I bambini che Blair proprio non vuole

Bambini in carcere. Bambini nei centri di detenzione. Bambini che stanno per essere deportati. Il governo inglese di Tony Blair è di nuovo al centro delle polemiche per il trattamento che riserva ai minori. Dopo un durissimo rapporto dell’ispettrice delle carceri, Anne Owens, che ha condannato la detenzione di bambini nei centri per asylum seekers (in Gran Bretagna finiscono nei cpt soprattutto richiedenti asilo), nei giorni scorsi è stato il Guardian a rivelare che l’Home Office (il ministero degli interni) ha approntato un piano per rimpatriare forzatamente 500 minori in Vietnam. Secondo i documenti governativi ottenuti dal quotidiano si tratterebbe di una esperienza pilota. Nel senso che, dopo i giovani vietnamiti, stessa sorte toccherebbe ad altri bambini provenienti da altre parti del mondo. Se il piano del governo, come pare, andrà avanti si tratterà di una vera e propria inversione ad U nella politica sull’immigrazione del Labour. Non che i bambini siano stati per la verità molto tutelati. Tanto è vero che il numero dei minori rinchiusi nei centri di detenzione è salito. Come denuncia Nellie de Jongh, giunta in Gran Bretagna dallo Zimbabwe. «Nel centro di detenzione di Yarl’s Wood – dice – è finalmente terminato lo sciopero della fame dei genitori rinchiusi con i loro figli. Ma si tratta di una pausa. Infatti nel centro è scoppiata un’epidemia di varicella e per questo l’ala della prigione che rinchiude le famiglie è stata temporaneamente trasferita in un’altra sezione. I genitori di questi bambini – aggiunge – erano ormai debilitati nel fisico dopo dieci giorni di digiuno e hanno ripreso a mangiare”. Ma le donne e gli uomini rinchiusi con i loro bambini (alcuni piccolissimi) hanno annunciato nuove proteste.
Yarl’s Wood è tristemente famoso. Uno dei centri di detenzione più grandi d’Inghilterra (mille i posti), è stato riaperto dopo l’incendio del 2002 che l’aveva quasi distrutto totalmente. Un incendio avvenuto dopo giorni di costante violenza da parte delle guardie (private) che gestivano il centro. Il governo, nonostante le proteste, ha riaperto il centro ‘attrezzandolo’ anche per rinchiudere le famiglie. E questo nonostante sia illegale tenere incarcerati dei bambini. Alcuni sono ormai nei centri da mesi, altri sono nati in carcere e quindi sono stati trasferiti con la madre nel centro di detenzione in attesa di essere deportati. Quella dei rimpatri forzati non è purtroppo una novità nella politica del governo Blair. Molte scuole si sono organizzate dando vita ad una rumorosa e diffusa campagna di solidarietà con i bambini che rischiano il rimpatrio. Si chiama «schools against deportations», scuole contro le deportazioni ed ha già portato migliaia di studenti davanti ai cancelli dell’Home Office per chiedere la liberazione di bambini e bambine, spesso nati in Gran Bretagna ma che non hanno diritto ad un permesso di soggiorno (né tanto meno alla cittadinanza) perché i loro genitori sono richiedenti asilo o la loro richiesta di asilo è stata respinta.
Le cose si complicano ulteriormente nel caso dei minori non accompagnati. Come questi 500 ragazzini vietnamiti che ora il ministero degli interni vorrebbe espellere. La maggior parte di loro sono ragazze. Molte, dice la direttrice di Ecpat Uk, Christine Beddoe, «sono state costrette a lavorare come prostitute. E adesso il governo vorrebbe rimandarle in Vietnam, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe accadere loro».
Dopo il Vietnam l’Home Office sta pensando alla deportazione di piccoli cittadini della repubblica democratica del Congo e dell’Angola. Finora un minore aveva diritto ad un permesso di soggiorno temporaneo che doveva poi essere rivisto una volta raggiunta la maggiore età. Questo nuovo piano del governo annullerebbe la precedente legislazione. Ma soprattutto una volta decisa la deportazione, i bambini non avranno neppure diritto di appello. Il piano prevede il rimpatrio entro sette giorni dalla decisione del ministero.