Hamas, ci prova la Russia

Hamas è sbarcata ieri a Mosca, per la prima visita ufficiale in Russia del movimento islamico diventato primo partito nel parlamento palestinese dopo la vittoria nelle legislative del 25 gennaio scorso. I rappresentanti di Hamas sono arrivati su invito del presidente Vladimir Putin, per colloqui con i quali il Cremlino spera di guadagnare un ruolo da protagonista in Medio Oriente e Hamas di rompere l’isolamento decretato da Israele e dagli Stati uniti. Al termine della prima giornata d’incontri – che dovrebbero concludersi domani – Hamas ha avanzato la sua ipotesi di «compromesso» nei confronti dello Stato ebraico: non intende riconoscere Israele, ma promette ai dirigenti russi che rispetterà il cessate il fuoco concordato un anno fa, a condizione che Israele si astenga dall’uso della forza (raid militari e assassinii mirati di palestinesi). «Hamas ha confermato il suo impegno di non uscire dall’accordo informale di tregua raggiunto tra le fazioni palestinesi nel marzo 2005», era scritto nel comunicato diffuso al termine dei colloqui tra il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, e i rappresentanti di Hamas. Ma il governo russo ha chiesto ad Hamas una rapida trasformazione in un partito politico a tutti gli effetti, un atto da formalizzare attraverso due passaggi essenziali: il riconoscimento dello stato d’Israele e di tutti gli accordi sinora sottoscritti dall’Autorità nazionale palestinese. A questa condizione, ha detto Lavrov, «i nostri fratelli palestinesi avranno il nostro appoggio». La delegazione di Hamas era guidata dall’uomo che da anni è riconosciuto come la sua guida politica, Khaled Mashaal, che ha precisato che il gruppo esige da Israele il ritiro dai Territori occupati nel 1967, prima di avviare qualsiasi discorso di pace. «Se Israele dichiarerà ufficialmente di essere pronto a tornare ai confini del 1967, a permettere il rientro dei profughi palestinesi, la distruzione del muro (in costruzione in Cisgiordania) e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, allora il nostro movimento farà passi nella direzione della pace».

Forte di questo primo riconoscimento i leader di Hamas si preparano ora a recarsi in Sudafrica e in Arabia saudita, alla ricerca di sostegni politici e finanziari.

Mentre russi e palestinesi discutevano a Mosca, a Nazareth ieri pomeriggio si è sfiorata la tragedia: tre israeliani ebrei, un uomo e due donne, sono entrati travestiti da pellegrini cristiani nella Basilica dell’Annunciazione trasportando, in una carrozzina, una bombola del gas ed alcuni petardi. Testimoni hanno riferito che i tre, appena entrati, hanno lanciato i petardi tra la folla in preghiera per l’inizio della Quaresima. I forti boati hanno scatenato il panico tra i fedeli cristiani convinti dell’inizio di un attacco con bombe contro la basilica. Almeno sette persone sono rimaste contuse nel fuggifuggi, altrettante sono state portare in ospedale in stato di shock. Ferito alla testa anche l’assalitore israeliano, raggiunto dalla folla. La rete televisiva Canale 10 lo ha identificato in Haim Eliahu Havivi, 43 anni, di Gerusalemme, che in passato aveva compiuto un’azione simile anche a Betlemme ed era stato interrogato dai servizi di sicurezza. Contro di lui però non sono mai stati adottati provvedimenti restrittivi. In Israele lo hanno subito etichettato come «malato di mente». Le due donne sono la moglie di Eliahu Aviv, una polacca convertita all’ebraismo, e la figlia di 20 anni. «È la solita storia, tutte le volte che un attentatore o un assalitore ebreo compie un attacco contro arabi, lo Stato si affretta a definirlo una persona instabile, con problemi psichiatrici. Non accade mai con gli attentatori arabi. Era accaduto lo stesso con Ami Popper (un militare che falciò con il mitra otto lavoratori di Gaza nel 1990 vicino Tel Aviv) e con Baruch Goldstein (che nel 1990 uccise 30 fedeli musulmani a Hebron)», ha commentato Wadye Abu Nassar, un consigliere del Patriarca cattolico di Gerusalemme Michel Sabbah. «La Chiesa cattolica locale condanna con forza questa azione contro la Basilica della Annunciazione e si aspetta che lo Stato di Israele protegga i luoghi santi cristiani», ha aggiunto.

La tensione è rimasta alta per tutta la notte a Nazareth. In pochi minuti, dopo il lancio dei petardi nella basilica, si sono radunati centinaia di palestinesi cristiani in segno di protesta. All’arrivo della polizia sono scoppiati tumulti che hanno causato il ferimento di almeno due manifestanti, mentre cinque agenti sono rimasti contusi. La folla ha anche attaccato l’ambulanza giunta per trasportare fuori dalla chiesa i tre assalitori. A poco è servito l’intervento del sindaco di Nazareth, Rames Jaraisi, giunto per placare gli animi. Alle fiamme anche un’automobile della polizia. «Si tratta di un episodio grave», ha ammesso il ministro per la sicurezza interna Gideon Ezra riferendosi all’azione dei tre israeliani che sono potuti uscire dalla Basilica della Annunciazione solo in tarda serata.