Hebron, Cisgiordania

Marry si guarda le mani come se stesse sfogliando un album di fotografie e racconta: “era l’undici aprile del 1997 quando un gruppo di soldati israeliani arrivò nel mio villaggio a pochi chilometri da Hebron e piazzò diverse granate intorno alla mia casa, facendole saltare in aria, senza neppure informarci”. E continua, sempre fissando le sue mani: “i soldati israeliani erano venuti per prendere solo mio fratello Abed Al-Rahman,che militava nella Jihad islamica, e come punizione collettiva hanno portato con se le mie due sorelle e demolito la mia abitazione. Avevo solo 15 anni e mi sentivo terrorizzata e inorridita” conclude in un fluente inglese. Oggi Marry lavora come volontaria per il Palestinian Prisoners Society a Hebron nel sud della West Bank, una ONG che si occupa di fornire assistenza legale ai prigionieri politici palestinesi e assistenza psichiatrica dopo il loro rilascio. Il Palestinian Prisoners Club è stato fondato nel lontano 1994 da un gruppo di ex prigionieri affiliati ad Al Fatah impegnati nella lotta di resistenza durante la prima intifada iniziata nel 1988 contro l’occupazione dei territori della West Bank e della striscia di Gaza.

Marry ha scelto di lavorare al servizio delle famiglie dei prigionieri, studia ingegneria alla libera università di Hebron (ma non avendo il tempo per seguire le lezioni ha deciso di prenderle per corrispondenza), è ben determinata a continuare questo lavoro anche dopo la laurea con la speranza di vivere in pace in uno stato liberato dall’occupazione israeliana e di ritrovare suo fratello che si trova ancora nel carcere israeliano di Askhellon .

Nella sede dell’organizzazione ogni mattina c’è un grande viavai di persone che aspettano con le mani congiunte il proprio turno per denunciare il “rapimento” del loro figlio da parte dell’esercito israeliano. Tra loro c’è Yunis, un professore di geografia di una scuola elementare di Hebron. Lo scorso giovedì i militari sono venuti a fargli “visita” hanno preso i due suoi figli Nizate e Rafat entrambi agricoltori. Il professore con un sorriso amaro appena accennato, dice:“sono venuti verso mezzanotte hanno iniziato a tirare delle pietre verso la mia abitazione, poi sono entrati con le mitragliette alla mano e preso i miei figli”.

“Oggi ho dato le mie dimissioni dalla scuola- continua Yunis- perché non riesco a continuare, voglio dedicarmi alla ricerca dei miei due figli”.

Dopo aver raccolto i dati personali delle persone arrestate, Marry li porta all’avvocato dell’associazione che si mette alla ricerca dei prigionieri: le autorità israeliane, infatti, non comunicano dove il detenuto viene rinchiuso. Nella maggior parte dei casi i prigionieri palestinesi vengono portati in un primo momento nel centro interrogatori di Shin Bet vicino a Bethelehm e poi nelle carceri israeliane nello stato d’Israele. Shin Bet è un centro d’interrogatori ben conosciuto per l’uso sistematico di pratiche di tortura contro i palestinesi come la privazione del sonno, l’ascolto di musica assordante, ripetute violenze fisiche da parte dei soldati fino ad arrivare ad abusi sessuali. Alcuni membri dello staff che lavora nell’ong raccontano che certe volte gli arrestati vengono sottoposti ad un check-up medico volto ad individuare le caratteristiche fisiche del detenuto in modo da poter colpire i suoi punti deboli durante gli interrogatori. Guantanamo non è poi così lontana.

Hamjad , il capo e fondatore dell’Ong, ha subito in prima persona le torture delle carceri israeliane dopo il suo arresto, la notte del 3 agosto del 1990: “ sono entrati una prima volta di forza dentro casa terrorizzando la mia famiglia, trivellando di colpi le pareti di casa, distruggendo e mettendo a soqquadro tutto. Ma durante l’intifada dormivo raramente a casa: dopo due giorni quando tornai a fare visita alla mia famiglia, i soldati israeliani erano lì che mi aspettavano. Mi hanno messo un sacchetto di plastica nero in testa e mi hanno condotto al centro di Shin Beit”. Per 10 giorni Hamjad fu privato del sonno e del cibo, picchiato più volte, legato con le manette mani e piedi e privato dell’accesso al bagno.

“Durante gli interrogatori venivo messo al centro della stanza e picchiato ogni qualvolta mi rifiutavo di rispondere alle domande”, afferma Hamajad. “ Alla fine ho ceduto e ho dato informazioni sulla mia attività di militante”.

“Avevo 17 anni“ aggiunge, quasi a volersi giustificare. Dopo un processo sommario la corte militare lo condannò a 20 anni di carcere. Hamjad ci resterà solo 4 anni in virtù degli accordi di Oslo del 1993 che gli hanno conferito l’amnistia

Hamjad è nato e vive nel campo profughi di Al Fawwar, nove chilometri a sud ovest di Hebron. Della sua infanzia ricorda i racconti di uno zio che viveva in un piccolo villaggio rurale tra la striscia di Gaza e la West Bank. Ricordi semplici come quelli del mulo con il quale suo zio amava andare a mare, lontano soli 10 km. Fino a quando, nel 1948, Israele invase la Palestina e distrusse il suo villaggio e migliaia di profughi furono costretti a vivere nei campi profughi dislocati in Libano, Siria, Giordania e nella West Bank, dove si torva Al Fawwar. Nel 1988 Hamjad ha iniziato a fare parte di un gruppo formato da 5 militanti, aveva 15 anni ed era il più giovane del gruppo. Racconta che ad Al Fawwar si era formata la resistenza più dura ed energica perché nei campi profughi si vivono e si vedono le condizioni materiali più miserabili provocate dall’occupazione israeliana.

“Perché sono venuti nel mio campo profughi? Perché hanno distrutto la città dei miei nonni e ucciso membri della mia famiglia? E perché non ho il diritto di vedere il mare?, dice in un semplice inglese. “Per questo ho deciso di combattere e di partecipare alla prima intifada e con me anche ragazzi ancora più piccoli, dai 10 ai 15 anni”. Abbiamo iniziato la nostra battaglia con il lancio di pietre contro i carri armati israeliani che facevano incursioni giornaliere dentro il nostro campo. Poi abbiamo imparato a costruire molotov e a usare le armi”. Dopo 4 mesi di detenzione al centro di Shin Bet Hamjad fu trasferito in cinque diverse prigioni Israeliane; “per impedire che mi adattassi al carcere, che facessi amicizie, che potessi passare poche ore tranquille “ dice ironico Hamjad . Il tour delle carceri fatto da Hamjad prevedeva anche la permanenza nel Campo militare del Negev, una prigione a cielo aperto posta sotto il commando diretto del Ministero della Difesa israeliano in mezzo al torrido omonimo deserto nel sud di Israele. Una tappa obbligata per i prigionieri politici.

Nell’ufficio di Hamajad ci sono altri ex prigionieri: uno di loro, che si chiama Mahgumud, mi mostra un quadro naif che da lontano sembra un campo di beduini. “Questo è il carcere più duro”, dice indicando il dipinto. “Adesso è circondato da un muro alto 9 metri sorvegliato da torrette di controllo. Il momento più difficile è quando si formano le tempeste di sabbia e le tende dove stanno i detenuti non riescono a contenerne la potenza e non ci si può riparare. Quel poco di cibo che abbiamo diventa immangiabile e i nostri occhi subiscono un grave danno”. Mahgamud è uscito da un paio di giorni dal carcere, è ancora sconvolto, è stato arrestato più volte e tuttora ad ogni check-point subisce una perquisizione oculata da parte dei soldati israeliani con tempi di attesa di diverse ore. “Perché ormai sono schedato, per i soldati israeliani sono etichettato come criminale politico”. “Non mi sentirò mai libero almeno fino a quando vivrò sotto l’occupazione israeliana”, aggiunge Mahgamud .

Le torture perpetrate ai danni dei prigionieri politici palestinesi rappresentano una pratica diffusa, secondo la ONG Palestianan Prisoners Club riguardano il 90% degli arrestati. Secondo uno studio dell’Al Haq (un gruppo di giuristi palestinesi) tra il 1990 e il 1991 nel pieno della prima inifada su 708 detenuti palestinesi 636 avevano denunciato di aver subito torture. Una realtà ben nota, tanto che anche una commissione istituita nel 1987 per indagare sul trattamento dei prigionieri politici, guidata dall’allora presidente della corte suprema israeliana Landau, ammise che si faceva uso di “moderate pressioni fisiche” durante gli interrogatori. Una pratica, secondo la commissione, necessaria per prevenire nuovi attacchi terroristici. Tuttavia le torture, pratiche arbitrarie di detenzione e processi senza possibilità di difesa sono ancora diffusi, sono ancora una costante quotidiana nella vita dei prigionieri politici palestinesi. Nonostante il 6 settembre del 1999 la corte suprema israeliana avesse bandito la tortura e riconosciuto come violazione della convenzione di Ginevra e della dichiarazione universale dei diritti umani, la tortura all’interno dello stato d’Israele rimane una normalità.

Jamil Anmatur, un distinto baffuto signore sulla sessantina, è stato detenuto per 10 anni nelle carceri israeliane. Dopo il suo rilascio ha ripreso la sua attività come membro del comitato politico di Al Fatah di Hebron. Lo incontro durante una manifestazione svoltasi lungo la via principale di Hebron lunedì 26 settembre, organizzata da Al Fatah e dal Palestinian prisoners society per chiedere la liberazione dei detenuti politici così come previsto dall’accordo di Oslo del 1995, in base al quale Israele s’impegnava a rilasciare tutti i detenuti (allora 3500) non coinvolti in omicidi di soldati o civili Israeliani. Jamil denuncia che “l’aumento del numero di arresti da parte dei soldati israeliani negli ultimi giorni va contro lo spirito del processo di pace intrapreso circa 10 anni fa a Oslo. A Gaza, per esempio, l’occupazione continua ancora oggi, ci sono mille prigionieri politici incarcerati, e questa pratica sembra non arrestarsi anzi…” Jamil non si mostra timido nel criticare le ultime azioni di Hamas nella striscia di Gaza abbandonata il 12 settembre dagli israeliani: “queste azioni devono finire perché vanno contro lo spirito di pace che deve essere riaperto con il sostegno della comunità internazionale”.

La repressione israeliana è rimasta costante, la scorsa settimana nella municipalità di Hebron ci sono stati undici arresti, ma in seguito agli scontri nella striscia di Gaza sono state arrestate a Hebron e dintorni, domenica notte 50 persone tra cui numerosi militanti di Hamas che avevano partecipato nel pomeriggio ad un grande raduno che ha raccolto oltre 5000 persone nel campo sportivo della città. Una dimostrazione dell’ ampio consenso di cui gode il gruppo politico islamico nell’intera città.

Tuttora ci sono circa 8000 prigionieri politici palestinesi in Israele, di questi 1028 sono donne e 500 bambini, di cui 100 provenienti da Hebron. Per loro non esiste un trattamento differenziato, condividono le stanze con gli adulti e sono sottoposti alle stesse umilianti pratiche di detenzione. D’altronde la sicurezza di Israele è una priorità. Per difenderla il governo israeliano non guarda in faccia nessuno, neppure i bambini.