I banchieri hanno un’idea: far pagare ai lavoratori lo “shock petrolifero”

E se dietro l’angolo della Storia fosse lì ad attenderci un altro, durissimo colpo? Se cioè nel prossimo futuro l’Europa fosse investita da una nuova, violenta ondata restauratrice, foriera di ristrutturazioni capitalistiche e di ulteriori compressioni dei salari e della spesa sociale? Quanto arriverebbe a ridursi lo spazio di manovra politica della sinistra, e più in particolare di chi, come noi, intende rifondare la teoria e la prassi comunista alla luce di una nuova concezione della democrazia, dei rapporti tra i generi, del nesso tra individuo e natura? La risposta la conosciamo bene: noi potremmo non reggere il colpo. Potremmo rischiare l’oblio, la mera testimonianza.
Purtroppo non stiamo parlando di mere congetture. Per capire quanto sia tangibile la tempesta che va profilandosi all’orizzonte basterebbe dare un occhio all’editoriale di Francesco Giavazzi, pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Con un candore classico – oserei dire ricardiano – il professor Giavazzi chiarisce le ragioni per cui i vertici della Banca centrale europea hanno appena deciso di dare avvio ad una stagione di rialzi dei tassi d’interesse, dopo oltre due anni di tassi stabili o decrescenti.
Il timore degli uomini di Francoforte è che lo shock petrolifero possa innescare una spirale inflazionistica. La ragione è che, a fronte dell’aumento dei costi energetici, le imprese aumenteranno i prezzi al fine di mantenere intatti i margini di profitto (o meglio, al fine di garantirsi che i profitti conquistino tutti gli incrementi di produttività). Per impedire ai lavoratori di reagire con richieste salariali della stessa entità, la Bce ritiene che occorra accrescere i tassi d’interesse.
Infatti, a seguito di una stretta prolungata sulla moneta e sul credito, le imprese europee finiranno per licenziare e ristrutturare. La disoccupazione e la ulteriore precarizzazione consentiranno di disciplinare i lavoratori e di moderare le richieste di recupero del potere d’acquisto dei salari. Se i lavoratori vorranno preservare i loro redditi, potranno dunque farlo solo accrescendo le ore lavorate. In tal modo la spirale prezzi-salari può essere scongiurata. Grazie al sacrificio dei lavoratori, il sistema potrà cioè assorbire l’aumento del costo del petrolio senza difficoltà di sorta.
Naturalmente, l’aumento dei tassi d’interesse darà pure luogo ad una crescita degli oneri finanziari degli Stati europei, ed imporrà di conseguenza tagli ulteriori della spesa pubblica per compensare. L’indirizzo della Bce prevede dunque che i lavoratori paghino su un doppio fronte: quello della disoccupazione, precarizzazione e dei salari da un lato, e quello della compressione del welfare dall’altro.
Giavazzi non lo dice esplicitamente, ma la sequenza descritta fa parte, fin dalle origini, della strategia generale delle autorità monetarie europee. Essa consiste nello sfruttare qualsiasi shock sistemico, petrolifero o di qualunque altra natura, al fine di depotenziare i sindacati e di ridurre progressivamente il peso dello Stato nell’economia. L’ambizione di Francoforte è quella di riprodurre, in ambito europeo, i medesimi caratteri del circuito capitalistico americano, all’interno del quale i flussi di moneta erogata non arrivano pressoché mai a finanziare la massa salariale o la spesa sociale, e restano quindi sempre ingabbiati nei gangli del settore capitalistico privato.
L’orientamento della Banca centrale attualmente trova meno sostenitori di un tempo. Il continuo riemergere in seno al Vecchio Continente di proteste sociali, più o meno organizzate, ha fatto sorgere il sospetto che il grande progetto borghese di un’area euro ad elevatissimo tasso di sfruttamento e di profitto non possa conseguirsi senza costi sociali e politici troppo elevati, e che valga quindi la pena di accantonarlo, almeno per il momento. Il problema è che, per come è attualmente strutturata l’Unione monetaria, non sussistono meccanismi centralizzati in grado di tradurre facilmente questa nuova consapevolezza in una concreta svolta negli indirizzi di politica economica. Il rischio, in altri termini, è che a causa dello svuotamento democratico dei processi decisionali, l’Europa finisca per procedere per inerzia, come una macchina impazzita, verso la crisi sociale e politica, anche dopo che i passeggeri si siano accorti del pericolo. Allo stato dei fatti, dunque, l’unica possibilità di opporsi a questo indirizzo politico resta confinata al livello nazionale. Si può cioè immaginare che, attraverso opportune spinte sul salario per unità di prodotto e sulla quota di disavanzo destinata alla spesa sociale, si riesca a muovere la politica di un singolo paese membro *in direzione contraria* rispetto a quella prevista dagli assetti macroeconomici decisi dalle autorità centrali. E’ bene precisare, a questo proposito, che anche per un paese in grande difficoltà come l’Italia i margini di manovra risulterebbero molto più ampi di quanto non si creda. L’impossibilità per gli speculatori di attaccare un singolo paese, così come l’opportunità nazionale di attingere risorse da un vastissimo mercato finanziario europeo, rappresentano di fatto i “punti deboli” dell’Unione, poiché lasciano aperta la possibilità che un singolo paese agisca da free rider, ovvero da “battitore libero”. Si tratta di un’eventualità che nella letteratura mainstream viene fortemente stigmatizzata, e che a livello politico è stata contrastata con l’introduzione di appositi vincoli istituzionali, come la concertazione salariale o i parametri di Maastricht. Si vocifera, inoltre, che la stessa Banca centrale europea sia in procinto di introdurre nuove misure per contrastare l’azione di eventuali battitori liberi, come ad esempio il rifiuto dei titoli emessi dai paesi “indisciplinati” a garanzia dei crediti erogati.
La strategia del “battitore libero”, tesa a ‘contrastare gli orientamenti macroeconomici europei partendo dal livello nazionale’, presenta non pochi rischi. Essa tuttavia costituisce l’unica strada attualmente percorribile per aprire finalmente una fase dialettica nella costruzione dell’unità europea. Inoltre, se è vero, come è ragionevole credere, che l’affermarsi o meno di una credibile azione di contrasto alla nuova strategia della Bce potrebbe rivelarsi una questione di vera e propria sopravvivenza per la sinistra d’alternativa e comunista in Europa, è forse giunto il momento di farci un pensiero, in vista delle durissime sfide politiche che ci attendono.