documentazione delle posizioni assunte dal Partito comunista italiano e dagli altri partiti, mettendo in luce la funzione decisiva avuta dalla classe operaia e dai lavoratori nella guerra di liberazione nazionale.

La pubblicazione degli atti e dei documenti sulle lotte combattute e sulle posizioni politiche assunte dai diversi partiti in quegli anni e sul contributo effettivo dato dagli uni e dagli altri alla guerra di liberazione nazionale ed alla sconfitta del fascismo, è indispensabile alla storiografia della Resistenza.

Molto dev’essere ancora fatto da questo punto di vista.
Vi sono è vero degli istituti e delle pubblicazioni col compito essenziale di raccogliere il materiale, le informazioni, le cronache, i documenti e di fare conoscere la storia della Resistenza italiana. Però alcune di queste riviste ufficiali o semiufficiali sembra abbiano piuttosto la funzione di falsificare o deformare la storia della Resistenza perché ignorano l’apporto decisivo dato ad essa dalla classe operaia e dai comunisti.

È vero che oggi sono ancora vivi i protagonisti della Resistenza i quali possono portare una testimonianza diretta: ma le loro esperienze non sono più soltanto quelle di ieri, e la loro esposizione non è sempre obiettiva a causa delle deformazioni derivanti dalle particolari posizioni politiche ed ideologiche. Nel giudicare eventi passati, ai quali si è partecipato, è facile scambiare l’atteggiamento che si ha oggi di fronte ad essi o che si reputa sarebbe stato giusto assumere con quello che effettivamente si è assunto allora, quando quegli eventi non avevano ancora avuto il loro epilogo. In molte narrazioni, esposizioni e storie della Resistenza italiana messe in circolazione, si trovano già, in quantità, giudizi, spiegazioni interessate e vere e proprie invenzioni /atte in buona fede e no, frutto del senno di poi e delle posizioni di parte dei loro autori. Noi stessi rievocando fatti, avvenimenti ed atteggiamenti del passato non possiamo fare a meno, malgrado lo sforzo per mantenerci obiettivi anche nel dettaglio, di raccontare le vicende di ieri alla luce della critica e dell’autocritica e cioè della conoscenza di oggi.

Non sempre e non tutti ebbero ieri coscienza delle incertezze, dei dubbi, delle esitazioni, delle incoerenze, delle insufficienze e degli errori che oggi appaiono chiaramente ai più. Quando ad esempio si parla della Resistenza, tutti i democratici e gli antifascisti affermano oggi di esservi stati favorevoli e sostenitori sin dal primo momento. Quando si attacca «l’attesismo» tutti asseriscono di essere immediatamente scesi in campo contro di esso. Non neghiamo la buona fede di molti, ma non mancano neppure coloro che sono interessati a deformare ed a falsare la realtà storica perché questa non è a loro favorevole.

La grande borghesia non ha alcun interesse a fare conoscere la vera storia della Resistenza in Italia perché questa suona condanna per le classi dominanti che hanno portato il paese alla rovina e si sono poi messe al servizio dello straniero.

Vi sono oggi due teorie che più delle altre cercano di farsi strada. L’una è quella dei responsabili del fascismo i quali per cancellare i loro tradimenti e le loro responsabilità sostengono che bisogna dimenticare il passato, che non bisogna più parlare né di fascismo, né di Resistenza, che tutti, fascisti ed antifascisti, hanno le stesse colpe e gli stessi meriti e cosi via. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, ecc. L’altra teoria è quella di coloro che avversarono quasi sempre il fascismo, ma che non mossero dito per combatterlo, ed attesero l’undicesima ora per uscire dalla loro inerzia, dalla loro passività e dalla loro prudenza. Costoro tentano oggi di creare la leggenda che tutti gli italiani furono per la Resistenza, che il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno, ma fu un fenomeno spontaneo. Ognuno sentì, dicono costoro, dal profondo dell’animo una voce: qualcuno la chiama la voce della patria, altri la voce della coscienza ed altri infine la voce di Dio. Questa comoda teoria, sostenuta ed appoggiata dai ceti borghesi, da quei partiti che non avendo dato molto tendono a sottovalutare l’apporto della classe operaia (e che in ogni caso hanno ragioni politiche per non dare a Cesare quel che è di Cesare ed al partito comunista ciò che gli spetta), fa parte anch’essa dell’azione delle forze conservatrici per avvilire o svalutare quest’epica lotta del nostro popolo.

Quando avanziamo questi rilievi ci si accusa, noi comunisti, di voler monopolizzare la Resistenza. E assolutamente falso. Non abbiamo mai voluto monopolizzare la Resistenza, vogliamo semplicemente che il contributo dato dalla classe operaia e dal partito comunista non sia ignorato, ne sottovalutato.

Vogliamo ricordare che per oltre vent’anni i comunisti combatterono il fascismo e lo combatterono per molto tempo da soli. Vogliano ricordare che i comunisti furono alla testa di quei grandi scioperi di Milano e di Torino del marzo 1943 che assestarono colpi decisivi al regime fascista. Vogliamo ricordare che all’8 settembre i comunisti, ovunque vi furono dei patrioti in lotta tanto a Roma, che a Torino ed a Milano, si trovarono alla loro lesta. Vogliamo ricordare che il Partito comunista italiano sin dal 9-10 settembre – com’è provato dai fatti e dai documenti – lanciò un appello agli italiani perché prendessero le armi e formassero i distaccamenti partigiani. Vogliamo non siano dimenticate quali sono state le condizioni effettive in cui si è sviluppata la Resistenza come fatto politico, militare e sociale, quali furono le forze motrici della Resistenza e quali invece le forze che, pur partecipando ai comitati di liberazione nazionale ed al Corpo dei volontari della libertà, fecero da remora e praticamente tentarono di limitare la guerra di liberazione, di impedire o fare fallire l’insurrezione nazionale.

Protagonista principale della lotta partigiana e della Resistenza fu la muova classe dirigente, la classe operaia, ed il contributo maggiore assieme a tutte le altre forze democratiche venne dato dall’avanguardia della classe operaia, il partito comunista. Questo dev’essere detto. Tutte le formazioni partigiane, qualunque fosse il loro colore politico, si sono appoggiate direttamente o indirettamente sulle lotte della classe operaia, dei contadini e dei lavoratori.

Non vi è d’altronde avversario serio che lo possa misconoscere. Lo scrittore francese Francois Mauriac ha scritto: «Solo la classe operaia nella sua massa è rimasta allora fedele alla nazione». E ciò che Mauriac scrive per la Francia può essere ripetuto a maggior ragione per l’Italia. Non vi è pubblicazione, sulla Resistenza, di militari o uomini politici di ogni parte da Carbone a Cadorna, a Trabucchi, da Battaglia a Parri che non riconosca l’apporto decisivo dei comunisti e del loro partito alla guerra di liberazione nazionale. I Cahiers d’histoire de la guerre, che vengono pubblicati in Francia a cura della presidenza del Consiglio dei ministri, in diversi articoli dedicati alla Resistenza europea non esitano a riconoscere l’apporto dei comunisti. Scrive il prof. H. Michel, segretario dell’Istituto per la storia della seconda guerramondiale: «I comunisti entrarono in blocco nella Resistenza attiva. La loro azione si manifesterà in maniera forte specialmente dal 1943 in poi. Ma sin dall’inizio essi furono temibili per l’occupante sia per la loro esperienza della vita clandestina, sia per il loro coraggio che per la loro abitudine a soffrire. Essi fanno entrare nell’organizzazione clandestina e della Resistenza le masse operaie e urbane. All’azione individuale del sabotaggio, alla raccolta delle informazioni, alle azioni dei gruppi patriottici e dei partigiani aggiungono le armi degli scioperi, del sabotaggio della produzione, delle manifestazioni di massa. Essi non esitano a versare il loro sangue. Forti di una esperienza acquisita nella guerra di Spagna, prendendo esempio dalle istruzioni date da Stalin alle popolazioni dell’Unione Sovietica, organizzano delle formazioni partigiane, ecc.». E ancora: «Senza dubbio l’apporto dei comunisti è stato considerevole. Essi avevano meno riguardo per la vita umana che non i loro compagni, il loro dinamismo andava sino al fanatismo. Essi erano più degli altri partiti attrezzati alle condizioni nuove di un tipo di combattimento senza precedenti, essi non erano imbarazzati dalla preoccupazione della forma e dal rispetto della legalità di cui gli altri non riuscivano a sbarazzarsi. Ciò facendo i comunisti hanno servito grandemente la causa della Resistenza ed hanno contribuito per una parte essenziale alla liberazione dell’Europa» (1).

La Resistenza in Italia è la storia delle lotte, dell’eroismo e dei sacrifici della classe operaia e dei lavoratori ed ha caratteristiche sue particolari in confronto di quelle di altri paesi. Ciò che differenzia la guerra di liberazione nazionale in Italia da quella di altri paesi di Europa è il legame molto stretto e combinato fra l’azione delle formazioni partigiane e la lotta degli operai e dei lavoratori dei grandi centri industriali e dei contadini nelle campagne. I «titisti» ci mossero l’accusa di esserci preoccupati durante la guerra di liberazione nazionale di organizzare e condurre soltanto degli scioperi nelle fabbriche invece di fare evacuare le città industriali e portare tutta la massa operaia in montagna tra le formazioni partigiane: stolta accusa che dimostra soltanto in coloro che la sostennero l’ignoranza dalla situazione italiana, del modo come si sviluppa la lotta delle grandi masse, dei rapporti che intercorrono tra la parte più avanzata di una classe o di un gruppo di classi e l’intera popolazione.

Basta pensare ai grandi centri industriali italiani, alla loro ubicazione, alle numerose linee ferroviarie e stradali che collegano rapidamente i più importanti centri del nostro paese, ai numerosi valichi (undici nel solo Appennino ligure-emiliano) per comprendere come le lezioni di marxismo e di strategia che i titisti ci volevano impartire non fossero altro che delle ridicole fanfaronate.

Il territorio jugoslavo con montagne e foreste al centro del paese, privo di importanti agglomerati industriali e con scarse vie di comunicazione, il contrasto tra le diverse nazionalità ed i gruppi etnici, questi ed altri elementi favorirono determinati aspetti che in quel paese assunse la guerra partigiana. Fu possibile ad esempio in Jugoslavia creare dei territori liberati per periodi abbastanza lunghi: ma questi territori non spezzavano le principali linee di comunicazione dei tedeschi, né impedivano le loro operazioni.

Noi non abbiamo mai sottovalutato l’eroismo, i sacrifici del popolo jugoslavo che i nostri soldati avevano conosciuto direttamente e l’importanza dell’esempio che da esso ci veniva; ma non potevamo, né volevamo copiare meccanicamente i metodi di condotta della guerra jugoslava perché a noi si ponevano dei problemi diversi in rapporto alla situazione del nostro paese, e in particolare per l’esistenza di un forte proletariato industriale. Inoltre noi volevamo portare la guerriglia partigiana nelle città stesse, in mezzo alle divisioni nemiche: ovunque, e con ogni mezzo, dovevamo attaccare l’invasore.

Anche ammesso tosse stato possibile in Italia – ed è semplicemente assurdo e puerile il pensarlo – organizzare nella situazione di occupazione tedesca l’esodo in massa delle popolazioni operaie delle grandi città per trasportarle in montagna e qui costituire delle forti unità partigiane, liberare zone e province, noi avremmo abbandonato nelle mani degli invasori tedeschi tutti gli impianti industriali del nostro paese. Avremmo lasciato loro strada libera, rendendoli padroni delle più importanti vie di comunicazione attraverso le quali avrebbero potuto fare transitare indisturbate le loro divisioni corazzate.

D’altra parte questa ipotesi appartiene al regno della fantasia perché se la parola d’ordine di abbandonare le fabbriche, di evacuare le città e di raggiungere in montagna le formazioni partigiane, fosse stata data, la massa degli operai e dei lavoratori non l’avrebbe potuta seguire. Soltanto la parte avanzata l’avrebbe accolta. I risultati sarebbero stati la separazione dell’avanguardia dalle masse, l’abbandono dei lavoratori delle grandi città a se stessi nelle mani del nemico ed un indebolimento certo della lotta.

La guerra partigiana assunse Italia una cosi grande ampiezza proprio perché essa fu sempre, sin dal primo giorno, accompagnata, alimentata e sostenuta dalle centinaia e centinaia di scioperi, dal sabotaggio della produzione nelle fabbriche, dall’azione gappista nelle città e dalle rivolte dei contadini nei villaggi. Senza i grandi scioperi nei centri industriali, senza l’azione dei contadini e delle grandi masse popolari l’avanguardia eroica dei combattenti sarebbe rimasta isolata, i distaccamenti partigiani non si sarebbero mai trasformati in brigate e poi in divisioni, l’insurrezione nazionale non ci sarebbe stata.

Inoltre non potevamo pensare di poter sostenere, sviluppare e portare al successo il movimento partigiano soltanto dando la parola d’ordine dell’insurrezione contro i tedeschi ed i fascisti. Sino a quando non fossimo stati in grado di scatenare e dirigere l’insurrezione vittoriosa i lavoratori dovevano pure vivere e dare da mangiare ai loro bambini, dovevamo occuparci dei loro bisogni immediati. La parte più cosciente del proletariato non può mai in nessun momento, anche quando si conduce la lotta armata disinteressarsi dei problemi contingenti, delle rivendicazioni vitali che assillano i lavoratori.

Né le lotte rivendicative, durante la guerra di liberazione, erano impostate e condotte soltanto a scopo tattico e agitatorio: al contrario tendevano ad ottenere ed ottennero dei successi concreti ed immediati sia sul terreno economico che sul terreno politico. Vi era allora chi aveva dei dubbi sulla possibilità di condurre una giusta politica nazionale se nelle stesso tempo impegnavamo la lotta per la difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche. Specialmente i dirigenti dei partiti liberale e democristiano in seno ai comitati di liberazione sotto il pretesto della necessità di realizzare la larga ed efficiente unità nazionale si sforzavano di impedire o limitare la lotta dei lavoratori contro i padroni.

In realtà era possibile condurre una giusta politica nazionale solo se nello stesso tempo si difendevano gli interessi immediati delle masse lavoratrici. Il potenziamento delle formazioni partigiane e della lotta insurrezionale poteva avvenire soltanto nella misura in cui riuscivamo a realizzare giorno per giorno dei successi sia pure piccoli e limitati anche nelle fabbriche e in difesa delle rivendicazioni delle popolazioni delle città e delle campagne. La lotta per il pane diventava cosi nel tempo stesso lotta nazionale, lotta delle grandi masse per la cacciata dei tedeschi e la sconfitta definitiva dei fascisti.

La storia delle rivoluzioni e delle lotte per la liberazione nazionale stanno a testimoniare che più grande è il numero degli uomini che partecipano ad un avvenimento e più grande è l’ampiezza e la portata dell’avvenimento stesso: precisamente quando le larghe masse popolari si sono messe in movimento, la loro partecipazione ha determinato la marcia degli avvenimenti, il contenuto e lo sbocco di quelle lotte.

Sempre le masse popolari sono state la forza motrice della storia, ma la loro funzione è aumentata in modo decisivo nell’epoca nostra quando alla testa delle masse popolari si è posta la classe operaia, il proletariato industriale, si è posta cioè una classe conseguentemente rivoluzionaria ed il suo partito politico: il partito comunista. Perché l’azione, l’influenza delle masse popolari sullo sviluppo degli avvenimenti dipende dal loro grado di organizzazione, di unità, di comprensione dei loro interessi fondamentali.

Il carattere di massa e popolare che ebbe la lotta partigiana in Italia diede ad essa una particolare impronta progressiva e sociale che la caratterizza e distingue nettamente dal primo Risorgimento. Per quanto anche allora gli uomini del popolo abbiano scritto, con le loro gesta eroiche, pagine gloriose in tutte le guerre e le insurrezioni per l’indipendenza dell’Italia, e specialmente nelle leggendarie imprese garibaldine, non c’è dubbio però che le masse lavoratrici e popolari furono in gran parte assenti e tenute lontane dal movimento per l’unificazione del nostro paese.

Proprio per questo il primo Risorgimento fu rachitico, stentate e limitate le sue riforme; la rivoluzione borghese fini in un compromesso e non riuscì a portare a fondo la lotta contro il feudalesimo. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini ed i lavoratori del nord e del sud, ebbe sin da allora paura delle masse popolari, non vi fu di conseguenza una rivoluzione nazionale.

Lo Stato nazionale venne costituito egualmente, ma proprio perché ciò avvenne più con le guerre, con le alleanze con lo straniero, con i compromessi ed i trattati diplomatici che non con la partecipazione delle larghe masse (l’epopea garibaldina ebbe proporzioni limitate), non vi fu rivoluzione nazionale. Il Risorgimento, come scrive Antonio Labriola, è stato «una rivoluzione democratica non compiuta ed ha lasciato il paese nella corruttela e nel pericolo permanente».

Tuttavia l’unità d’Italia fu realizzata, lo Stato nazionale venne costituito, e noi non neghiamo alla parte più cosciente della borghesia la funzione dirigente che allora ha avuto, anche se ne mettiamo in luce i limiti, le grettezze, le paure. Ma nell’epoca nostra il nerbo principale della Resistenza e della guerra partigiana furono ovunque la classe operaia e le masse popolari, anche se in ogni paese il movimento ebbe caratteristiche proprie. «La Resistenza – scrive Togliatti – è il primo apparire e affermarsi di una classe dirigente nuova alla testa di tutta la vita nazionale. Sarebbe errato pretendere che questo sia, in quel periodo della storia d’Europa, un momento caratteristico soltanto della storica del nostro paese. Egualmente sarebbe errato però ritenere che il fatto si produca in altri paesi, soprattutto nell’Europa occidentale, con la stessa nettezza di contorni e profondità di manifestazioni che da noi. Non c’è dubbio che anche in Francia, per esempio, il movimento nazionale per la liberazione dai tedeschi fu animato da una profonda critica e ripulsa degli orientamenti politici, del costume e del personale dirigente della Terza repubblica. Ma non vi è dubbio d’altra parte che la frattura era qui cosi poco netta e profonda che, anche nei momenti più aspri della lotta, non fu sempre facile distinguere bene tra determinati gruppi che aderivano alla Resistenza, e altri che si adattavano senza sforzo al regime del maresciallo Pétain (2).

Che la guerra partigiana di liberazione abbia avuto in Italia un suo particolare carattere lo dimostra la terminologia stessa impiegata per designare il movimento e gli organismi che lo diressero. Si parla di guerra di liberazione, di volontari della libertà, di C.L.N., di brigate d’assalto Garibaldi: ma rileggendo questi scritti di dieci anni or sono non vi troviamo una sola volta la parola «Resistenza», e ciò non è senza significato. Il nonne Resistenza – che ci viene dalla Francia ed ha acquistato significato internazionale – è oggi caro a tutti i patrioti, a tutti i partigiani perché in una parola sintetizza la lotta, il sangue, l’eroismo, le lacrime, i sacrifici dei popoli per la conquista della libertà. Il nome di Resistenza dice tutto, è diventato sinonimo di lotta partigiana. Ma perché tale nome non fu usato, non divenne popolare allora in Italia?

La guerra partigiana aveva da noi un carattere diverso che non in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un paese invaso dallo straniero, ma un paese oppresso dalla dittatura fascista. Più. che altrove la guerra partigiana era in Italia lotta militare e lotta sociale nello stesso tempo, era lotta per l’indipendenza e l’insurrezione nazionale, per la conquista della libertà. La Resistenza in Italia è stata antifascista e più che altrove ha avuto carattere di lotta contro quei gruppi del grande capitale che avevano prima dato vita al fascismo e poi portato il paese alla rovina.

Ovunque, come in Italia, la Resistenza ebbe quale forza motrice e principale la classe operaia e le masse lavoratrici, i comunisti si trovarono all’avanguardia ed ebbero la coscienza di esprimere gli interessi nazionali e le aspirazioni della nuova classe dirigente, di rappresentare l’avvenire del paese. Ponevano l’esigenza non soltanto di sconfiggere i tedeschi, ma di liquidare il fascismo, di conquistare la libertà, di rinnovare le vecchie strutture economiche della società. Specialmente nell’Italia del nord l’iniziativa e la direzione dei C.L.N. e della lotta partigiana fu sempre nelle mani dei partiti antifascisti, dei partiti più avanzati ed in modo particolare del partito comunista: il che naturalmente era tutt’altro che gradito agli angloamericani per i quali la Resistenza avrebbe dovuto soltanto essere uno strumento di guerra, un’arma in più da impiegare per sconfiggere l’esercito hitleriano. Battuti i tedeschi i partiti non avrebbero più avuto nulla da fare, né da chiedere. Per gli angloamericani il dovere dei partigiani era uno solo: combattere e tacere.

Non così la pensavano i partigiani ed i loro comandi i quali non si consideravano agli ordini: degli «alleati», e volevano mantenere la loro indipendenza, la loro libertà d’azione.

Con gli «alleati», i comandi partigiani, garibaldini e il C.V.L. collaboravano allo scopo di sconfiggere il comune nemico, ma essi avevano coscienza di rappresentare una forza e degli interessi nazionali che non facevano capo né a Londra né presso alcun’altra potenza straniera. Avevano coscienza di avere un programma il quale non era soltanto quello di cacciare i tedeschi dal suolo patrio.

La Resistenza italiana aveva un programma politico e sociale.

Se è vero che i comitati di liberazione nazionale non formularono mai una carta programmatica, è altrettanto vero che il programma esisteva ed era dato dalle aspirazioni delle forze sociali e politiche che erano le forze motrici della lotta di liberazione, dalle forze che quella lotta organizzarono, diressero e condussero alla vittoria. Quel programma era nella natura stessa di quelle forze che non furono né i grandi industriali collaboratori dei tedeschi, né i grandi agrari inginocchiati davanti all’invasore, né la Chiesa sempre pronta a servire il vincitore e le classi dominanti, ma furono gli operai, i braccianti, i contadini, la piccola borghesia, gli intellettuali di avanguardia, i comunisti, i socialisti, gli azionisti, i democratici di sinistra e sebbene in misura assai minore, anche uomini appartenenti ad altri partiti, democristiani, liberali, monarchici. Il programma della Resistenza italiana fu quello della creazione d’un regime politico e sociale nuovo: proprio per questo è stato detto che la Resistenza è stata il secondo Risorgimento.

La Resistenza italiana non fece mai mistero di questo suo programma. Basta citare tra i tanti documenti, la mozione del Comitato di liberazione dell’Alta Italia approvata e pubblicata a Milano nel gennaio 1944.

In essa si dice tra l’altro: «Non vi sarà posto domani da noi per un regime di reazione mascherata e neppure per una democrazia zoppa. Il nuovo sistema politico, sociale ed economico non potrà essere che la democrazia schietta ed effettiva. Nel governo di domani, anche questo è ben certo, operai, contadini, artigiani, tutte le classi popolari, avranno il peso determinante ed un posto ade-guato a questo peso avranno i partiti che le rappresentano».

In realtà tutta l’azione degli angloamericani e dei partiti conservatori italiani anche durante la guerra era volta a limitare al massimo la partecipazione delle masse popolari alla lotta e la lotta stessa allo scopo di aprire le porte proprio a quel regime di reazione mascherata e di democrazia zoppa di cui si parlava in quel documento del Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia.

Di qui le diffidenze ed il legittimo sospetto verso gli angloamericani, di qui gli attriti ed i contrasti che sorsero tra i comandi partigiani e gli «alleati» di qui il rifiuto dei partigiani ad obbedire all’ordine di smobilitazione dato da Alexander sulla soglia dell’inverno 1844-45 il quale non aveva altro scopo, rinviando i patrioti italiani alle loro case se non quello di impedire che la liberazione delle città italiane e dei grandi centri industriali fosse opera degli italiani stessi.

Grazie alla larga partecipazione della classe operaia e dei lavoratori, la guerra partigiana assunse in Italia non soltanto particolari caratteristiche politiche, ma anche militari. Tutti gli schemi dell’arte e della scienza militare ne uscirono infranti. Scrive Roberto Battaglia : «L’aspetto militare della guerra di liberazione sta proprio in ciò, nell’aver smentito tutte le previsioni dei tecnici nostrani e stranieri, nell’aver rotto tutti gli schemi più diffusi della scienza e dell’arte militare» (3).

Non che la guerra partigiana sfugga alle leggi dell’arte militare. La guerra partigiana, come ogni operazione degli eserciti regolari, è pur essa sottomessa alle leggi dell’arte e della scienza militare. Tuttavia il carattere specifico delle operazioni che la guerra partigiana, l’insurrezione nazionale comportano è sensibilmente diverso da quello di un esercito regolare. Bisogna ricordare inoltre che la guerra partigiana si sviluppò in Italia e negli altri paesi in una situazione interna ed internazionale senza precedenti.

Gli insegnamenti del passato furono utili e preziosi, ma erano patrimonio di pochi. La letteratura della lotta per bande non manca, anche se non abbonda; sia quella che si riferisce all’epoca del nostro Risorgimento, alle guerre napoleoniche in Spagna nel 1808 ed in Russia nel 1812, che al più vicino periodo della guerra civile in Russia (1917-1921): ma non vi era né tempo, né possibilità di organizzare delle scuole militari. Vi fu. invece una grande scuola, un’esperienza diretta, viva, fatta da milioni di uomini e trasmessa ad altri milioni di uomini, un’esperienza che insegnò non ad una élite, ma alle grandi masse, ed esercitò una influenza decisiva imprimendo uno slancio possente al movimento partigiano di tutta l’Europa: fu soprattutto l’esempio sovietico. La Resistenza si era già manifestata, è vero, con episodi di mirabile eroismo in Polonia, in Belgio, in Francia, in Olanda, in Cecoslovacchia e con particolare forza ed ardimento nei Balcani, ma il movimento era piuttosto limitato, non trascinava ancora larghe masse all’azione, ed in alcuni paesi invasi o sottoposti alla tirannia fascista si trattava per lo più di resistenza passiva. L’aggressione all’Unione Sovietica e la sua entrata nel conflitto non soltanto mutò le sorti della guerra, ma cambiò completamente anche il carattere e l’ampiezza della Resistenza. L’esempio d’ardimento offerto dai giovani, dalle donne, dai vecchi dell’ Unione Sovietica, dalla popolazione tutta che non piegava, che non disperava, che non dava tregua e colpiva il nemico ovunque, suscitò non soltanto l’entusiasmo e l’ammirazione dei popoli in lotta contro il fascismo, ma l’emulazione delle forze nazionali in ogni paese occupato.

I patrioti, coloro che amavano la libertà furono incoraggiati a prendere le armi, a lottare, ed ebbero la dimostrazione che si poteva e si doveva attaccare subito il nemico. Dall’esempio meraviglioso dei partigiani sovietici ci vennero preziose esperienze politiche e militari e soprattutto una fede che nessun sacrificio poteva spegnere.

Il comandamento di Stalin, «rendere impossibile la vita all’invasore», divenne la parola d’ordine anche dei partigiani italiani e non solo dei garibaldini.

Senza le epiche lotte, che non hanno precedenti nella storia, dell’eroico popolo sovietico, senza la resistenza sublime dei difensori di Stalingrado, la Resistenza in Europa sarebbe stata tutt’altra cosa.

In secondo luogo furono di grande importanza nella organizzazione e nella direzione della guerra partigiana in Italia le esperienze fatte alcuni anni prima dai garibaldini italiani in difesa della Repubblica spagnuola. A cominciare dal nostro comandante le brigate d’assalto Garibaldi, il compagno Luigi Longo, che fu alla testa del C.V.L., tutta una serie di comandanti e di commissari garibaldini avevano avuto il battesimo del fuoco e fatta la loro esperienza in terra di Spagna. Ricordiamo tra gli altri i compagni Antonio Roasio, Giuseppe Alberganti, Vittorio Bardini, Rio Barontini, Antonio Carini, Oberdan Chiesa, Eugenio Giovannardi, Francesco Leone, Aldo Lampredi, Vittorio Mallozzi, Italo Nicoletto, Giuliano Pajetta, Piero Pajetta, Giovanni Pesce, Nello Poma, Francesco Scotti, Alessandro Vaia

Perché ciò che i nostri garibaldini avevano saputo fare in terra di Spagna non poteva essere fatto in Italia per la conquista della libertà e dell’indipendenza del nostro paese?

A questo punto intervenivano gli strateghi che sin dai primi giorni avevano tentato di dimostrarci, storia alla mano, l’impossibilità di condurre la guerra partigiana nelle città e nelle valli e tanto meno in montagna dove i movimenti sono difficili per mancanza di vie di comunicazione e la sussistenza è resa ancora pia difficile dalla improduttività delle zone montagnose. Costoro non comprendevano che le difficoltà della guerra partigiana di liberazione dovevano essere e sarebbero state risolte innanzi tutto su di un piano politico: mobilitando la classe operaia e le masse popolari noi eravamo certi di riuscire a risolvere anche i problemi e le difficoltà di carattere militare.

I fatti ci diedero ragione. Senza basi di operazione a cui appoggiarsi, senza armi, senza cannoni, senza carri armati, senza magazzini, senza mezzi per iniziare ed alimentare questa guerra, senza l’appoggio diretto di nessun governo, abbandonati ad ogni incertezza del presente, i lavoratori si impegnarono nella più splendida lotta che fosse mai esistita contro delle truppe agguerrite, fortemente superiori per numero ed armamento.

Si impegnarono decisamente e vinsero.

La guerra partigiana generalmente non viene condotta con azioni di larghe masse di combattenti, anche quando l’ambiente e le circostanze particolari favoriscono il concentramento in un dato punto di numerose unità. Ma in Italia essa assunse un carattere di massa perché le azioni di guerra delle unità partigiane erano collegate ed accompagnate dalle grandi manifestazioni e dagli scioperi degli operai delle città, dalle rivolte dei contadini nelle campagne, dalla solidarietà internazionale e dall’eroismo del glorioso esercito sovietico che dava esempio e slancio alla lotta più decisa. Non esisteva tra i belligeranti una linea di fronte determinata che separasse le forze combattenti perché le unità partigiane non erano confinate sulle montagne o nelle valli, ma esse avevano le loro colonne e diremmo il grosso delle loro forze, costituito dalle masse popolari, accampate ed attive nelle città in mezzo alle divisioni nemiche. Amici e nemici, da una parte e dall’altra, non erano separati da due campi distinti. I patrioti che agivano nelle città erano circondati dai tedeschi e dai fascisti ma a loro volta costoro camminavano su di un terreno minato e sapevano di operare in territorio «nemico».

Man mano che il movimento partigiano si sviluppava, che i distaccamenti si trasformavano in brigate e poi in divisioni, si poneva obiettivi sempre più avanzati. Villaggi, vallate, ed intiere zone vennero liberate. Nella seconda metà del 1944 si riuscì a passare ad una forma superiore di guerra partigiana. Nel Piemonte, nella Lombardia, nell’Emilia, nel Veneto e nella Liguria vi furono territori temporaneamente liberi che vennero organizzati democraticamente sulla base del potere popolare.

La liberazione di paesi e di intere vallate non era cosa facile, data la consistenza e la caratteristica delle formazioni partigiane (deficienza di armi pesanti, mancanza di cannoni, di carri armati, di artiglieria contraerea e di aviazione), ma permetteva di avere più ampie possibilità di operazione, di tagliare permanentemente alcune vie di comunicazione del nemico e di tenere impegnate forti aliquote delle sue truppe. Non ci proponevamo di «occupare» permanentemente delle zone, ma di liberarle dal nemico, di sbarazzarle da ogni suo presidio e controllo, di costringere il nemico a spostare le sue forze altrove. Il territorio liberato non era considerato zona di «riposo» dove le unità partigiane potessero avere prospettiva di sistemarsi stabilmente. L’azione dei garibaldini nelle zone liberate non doveva consistere nell’aggrapparsi al terreno, nel sistemare tutta l’organizzazione logistica, i magazzini, i depositi, gli autoparchi, ma nel muoversi più rapidamente, nello spostarsi più facilmente per attaccare il nemico ed impedirgli di vivere in pace.

La liberazione anche temporanea di villaggi e vallate e la costituzione di zone libere aveva una grande importanza politica e militare. Disgregava e demoralizzava le forze nemiche, suscitava entusiasmo ed audacia tra i partigiani e le popolazioni, era la premessa necessaria per la costituzione di grandi unità partigiane e per avviarci all’insurrezione generale vittoriosa.

Nessun altro partito ha dato alla guerra di liberazione nazionale un contributo di azione e di sacrificio, di forze militanti e dirigenti quanto il partito comunista. Tra l’altro perché nessun altro partito disponeva di una organizzazione e di una influenza tra la classe operaia e i lavoratori pari a quelle del nostro.

L’esperienza acquistata in vent’anni di azione clandestina contro il fascismo e negli anni della lotta delle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica spagnuola diede al nostro partito ed alle nostre formazioni partigiane una grande superiorità su tutti gli altri movimenti: «L’assoluta preponderanza dei comunisti nel Comando generale corrispondeva del resto all’effettiva situazione del movimento alla periferia» (4).

Negli articoli e rapporti qui raccolti il cui contenuto è spesso critico ed autocritico si può vedere qual era la consistenza e la forza dell’organizzazione nostra all’8 settembre 1943 e quale lavoro fu necessario per superare i difetti e le debolezze e mettere il partito in grado di assolvere alla sua funzione.

Ancora una volta dovemmo modificare le forme, i criteri di organizzazione, i metodi di lavoro adattandoli alla nuova situazione che si era creata, in modo da prestare il meno possibile il fianco al nemico e da potergli assestare i colpi più forti con minori perdite da parte nostra. Il compito principale, per non dire esclusivo, di ogni organizzazione comunista dal centro alla periferia diventò quello di organizzare la guerra partigiana e l’insurrezione nazionale nelle città e nelle campagne. La direzione del partito diramò immediatamente la direttiva per la mobilitazione generale. Con tale direttiva si invitavano tutti i militanti a dare il contributo attivo alla guerra di liberazione e si stabiliva che il 50% dei compagni di base e dei quadri del partito doveva dedicarsi esclusivamente all’attività militare nelle città e nei villaggi, costituendo delle formazioni partigiane, e che il 15-20%, doveva arruolarsi nei G.A.P. e, nelle brigate d’assalto Garibaldi.

In ogni comitato federale venne costituita una sezione militare incaricata della mobilitazione dei compagni e dei lavoratori per la guerra di liberazione. Anche le altre attività che il partito continuava a sviluppare dentro e fuori dalle fabbriche dovevano confluire allo scopo principale: la guerra di liberazione nazionale. Fu la rete organizzativa del partito che assicurò il costante collegamento tra il Comando generale delle brigate Garibaldi ed i comandi regionali e tra lo stesso comando del C.V.L. e molti dei comandi da esso dipendenti. Tutta la stampa del partito, da La Nostra Lotta a l’Unità, ai diversi fogli locali, non si limitò più a dare delle direttive di orientamento politico, ma impartì delle precise norme di organizzazione per la condotta della guerra partigiana. Si trattava di volta in volta di indicazioni concrete per la costituzione ed il funzionamento di formazioni partigiane, per il loro modo di agire, di muoversi, di attaccare il nemico, si trattava della scelta degli obiettivi, dell’organizzazione degli scioperi, del sabotaggio, dei rapporti con gli altri partiti e con la popolazione e degli infiniti altri compiti che la guerra di liberazione poneva.

Direttive vennero impartite sul modo di lottare contro le deportazioni creando rapidi e seri servizi di informazione, costituendo nelle fabbriche le squadre di difesa, nuclei permanenti di vigilanza pronti a dare l’allarme ed a guidare gli operai nella lotta per fronteggiare i rastrellamenti.

Gli stessi problemi per cosi dire ordinari, di normale organizzazione del partito, ad esempio quello del reclutamento, erano visti in funzione delle necessità della lotta partigiana.

Nel settembre-ottobre 1944 lanciammo una grande campagna di reclutamento chiamata la leva dell’insurrezione. Questa campagna venne condotta ed intensificata proprio mentre il generale Alexander tentava di impartire ai partigiani le vergognose e capitolarle disposizioni della smobilitazione.

La leva dell’insurrezione doveva servire a reclutare nuove forze per irrobustire le file partigiane e colmare i vuoti prodotti dalle perdite in combattimento.

Il nostro è senza dubbio uno dei pochi esempi di trasformazione rapida di un partito politico sul piano della lotta armata e insurrezionale. L’organizzazione del partito venne creata, sotto forme diverse a seconda della situazione e dell’opportunità, anche in seno alle unità partigiane combattenti e non solo nelle brigate d’assalto Garibaldi, ma anche nelle altre unità partigiane influenzate da altre correnti politiche o dirette da comandanti appartenenti ad altri partiti.

Ci proponemmo di essere presenti in ogni unità partigiana.

L’obiettivo delle nostre cellule e dei nostri gruppi comunisti nelle unità partigiane era uno solo: lavorare in collaborazione col comando per rafforzarle e renderle più combattive.

Anche nelle città e nei villaggi il partito creò nuove forme di organizzazione per favorire lo svilupparsi dell’azione di massa e dell’azione militare. I compagni che facevano parte dei G.A.P. (Gruppi d’azione patriottica) erano organizzati a parte perché non costituissero un pericolo per tutta la rete organizzativa. Quasi sempre il gruppo di combattimento gappista costituiva una cellula a sé.

Uno dei criteri generali di organizzazione adottato in quel periodo fu quello del decentramento. Furono rafforzate notevolmente le direzioni locali, regionali, provinciali e di zona, tanto politiche che militari.

In previsione delle difficoltà di comunicazione e della rottura di collegamenti che si sarebbe potuto creare nel corso della guerra di liberazione tra una regione e l’altra, creammo in ogni regione una direzione (i triumvirati insurrezionali) in grado di assolvere a tutti i compiti politici e militari, anche nel caso di mancanza di legame con la direzione del partito.

Un’organizzazione centralizzata sarebbe stata facilmente individuabile ed avrebbe potuto diventare comodo bersaglio per il nemico.

Un processo di centralizzazione nel campo militare unità di comando, maggior coordinamento delle azioni partigiane tra una zona e l’altra, tempestività e contemporaneità delle azioni – andò sviluppandosi man mano che si modificavano i rapporti di forza e che le unità partigiane divenivano brigate e divisioni.

I principi organizzativi del marxismo-leninismo e gli insegnamenti del compagno Togliatti si dimostrarono giusti anche durante la guerra di liberazione ed assicurarono non soltanto il funzionamento ma lo sviluppo del partito ed il successo del movimento partigiano. Quei principi ci avevano insegnato che è sbagliato ricercare una forma di organizzazione del partito e dei metodi di direzione che siano validi per tutte le situazioni; ma che le forme di organizzazione e dei metodi di lavoro devono essere interamente condizionati alle particolarità della situazione storica concreta del momento e dei compiti che scaturiscono da questa situazione.

La parola e i consigli del compagno Togliatti ci arrivarono sempre, anche nei momenti più difficili. Non soltanto, come milioni di italiani, potevamo ascoltare i suoi appelli alla radio, ma ricevevamo da lui anche direttive politiche ed organizzative chiare e precise.

«L’insurrezione che noi vogliamo dev’essere non di un partito o di una parte sola del fronte antifascista, ma di tutto il popolo, di tutta la nazione… In conformità con questa linea generale dovrete risolvere i problemi di organizzazione. È giusto che i comunisti prendano nell’organizzazione armata un posto di avanguardia, ma questa organizzazione armata dev’essere unitaria. Si impone la fusione di piccoli gruppi di partigiani isolati in unità militari più grandi…

«… Per il successo di azioni più vaste e dell’insurrezione stessa è necessario che facciate entrare in azione le masse con azioni preparate e organizzate nelle forme più opportune» (Messaggio del giugno 1944).

Fu nel corso della grande lotta partigiana e patriottica e della più larga azione di massa nelle città e nelle campagne, sviluppata durante i diciotto mesi della guerra di liberazione nazionale che il partito comunista aumentò notevolmente il suo prestigio e la sua forza. La guerra di liberazione nazionale non era ancora terminata, e in tutta l’Italia del nord, da Firenze in su, il partito era ancora impegnato nella lotta armata, che già sulla base delle direttive del compagno Togliatti veniva preparato il passaggio dall’illegalità alla legalità, veniva preparata la trasformazione dell’organizzazione ristretta, chiusa in una larga, possente organizzazione di un partito di tipo nuovo.

Ed è per dare un contributo all’informazione seria sul come è sorto e si è sviluppato il movimento partigiano in Italia, sulle difficoltà incontrate e sul carattere che ha avuto la Resistenza nel nostro paese che abbiamo ritenuto di fare cosa non priva di interesse pubblicando un certo numero di articoli e di documenti scritti in quell’epoca.

Questi articoli e rapporti hanno quasi tutti il carattere di direttive d’azione, trascendono quindi il fatto personale di chi materialmente li ha scritti (la loro elaborazione è stata il frutto di discussioni ed esperienze collettive) e sono testimonianza indiscutibile di quella che fu allora la politica del Partito comunista italiano.

Pietro Secchia
5 Marzo 1954.

Note:

1) Cahiers d’histoire de la guerre, n. 3, 1950, pp. 10-12.
2) Rinascita, dicembre 1953, p. 678-679
3) Battaglia, Società, 1950, n. 2, p. 195
4) Cadorna, La Riscossa, p. 135