I campesinos messicani in piazza contro il Nafta

Col 2008 entra in vigore l’ultimo capitolo del trattato di libero commercio tra Usa, Canada e Messico: mais, fagioli, zucchero. Il colpo di grazia
Un’ondata di manifestazioni ha percorso il Messico da nord a sud dalla notte di Capodanno. Erano manifestazioni di campesinos – ma non solo – contro l’avvio dell’ultimo capitolo del trattato di libero commercio fra Canada, Stati uniti e Messico. Il capitolo agro-pecuario, che da inizio 2008 prevede l’apertura totale della frontiera messicana all’import di mais, fagioli, zucchero di canna e latte in polvere dagli Usa: il colpo di grazia alla stremata agricoltura messicana.
A Ciudad Juarez centinaia di manifestanti hanno bloccato il ponte che porta a El Paso, Texas, impedendo la circolazione fra i due paesi. Dopo aver spiegato i motivi della protesta agli automobilisti, i campesinos hanno riaperto il ponte al traffico ma, sotto lo sguardo nervoso degli elicotteri della Border Patrol, fermavano tutti i camion in entrata in Messico per assicurarsi che non contenessero fagioli o mais.
I dimostranti, che hanno sfidato i meno 3 della notte, appartenevano a varie organizzazioni contadine già confluite da anni nella Red Mexicana de Acción frente al Libre Comercio, che in giugno ha lanciato una campagna nazionale in difesa della sovranità alimentare e la riattivazione delle campagne e sta raccogliendo un milione di firme.
«Sin maíz no hay país», scandiscono, senza mais non c’è Messico. Perché questo cereale non è solo la base dell’alimentazione popolare – come se fosse poco – ma anche la radice profonda della cultura meso-americana, simbolo identitario per eccellenza. Nella cosmogonia maya del Popol Vuh, l’uomo non è creato dall’argilla, ma dal granturco.
E’ simbolico che nel paese, dove più di 7000 anni fa si scoprì questa preziosa graminacea a partire da una specie silvestre, si debba oggi importarlo a forza dal potente vicino del nord. E per di più transgenico. Il fatto che quello made in Usa costi meno è dovuto ai forti sussidi di cui beneficiano gli agricoltori statunitensi, sussidi che per i contadini messicani rappresentano la prova di una concorrenza sleale.
«I campesinos si rifiutano di sparire e morire per decreto dei potenti», dice Gabino Gómez dell’associazione El Barzón. La maggioranza delle organizzazioni contadine chiedono che le clausole del trattato che riguardano i fagioli e il mais vengano rinegoziate, tenendo conto che l’apertura venne programmata nel 1994 ma la situazione da allora è molto mutata. L’emigrazione illegale verso gli Stati uniti non ha smesso di aumentare in questi 14 anni e le campagne messicane hanno continuato a svuotarsi.
L’abbandono delle campagne è buona notizia solo per i giganti dell’agro-business, veri avvoltoi in circolo a cui la cosiddetta «ley Monsanto» dà diritto di scorribanda. Mentre i campesinos sono decisi a non mollare e hanno già annunciato una marcia sulla capitale per la fine di gennaio, il governo Calderón sul tema dell’agricoltura mostra finora un encefalogramma piatto.
In Messico, l’85% del mais è prodotto da contadini che dispongono di meno di 5 ettari e usano metodi tradizionali e sementi proprie. Ma le grandi multinazionali – Cargill e Monsanto in testa – hanno formato un Consejo Nacional Agro-pecuario insieme ai grandi produttori messicani e premono per introdurre la coltivazione di mais ogm direttamente in Messico. Dicono che sarebbe la soluzione «di fondo» per aumentare la produzione.
L’opinione pubblica però non ha dimenticato che, esattamente un anno fa, furono proprio le grandi compagnie del settore a provocare un aumento del 40% del prezzo della tortilla. In quell’occasione, era bastato l’annuncio di una domanda di mais per la produzione di bio-combustibile a far lievitare i prezzi. Oggi, il rincaro della benzina, scaglionato mensualmente per gentile concessione del governo, ha già provocato un aumento del 35% nei generi di prima necessità.
A Città del Messico, il 2 gennaio una manifestazione è sfilata davanti all’ambasciata Usa. Vi hanno partecipato le più combattive organizzazioni contadine e popolari, fra cui la Appo di Oaxaca e il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco. In un documento, consegnato ai deputati del Congresso, chiedono l’annullamento completo del trattato di libero commercio.
«Durante i 14 anni di esistenza del Tlcan (Nafta, in inglese), sono cresciute in maniera allarmante in Messico la disoccupazione, l’emigrazione, la distruzione delle attività agricole, la concentrazione e l’accumulazione della ricchezza, la caduta del potere d’acquisto dei salari e la povertà estrema». In effetti, gli unici che hanno tratto vantaggio dal Tlcan sono i grandi esportatori agro-pecuari messicani e le multinazionali del settore.