I 5 mila della S.Giorgio, storie di Genova operaia

“Per raccontare tutta la lotta, grandiosa, dei 5 mila della San Giorgio, ci vorrebbe un libro”, scrive l’Unità del 27 aprile 1950, all’indomani della conclusione, vittoriosa, di una vertenza durata 80 giorni. 80 giorni di autogestione produttiva, senza retribuzione, a cui partecipano il 100% degli operai e il 70% degli impiegati e dei tecnici, “una pagina gloriosa nella storia del movimento operaio genovese”.

Bene, il libro è arrivato, ricco, ma essenziale (“Una battaglia operaia a Genova.” Fratelli Frilli editore, 14,50 euro) per la penna di Giordano Bruschi, uno dei protagonisti di quella vicenda

Ricco ed esauriente, perché i 55 anni trascorsi non hanno velato la memoria dei particolari significativi che rendono lo spessore umano di una vicenda collettiva drammatica ed esaltante. Essenziale, perché questo libro, preciso, puntuale, persino pignolo, si legge d’un fiato.

Nello spazio necessario ad una cronaca accurata, Bruschi ha infilato un libro di storia che scava nelle radici dell’Italia contemporanea. Un altro libro di storia scritto da una meravigliosa generazione di combattenti in cerca di eredi.

Dico questo non solo per la lucida contestualizzazione dell’episodio genovese ma anche per l’analisi politica e sociale che permea il saggio, dichiaratamente partigiana ma equilibrata e sostanzialmente problematica.

Un’opera, indispensabile, di storia locale?

La rivolta della San Giorgio,decisiva per Sestri Ponente, diviene immediatamente prima linea per il futuro industriale di Genova, e della metalmeccanica pubblica che in Liguria svolge un ruolo determinante.

Ben presto coinvolge Parlamento e Governo, nel quale la delegazione DC si spacca: il ministro dell’industria, Marazza, ex dirigente del CLNAI, favorevole al compromesso, Scelba pronto ad attivare l‘apparato della repressione e la provocazione, che colpirà in prima persona Bruschi.

Perché la vertenza San Giorgio, singolare per molti aspetti, assume una rilevanza nazionale?

Proviamo a riepilogare i fatti: durante uno sciopero per il contratto, fuori dalla fabbrica si verifica uno scontro molto circoscritto tra scioperanti e crumiri che coinvolge marginalmente alcuni dirigenti. La direzione sospende la produzione. i lavoratori decidono di proseguirla. La direzione comunica che gli assenti saranno retribuiti, chi va a lavorare resterà senza salario e così sarà per 80 giorni.

Naturalmente l’incidente iniziale è solo un pretesto per avviare un drastico ridimensionamento dell’organico e dell’attività, intenzione preannunciata dalla sostituzione nel novembre ‘49 del direttore (al posto dell’ ingegnere che sostiene un rilancio ed un ampliamento dell’attività, arriva un avvocato, gli operai l’hanno intuito, con una dissimulata funzione di liquidatore).

La fabbrica è stata IRIzzata nel ‘46 per affrontare il problema della riconversione postbellica che attanaglia tanta parte dell’industria moderna del paese, ma De Gasperi vuole estendere il 18 aprile ‘48 alla società: privatizzazioni e licenziamenti di massa nell’industria, roccaforte rossa, e riforma fondiaria, la cosiddetta riforma agraria, per allentare la tensione violenta delle campagne affamate e moltiplicare il ceto dei piccoli proprietari, uno dei pilastri sociali della DC del dopoguerra.

Scartate le opzioni di sinistra: l’introduzione di elementi di programmazione proposta da Togliatti nel dicembre del ’45, il cambio della moneta concepita da Pesenti e Scoccimarro per arrestare l’inflazione, colpire i profitti di guerra e applicare una patrimoniale, una vera riforma agraria magistralmente definita da Sereni nel ‘47, il piano del lavoro della CGIL del ’49, risultato di una fitta serie di conferenze di produzione e piani di settore che opera come proposta alternativa anche nel caso San Giorgio-Genova, scartato tutto ciò al centrismo non restano che la deflazione attraverso la fame, il testo fascista della legge di pubblica sicurezza, le camionette della Celere.

Su questo decennale piano inclinato scandito dagli eccidi, dalla legge truffa e dagli impegni atlantici, che porta al ‘60 di Tambroni, la sinistra combatte, in salita, una battaglia difensiva non priva di successi parziali.

È vivo lo spirito della Resistenza ed una fede messianica nella società del lavoro. In una fabbrica come la San Giorgio, costellata di lapidi di operai martiri della lotta antinazista, l’attacco padronale è vissuto come un tentativo di riportare il fascismo in fabbrica.

La sfida è raccolta, la produzione continua senza dirigenti anzi si realizza qualche innovazione di prodotto.

Accanto agli operai più esperti sono la maggioranza degli impiegati e dei tecnici, avvertita dalla direzione come un tradimento, poi c’è la città, Sestri Ponente, cresciuta con la fabbrica che sente come propria ragione di vita (questa è la centralità dell’impresa che ci piace!) e che abbraccia con una immensa solidarietà, poi ci sono le grandi fabbriche del genovese che proseguono le forniture malgrado il divieto dell’avvocato Nordio,poi le cooperative e gli esercenti che fanno credito sine die, l’amministrazione comunale di Genova, gli studenti che sfidano i presidi, gli artigiani e i contadini delle strette valli genovesi, i partiti di classe PSI e PCI e, naturalmente, la FIOM.

Tutti raccolgono denaro, pacchi di generi alimentari, si susseguono scioperi di solidarietà, manifestazioni, cortei che inondano il centro di Genova. I sangiorgini sfidano il divieto prefettizio di diffusione dell’Unità nella provincia, fanno controinformazione, creano consenso, producono e progettano, insomma insiste Bruschi, sono classe dirigente. La serrata nel senso comune è avvertita come un danno erariale, perché l’industria IRI è di tutti .

D’altra parte l’esubero di manodopera in quelle fabbriche è stata determinata dalle commesse per le guerre del fascismo e dei padroni del vapore. I lavoratori propongono di riconvertire nella produzione di beni di consumo durevoli, quella che la fine del decennio del centrismo anima il caotico boom dell’economia italiana. L’alternativa, con la disoccupazione al 20 % in Liguria, una delle regioni più ricche, è la fame e l’emigrazione che caratterizzano quegli anni.

È chiaro che il licenziamento dei 13 presunti responsabili del tafferuglio iniziale, è una misura simbolica dell’intransigenza della direzione e della Confindustria, presieduta da Angelo Costa. Si vuole affermare la libertà di licenziamento rifiutando l’istituzione di una commissione di inchiesta e persino un’inchiesta giudiziaria, si pagano i crumiri, non si vuole retribuire il lavoro salvo ritirare i prodotti che vanno collocati con urgenza. Quante violazioni della Costituzione si concentrano in questa arroganza: il principio che l’iniziativa economica privata (e qui si tratta dell’IRI!) non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in danno della dignità umana, il principio che la Repubblica promuove l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione economica del paese, il diritto inviolabile alla difesa, quindi al contraddittorio .

Non è un caso che Scelba definisca la Costituzione repubblicana “una trappola“, né che Calamandrei scriva in un disperato saggio del ’55 :” il periodo legislativo che va dal ‘48 al ‘53 passerà alla storia come il quinquennio dell’ inadempimento costituzionale, doloso “, e ancora “l’ala destra della DC che si appoggia ai baroni terrieri e ai grandi industriali, pur di difendere i privilegi della ricchezza è pronta a risuscitare il fascismo, la vera causa della mancata attuazione della costituzione è il timore di quell’articolo 3 che ci propone di sostituire la dignità del lavoro al privilegio della ricchezza.

La vicenda della San Giorgio si conclude col salvataggio dell’azienda pubblica, fino al ’54, la retribuzione del lavoro effettivamente svolto, compreso quello degli impiegati che fino all’ultimo Nordio si ostina a rifiutare, un compromesso sui licenziamenti punitivi (8 dimissioni volontarie subito riassorbite da altre aziende genovesi); non passa la riconversione produttiva proposta dal Consiglio di gestione (lavatrici, frigoriferi, macchine fotografiche già progettati).

Il lavoro di Bruschi non solo consegna alla memoria storica l’intelligenza, il coraggio e la generosità del movimento operaio genovese, ma offre uno spaccato vivo dell’Italia del centrismo, nel tempo della beatificazione di De Gasperi. Ci racconta di una democrazia regressiva che non riuscì a stracciare la Costituzione, e di un patrimonio politico e ideale che fu salvato e costituì la premessa delle straordinarie trasformazioni progressive degli anni ’60 e ’70.

Ci ricorda infine che la lotta per obiettivi immediati e un’idea di futuro devono fecondarsi a vicenda. Ho il sospetto che questo tuffo nel passato sia di bruciante attualità.