I balcani in Cina

Siamo tutti “tibetani”? No. Noi no. Non perché ci siano antipatici i tibetani o non crediamo al diritto dei monaci tibetani di vivere in pace la loro religione. Ma perché non sappiamo di quali tibetani si parla. Di coloro che rimpiangono una teocrazia medioevale non propriamente democratica, dei rivoltosi pacifisti o degli irredentisti che saccheggiano o bruciano negozi? O dei tibetani che forse aspettano di vedere se i risultati dei massicci investimenti cinesi per lo sviluppo della regione (sì parla di 18 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture dal 2000 a oggi in una regione con circa tre milioni di abitanti) porteranno con la crescita economica benefici anche alle popolazioni autoctone (non sempre il colonialismo è stato dannoso per lo sviluppo sia economico sia sociale di paesi arretrati)? Quindi, senza che ce ne vogliano i tanti amici che hanno creduto (capiamo che ci sono pure le elezioni) dì allinearsi gratuitamente nelle file delle anime belle “tibetane”, noi non siamo tibetani. E diversamente da molti tibetani nostrani, noi non abbiamo interessi economici da difendere in Cina, ma neppure abbiamo interessi minacciati in Italia. Noi non siamo tibetani, ma neppure anti-tibetani, perché in Cina si sta giocando una partita difficile ma entusiasmante per gli equilibri economici e politici che dovrebbe interessare tutti noi. La Cina non è la Birmania. Il governo autoritario cinese è l’unico ad avere contribuito alla diminuzione della povertà del mondo. Oltre trecento milioni di cinesi sono già usciti dalla povertà (cioè dalla fame) grazie al neocapitalismo selvaggio cinese (non dobbiamo avere paura delle parole).
Senza i progressi cinesi le statistiche mondiali non riporterebbero risultati positivi su questo fronte. Questi sono i dati reali da cui bisogna partire e che si accompagnano e stanno dietro alla potenza economica e finanziaria cinese che oggi molti temono. E questi progressi non sono soltanto il frutto dello sfruttamento di manodopera a basso prezzo, ma di massicci investimenti in alta istruzione e in ricerca scientifica che i nostri governi si sognano al di là delle litanie sulla strategia di Lisbona. E anche il risultato di investimenti di sostegno all’apertura agli scambi scientifici e culturali, oltre che economici, con il resto del mondo. Si tratta di guidare in pochi decenni un miliardo e trecento milioni di persone dal quasi medioevo ad una società moderna e aperta. Gli squilibri interni ed esterni che fenomeni di queste dimensioni quantitative inevitabilmente generano sono altrettanto grandi e potenzialmente esplosivi. E richiedono un ripensamento dei sistemi di coordinamento macroeconomìco dell’economia mondiale, a partire da quello che impatta i mercati finanziari e delle valute. Ma è da irresponsabili sognare una crisi cinese, per i contraccolpi che questa porterebbe all’economia mondiale ed in primo luogo alle centinaia di milioni di cinesi (tra cui i tibetani) ancora sotto la soglia della povertà che sembrano, a chiacchiere, interessare alle nostre anime belle “tibetane”. Che tanto belle non ci sembrano. Pensiamo ad esempio alle grida sul pericolo cinese che vengono da pensatori del calibro di Giulio Tremonti o di Marco Fortis (vedi il Sole 24 Ore, 1 marzo 2008) che sostanzialmente accusano la crescente domanda cinese di generi alimentari, energia e di altre materie prime di essere la causa dell’aumento dei prezzi internazionali. Naturalmente questo è vero. Ma che cosa si vuole? Che i cinesi continuino a morire di fame per fare un piacere a noi (ovviamente tutti “tibetani”)? 0 non si vede che l’unica soluzione possibile è quella di un ulteriore sviluppo dell’economia cinese che veda l’aumento della produttività nell’agricoltura e lo sviluppo di nuove fonti energetiche nello stesso paese?

Le spinte disgregatrici
Noi quindi non siamo tibetani, perché il problema tibetano è quello di un potenziale innesco di spinte disgregatrici in un paese enorme di cui le minoranze nazionali rappresentano una componente quantitativa molto rilevante. Immaginiamo cosa significherebbe fronteggiare una disgregazione di tipo balcanico nelle dimensioni cinesi, un’Europa che non è riuscita a evitare i massacri nella penisola balcanica e che non riesce oggi a gestire decentemente la crisi del piccolo Kosovo non ha forse molto titolo per fare lezioni morali. Ma questo non significa che il rispetto dei diritti umani anche in Cina non debbano interessarci. Ma meno spazio e coperture internazionali si danno ad ambigui fenomeni autonomistici più facile è il compito che si vorrebbe assolto dalle autorità cinesi: mantenere la stabilità e l’ordine pubblico nel rispetto dei diritti civili, entrambi fattori necessari per la crescita economica e sociale. Un compito necessario ma non sempre facile. I riferimenti storici sono sempre pericolosi e fuorvianti, ma un’Europa che scatena la guerra dell’oppio per i propri interessi economici è un ricordo che non ci piace. Ci tranquillizza che la Cina oggi incuta rispetto. Se l’Europa sembra incutere meno rispetto cerchi in sé stessa le proprie responsabilità, senza scorciatoie sul pericolo esterno, tipico mezzuccio di democrazie in crisi di fantasia.