Hamas offre a Israele una tregua di un anno

A dispetto delle obiezioni isrealiane, l’amministrazione russa ha ricevuto ieri a Mosca la delegazione di Hamas, il movimento di resistenza islamico vincitore delle elezioni palestinesi. E il primo giorno di colloqui ha già registrato un importante successo: un comunicato del ministero degli Esteri di Mosca, ha fatto sapere che il movimento è disposto ad una tregua di un anno se Israele si asterrà dall’uso della forza nei Territori occupati.

La missione segna uno scacco agli sforzi fatti da Washington e da Israele per isolare Hamas, e comunque la mediazione russa è vista in alcune capitali occidentali come una possibilità di fare muovere il gruppo su posizioni meno radicali. «Contiamo su Hamas, in quanto principale forza politica nel Parlamento e nel futuro governo, affinché contribuisca alla piena attuazione di tutti gli accordi precedentemente sottoscritti dall’Autorità nazionale palestinese e da Israele», ha affermato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, nel ricevere Khaled Meshaal, leader politico di Hamas e capo della delegazione invitata dal presidente Vladimir Putin. Meshaal, da parte sua, ha fatto presente che «Hamas è totalmente pronta a compiere passi in avanti, per quanto possibile». Tutto, ha sottolineato, «dipende ora dalle politiche di Israele». Poco prima dell’incontro Meshaal aveva detto che il problema non è nello statuto di Hamas che propugna la distruzione dello Stato ebraico, «ma nella posizione di Israele». Meshaal, tuttavia, ha insistito sul significato di questo viaggio e a Lavrov ha detto: «Siamo interessati a che il vostro Paese abbia un ruolo speciale nel Vicino Oriente». Il capo della diplomazia russa gli ha risposto che Hamas potrà sempre fare affidamento sul sostegno della Russia sia sul piano delle relazioni bilaterali sia come membro permanente del consiglio di sicurezza dell’Onu sia ancora come mediatore nel cosiddetto quartetto di Madrid che ha elaborato la road map, l’itinerario del negoziato di pace israelo-palestinese.

Hamas comunque confida di riuscire ad aprire un dialogo con la comunità internazionale, grazie anche a questa missione di almeno tre giorni in Russia. Mosca ha tutto l’interesse a riprendere l’iniziativa sullo scacchiere mediorientale, per bilanciare l’influenza americana. E lo sta facendo anche con la mediazione nel contenzioso con l’Iran sul nucleare. Meshaal da giorni va ripetendo, e lo ha fatto anche a Mosca, che «il problema principale è l’occupazione» della Palestina. «Noi vogliamo la pace in Medio Oriente – ha detto – ma la pace può venire soltanto con la fine dell’occupazione. C’è un problema e non riguarda la posizione di Hamas bensì quella d’Israele. Loro hanno praticamente bocciato la roadmap».

Parole non particolarmente drastiche, alle quali ha fatto tuttavia da contraltare la secca dichiarazione di un altro delegato, Mohammed Nazzal: «La questione del riconoscimento è chiusa», ha tagliato corto Nazzal. «Noi non riconosceremo Israele».

Dopo aver inizialmente stigmatizzato la mossa di Putin, che invitando i rappresentanti di Hamas in sostanza ha mandato subito a monte il tentativo americano di isolare il movimento radicale palestinese (reduce dalla vittoria a sorpresa nelle elezioni parlamentari del 25 genaio scorso), Israele ha poi sostanzialmente attutito i toni, adottando un atteggiamento attendistico nei confronti dell’esito dei colloqui moscoviti. Giovedì l’ambasciatore palestinese in Russia aveva dal canto suo ammesso che Hamas potrebbe anche «cambiare posizione» nei confronti d’Israele, ora che è investito di responsabilità di governo. La missione è stata affidata a sei membri, tra deputati e funzionari del movimento, in rappresentanza dell’apparato di Hamas nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania ma anche delle sue filiali in Libano e, appunto, in Siria. Gli Stati Uniti hanno dal canto loro mantenuto fermo l’irrigidimento con cui avevano accolto la notizia dell’invito a sorpresa rivolto ad Hamas dal leader del Cremlino: «La nostra posizione – ha ribadito a Washington il vice portavoce del Dipartimento di Stato, Adam Ereli – è che, se ci s’incontra con un gruppo terroristico, va messo bene in chiaro che il suo modo d’agire è inaccettabile, che la sua filosofia è contraria alle norme del mondo civilizzato, e che esso ne deve trarre le conseguenze del caso», ha tagliato corto Ereli.