I capi sciiti esortano: «Lotta contro l’invasore»

Americani e britannici garantivano una sollevazione immediata contro Saddam, ma l’annunciato abbraccio tra i «liberatori» e le popolazioni del sud dell’Iraq già represse dal regime iracheno non è avvenuto

GERUSALEMME
«Il tradimento degli sciiti», hanno titolato diversi media internazionali per sottolineare la prima sorpresa che americani e britannici hanno ricevuto nell’Iraq meridionale dove credevano di essere accolti come «liberatori» e invece si sono ritrovati a recitare il loro unico ruolo, quello degli invasori. In realtà è stata una sorpresa solo per coloro che cercano di farsi una idea del mondo arabo e islamico leggendo i testi di Bernard Lewis, l’orientalista al servizio di George Bush, o peggio ancora gli ultimi libri di Oriana Fallaci. Un errore strategico che costerà molto ai piani bellici anglo-americani e che le notizie giunte ieri rendono addirittura imbarazzante per Washington e Londra. L’ayatollah Mohammed Baker Hakim, leader dell’Asrii, la principale organizzazione dell’opposizione sciita dell’Iraq, che domenica aveva esortato la popolazione irachena a rimanere «neutrale» nel conflitto, invece ieri ha avuto parole di fuoco contro l’invasione anglo-americana. «Sin dall’inizio avevamo detto che questa guerra era sbagliata e contro gli interessi del popolo iracheno» ha detto Baker Hakim, aggiungendo che gli invasori verranno combattuti in ogni modo. Un proclama simile è giunto anche dall’imam Mohammad Khaqani, massima autorità religiosa degli sciiti della città santa di Najaf. Senza dimenticare le migliaia di libanesi cristiani maroniti, sunniti e sciiti che ieri hanno attraversato le strade di BeIrut per denunciare l’aggressione anglo-americana all’Iraq. Contro le previsioni di George Bush e Tony Blair e dei loro generali e agenti segreti, gli sciiti hanno dimostrato di sentirsi prima di ogni altra cosa iracheni e non solo parte di una minoranza religiosa che pure ha subito crimini gravissimi da parte del regime. La guerra in Iraq ha ridato forza al nazionalismo arabo che tutti aveva dichiarato morto. E con ogni probabilità la resistenza degli sciiti assieme alle forze più fedeli a Saddam Hussein, quindi sunnite, ha spiazzato anche la leadership dell’opposizione irachena esule in Iran che, forse, anche su pressione di Tehran, si schiera ora con chi combatte gli invasori. Come indica il cambio di marcia fatto dall’ayatollah Baker Hakim. «Gli americani hanno costruito la loro strategia pensandola guerra sarebbe stata una passeggiata e che sarebbero stati accolti con calore dagli iracheni, sciiti e non. Così non è stato e ora si trovano nei guai politici e militari» ha commentato il professore Mustafa Hamarneh, direttore del Centro di studi strategici dell’Università di Amman. Sono stati smentiti, ha aggiunto Hamarneh, «i tanti che, anche nel mondo arabo, ritenevano che gli sciiti – la cui rivolta contro il regime di Saddam Hussein subito dopo la guerra del Golfo del 1991 venne sanguinosamente repressa – avrebbero accolto i soldati Usa come liberatori in tutte le città del Sud quali Bassora, Nassiriya, Najaf e Karbala, da sempre loro roccaforti. Invece la resistenza più aspra è stata incontrata dalle truppe americane proprio in queste città». Anche il professore ritiene che i sentimenti nazionali della maggioranza sciita irachena sono più forti della appartenenza religiosa, e «l’esempio migliore», ha affermato, «è stata la loro lotta a fianco al regime musulmano sunnita di Saddam nella guerra del 1980-1988 contro lo sciita Iran. Questo perché considera questa guerra coloniale e non di liberazione». Hamarneh ha previstoanche se Saddam cadrà, «la guerriglia contro le forze anglo-americane continuerà». «Se io fossi Mubarak o re Abdallah sarei ora molto più preoccupato di cinque giorni fa», ha concluso Hamarneh facendo riferimento alle politiche filo-Usa svolte sino ad ora dal presidente egiziano e dal sovrano giordano.

Il confronto tra i musulmani sunniti e sciiti risale alla lotta per la successione al profeta Maometto. Un confronto prima legato a motivi religiosi e poi anche sociali. Gli sciiti hanno sempre combattuto contro un ordine politico dettato unicamente dalla maggioranza sunnita (nel mondo islamico ma non in Iraq dove gli sciiti sono il 60 per cento della popolazione). Nei primi secoli dell’islam la perenne rivolta degli sciiti, in particolare di quelli ismailiti, generò la setta dei Qarmati che occupò la Mecca, fece a pezzi la Pietra Nera, impedì per circa 20 anni i pellegrinaggi e creò nella penisola arabica, partendo dal Bahrein, una sorta di repubblica con tendenze socialiste. E gli sciiti hanno dovuto lottare anche per proteggere i loro luoghi santi, quasi tutti in Iraq, come le città Kerbala e Najaf seconde solo alla Mecca e a Medina. A Kerbala (500.000 abitanti) si trova sepolto il terzo iman, Hussein. A Najaf riposano invece le spoglie del primo iman Ali (genero e compagno di lotte del profeta) dal quale ha origine lo sciismo. Nel sud dell’Iraq nessuno ama Saddam Hussein, ma ciò che gli americani e i britannici non sono in grado di comprendere è che ogni musulmano e ogni arabo porta scritto nel suo codice genetico una data: 10 febbraio 1258. In quel giorno le armate mongole di Holagu Khan, discendente diretto di Gensis Khan, dopo settimane di assedio catturò e rase al suolo Baghdad, città simbolo dell’islam e del mondo arabo, facendo oltre 100 mila morti tra la popolazione. Un trauma che a distanza di tanti secoli non è stato ancora superato. Per gli arabi – sunniti, sciiti, cristiani, di ogni setta religiosa – il texano George Bush è soltanto il nuovo Holagu Khan.