Hamas pronto a liberare Shalit. Sì allo scambio di prigionieri

Alla fine lo scambio ci sarà: 450 ad uno. Israele rilascerà 450 detenuti palestinesi in cambio della liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit. La notizia era nell’aria già da qualche giorno, ieri Hamas ha fatto sapere di aver accettato il piano preparato dai mediatori egiziani. In realtà, i termini dell’accordo sono ancora piuttosto vaghi e la messa a punto dei dettagli potrebbe andare per le lunghe. L’intesa prevede tre fasi. La prima partirà quando i miliziani palestinesi faranno arrivare sul tavolo del premier Ehud Olmert un video che dimostri che il ventenne caporale è vivo. A quel punto Tel Aviv libererà donne e minorenni detenuti nelle carceri israeliane. Nella seconda fase, la più importante, Shalit verrà consegnato agli egiziani e al contempo Israele libererà i 450 palestinesi. In un terzo momento l’iniziativa tornerà ad Israele che si è impegnato a rimettere in libertà un numero non precisato di prigionieri palestinesi. Quanti, sarà solo il governo israeliano a deciderlo, a propria discrezione. Si sa solo che avrebbe promesso una certa ”generosità”. Di certo, la generosità israeliana non arriverà a coprire i 1.500 rilasci chiesti in un primo tempo dai palestinesi.
Su quella cifra, la trattativa non è mai stata aperta. L’accordo, che chiuderebbe una questione aperta da oramai sei mesi, è comunque ancora da definire in molti punti. Punti non secondari. Come ad esempio i nomi dei 450 detenuti che potranno tornare a casa nella seconda fase. Hamas ha presentato una sua lista, Tel Aviv l’ha rispedita al mittente già dopo aver letto i primi nomi. Il movimento islamico vuole incassare la liberazione di esponenti di primo piano dei vari gruppi militanti, la partita è sempre stata questa. Ora si sta lavorando ad un nuovo elenco che, attraverso il Cairo, verrà trasmesso ad Israele. Il rischio è che ci voglia ancora parecchio tempo prima che si arrivi ad una lista condivisa. Tra i nomi che circolano, e da tempo, c’è anche quello di Marwan Barghouti, esponente di primo piano di Fatah, che sta scontando cinque ergastoli. Nei mesi scorsi, c’erano state voci di una sua possibile liberazione su autonoma iniziativa israeliana, fuori dalla partita Shalit, come mossa per sparigliare le carte al governo Hamas. E in effetti un suo ritorno a Ramallah costringerebbe il movimento islamico a fare i conti con l’esigenza di cooptarlo nel governo visto che Barghouti resta il leader politico più amato dai palestinesi. Ma Barghouti è anche il promotore di quel cosiddetto ”accordo dei detenuti” che prevede il riavvio del processo di pace con Israele e dunque quel riconoscimento dello Stato ebraico che Hamas continua a rifiutare.
Lo scambio di prigionieri potrebbe comunque riaprire qualche spiraglio nelle trattative che – nonostante la recente stretta di mano tra Olmert e Abbas – sono ferme.Non si hanno ancora notizie del piano di pace annunciato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri, Tzipi Livni, in un’intervista ad ”Ha’aretz”: «La mia visione è quella di una soluzione con due Stati. Ma non parlo semplicemente di una visione. parlo di un vero e proprio piano. Dettagliato e prontoa essere applicato», ha detto. L’ufficio di Olmert ha subito smentito l’esistenza di una nuova proposta e Livni non ne ha più parlato. Una schizofrenia che è un segnale preoccupante per la tenuta del governo Olmert. E di certo non aiuterà il governo israeliano, il mea culpa sulla guerra in Libano recitato ieri dal capo di Stato maggiore, Dan Halutz. Per la prima volta il generale non accampa scuse: Israele non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefisso. Nemmeno uno. Nemmeno quello più semplice, che era stato poi la causa scatenante del conflitto, ossia fermare i lanci di razzi che dal Libano del sud piovevano ogni giorno in territorio israeliano. Nonostante le «centinaia di perdite inflitte a Hezbollah», Halutz ammette che l’esercito «non è stato in grado di eliminare il lancio di missili a corto raggio contro le regioni settentrionali di Israele». Per ridar fiato a Sderot è stato necessario arrivare ad un cessate-il-fuoco, una sorta di resa simbolica per Tel Aviv che, con quella guerra, voleva liberarsi per sempre della minaccia rappresentata dai guerriglieri di Dio. Halutz – che con il ministro della Difesa Amir Peretz e il premier Olmert è tra i principali accusati per lo smacco libanese – ha riassunto in conferenza stampa i risultati dell’inchiesta voluta dal governo per stabilire le responsabilità nella gestione poco accorta della guerra. Le conclusioni dell’inchiesta sono una seria ipoteca sulle poltrone di Olmert e Peretz. Di certo Halutz non ha alcuna intenzione di pagare per tutti. Non ha intralciato i lavori della commissione, si è assunto le sue responsabilità, ma ha detto che non si dimetterà. O almeno non lo farà in solitudine. Il capo di Stato maggiore non ha comunque intenzione di fare da capro espiatorio.