Hamas e Fatah trovano l’accordo per il nuovo governo palestinese

L’incontro al vertice di ieri sera tra il presidente palestinese Mahmoud Abbas ed il premier Ismail Haniyeh, avvenuto grazie alla mediazione del deputato indipendente Mustafa Barghouti, dovrebbe chiudere il capitolo delle trattative per la formazione di un nuovo governo palestinese. Haniyeh ha accettato di lasciare il posto ad un candidato ritenuto super partes, ma indicato da Hamas.
Del nuovo governo – essenziale per liberare i palestinesi dal giogo della profonda crisi economica, politico-istituzionale e diplomatica, che da mesi li travolge – dovrebbero far parte ministri di stampo tecnico designati sulla base di un accordo tra le diverse fazioni politiche palestinesi, come previsto dal cosiddetto “accordo dei prigionieri”, ideato in carcere dal leader di Fatah condannato ad ergastoli plurimi in Israele, Marwan Barghouti. Mentre a Gaza City si lavora alla soluzione della crisi politica palestinese, Beit Hanun, la cittadina di 30mila abitanti a nord della Striscia di Gaza, appare, dopo cinque giorni di incursioni dell’esercito israeliano (Idf), ridotta in macerie. Già l’estate scorsa era impossibile, girando per le strade della città, imbattersi in un edificio non danneggiato dai raid aerei o dai colpi d’artiglieria dell’Idf. Le strade portavano il segno del passaggio dei carri armati, con carcasse di automobili adagiate da qualche parte a caso. La gente per strada ci invitava nelle case per mostrare le conseguenze dei raid israeliani: il tetto divelto, il letto nel quale era morto un figlio nel sonno, le pareti crivellate di colpi. Si vedevano famiglie intere camminare verso la scuola dell’Unrwa (agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) per trovare rifugio.

Da mercoledì scorso sono stati uccisi 47 palestinesi. I feriti sono 250, di cui 38 in condizioni gravi (fonti palestinesi parlano di 60 morti e 300 feriti). Per il direttore locale dell’Unrwa, John Ging la situazione a Beit Hanun è «disperata». «Mancano l’acqua, il cibo, ovunque ci sono distruzioni, la gente vive nella paura» ha dichiarato il funzionario delle Nazioni Unite. Tra le vittime del fine settimana anche una ragazzina di 12 anni, colpita sabato dal fuoco di un cecchino israeliano. Si chiamava Isra Nasser. Un nome che domani finirà nel dimenticatoio. Si tratta di spiacevoli errori, come è stato spiegato dai vertici dell’Idf. Tra gli sbagli di mira delle scorse ore vanno annoverati due ragazzi che facevano i volontari sulle ambulanze della mezzaluna rossa ed un gruppo di studenti colpiti ieri nella zona di Zayed a Behit Laya (nord di Gaza) nel furgoncino che li portava a scuola. Bersaglio dei soldati israeliani era l’auto su cui viaggiavano dei miliziani. L’errore nel prendere la mira è costato la vita a due ragazzini, Mahmud Sharfi, di 15 anni, morto sul colpo Mohammed Ashur, 16 anni è deceduto poche ore dopo all’ospedale. Altre nove persone, tra cui un’insegnante e ragazzini tra i 9 e i 15 anni, sono rimaste ferite. Sugli “errori” di questi giorni sarà aperta un inchiesta. I 350 morti degli ultimi quattro mesi, la metà dei quali erano civili, restano una certezza. La nuova operazione militare israeliana, “nuvole autunnali” non è riuscita finora a neutralizzare il lancio di razzi qassam verso il territorio israeliano. Come è avvenuto con i Katiusha lanciati da Nasrallah durante la guerra col Libano.

Nel corso dell’operazione militare israeliana in corso a Gaza sono stati interrogati quasi duemila palestinesi, una ventina dei quali sono stati portati in Israele per ulteriori indagini dei servizi di sicurezza.

Nella spirale di violenza che ha travolto Gaza, si è registrato ieri un attentato suicida che aveva per obiettivo i militari israeliani. Una giovane donna originaria del campo profughi di Jabalia (nord di Gaza) Mirvat Mas’ood di 21 anni, si è fatta esplodere ad un posto di blocco. L’attentato non ha avuto gravi conseguenze perché qualcosa non ha funzionato quando la donna ha tentato di azionare la cintura esplosiva. Avendo intuito che si trattava di un attentato i soldati hanno cercato riparo. Quando la kamikaze è riuscita a provocare la deflagrazione un militare israeliano è rimasto ferito lievemente. L’attentato è stato rivendicato dalle Brigate Martiri di Al Quds, il braccio armato della Jihad Islamica.

Se la morsa sempre più stretta sui palestinesi di Gaza ha portato l’attuale governo a capitolare ed accettare nuove condizioni per la formazione di un nuovo esecutivo in grado, almeno questa è la speranza, di traghettare i territori palestinesi, al fuori di una crisi senza precedenti, i miliziani che hanno ancora in mano in caporale Gilad Shalit, hanno annunciato che quest’ultimo potrebbe rischiare di restare vittima degli attacchi di Tsahal. L’operazione militare attualmente in corso a Gaza è scattata inoltre proprio nel momento in cui il rilascio del soldato sembrava imminente. Ora Hamas chiede la liberazione di 1500 prigionieri. Cento in più rispetto a quella che sembrava una trattativa giunta a conclusione.

Il ministro della difesa Amir Peretz, accompagnato dal capo di Stato Maggiore Dan Halutz, in visita ieri alla divisione militare impegnata Gaza, si è congratulato con le truppe per «il successo dell’operazione» ed ha annunciato che le operazioni dell’Idf proseguiranno «nel formato attuale». Non risulta chiaro se il «formato» includa altrettanti morti tra i civili.

Il primo Ministro israeliano Olmert ha ieri dichiarato di non avere intenzione di rioccupare la Striscia di Gaza, chiarendo tuttavia che l’attuale offensiva militare terminerà quando «l’efficacia dell’operazione» porterà Israele al «raggiungimento degli obiettivi». Allora ha dichiarato Olmert, «ritireremo definitivamente le nostre truppe da Gaza». Da quello che ne sarà rimasto, con tutte le conseguenza del caso. Per i palestinesi e per gli israeliani.