Hai visto Maradona

Diego Maradona, un ex-calciatore uscito, dopo non pochi dolori, dalla tossicodipendenza, che guida a Buenos Aires la marcia del rifiuto a Bush, sconvolgendo il Vertice dei paesi della Oea, dal quale Cuba era grottescamente esclusa per volere proprio degli Usa, è il segno di un continente in tensione e rapido mutamento dove l’avversione alla invadenza e alla prepotenza degli Stati uniti è evidente nelle strade, nei campi, nei caffè, nella vita grama e inumana di molti paesi latinoamericani e dove l’antiamericanismo non è mai stato così grande. Maradona che fa politica, pur con i suoi limiti, e si espone in prima persona, è figlio dello stesso fenomeno per cui Lula, un ex operaio metallurgico, tre anni fa è stato eletto al vertice del Brasile una volta oligarchico, e dello stesso fenomeno per il quale l’indio Chavez è stato confermato per otto volte al governo in Venezuela e fra un mese Evo Morales, l’ex leader del Sindacato dei coltivatori della foglia di coca che Condoleezza Rice ha nella lista dei reietti, potrebbe diventare il primo presidente indigeno e socialista nella terra dove fu assassinato Che Guevara. E questo malgrado Rumsfield, il falco del governo Bush abbia minacciato un embargo se venisse eletto.

Esplode, in America latina e si rivela in molti modi l’ormai palese insofferenza di un mondo vessato, represso, «tante volte burlato», come disse all’Onu proprio Ernesto Guevara, un mondo che non ne può più dei governanti comprati e imposti dalle multinazionali e dalla finanza speculativa nordamericana ed europea. Un universo che non crede più alle parole e ai riti della vecchia politica. Non a caso dalle trasformazioni in atto per iniziativa delle popolazioni indigene di Bolivia, Ecuador, Perù, e forse, domani, perfino di Colombia e Guatemala, sono spesso esclusi i partiti della vecchia sinistra incapaci di osare, di rischiare come hanno fatto, in questi ultimi anni gli Aymara i Qhechua, o i Maya del Chiapas per difendere, di volta in volta, il gas nazionale, ultima risorsa delle loro terre prosciugate dalle multinazionali.
O il diritto all’acqua e alla sopravvivenza messo in discussione da compagnie nordamericane come la Bechtel, quella dove il boss è Cheney, il vice presidente degli Stati uniti. Maradona, al contrario di molti suoi colleghi ritenuti più probi e più affidabili è un passionale, un ribelle che però ha sempre letto i giornali dalla prima pagina all’ultima, comprese quelle della politica estera e dell’economia ed ha sempre avuto un’idea di quello che stava accadendo nel continente dove è nato. Con un anno di anticipo, per esempio, commentando il fenomeno dei bambini di strada a Buenos Aires, piaga sociale fino a dieci anni fa sconosciuta in Argentina, mi ha previsto nel 2001, con un anno di anticipo, il «default», il fallimento del suo paese dove milioni di compatrioti si sono accorti da un giorno all’altro di avere in mano non risparmi ma carta straccia.

Maradona sapeva che questo disastro era dovuto all’arrendevolezza di Menem e del suo apparato alle politiche di usura imposte ai paesi poveri dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, ma era magnanimo con l’impresentabile presidente argentino di allora che lo aveva salvato dalla prigione quando, ormai ex calciatore malato, aveva rotto un ingiustificato assedio mediatico alla sua casa di campagna sparando insensatamente con una doppietta a chi cercava solo un incidente, non una notizia.

Forse sarebbe nato prima il masaniello venuto dal calcio che Maradona ora rappresenta per molti improbabili inviati in Sudamerica se non ci fosse stata la gratitudine che sentiva, malgrado tutto di dovere a Menem, e anche il disagio della dipendenza dalla cocaina dalla quale non sapeva allontanarsi.

Ma quando già lo davano per morto Maradona è risorto. Il soggiorno a Cuba e la frequentazione con Fidel Castro ha rafforzato poi il suo impegno in questo inaspettato ruolo di politico di complemento che ha il grande privilegio però di potere usare i media, come dimostrano due film e un dvd attualmente in preparazione sulla sua vicenda umana.

Diego, accolto a Cuba per curarsi quando nessuno più lo voleva fra i piedi ha sperimentato in prima persona la doppiezza di buona parte dell’informazione mondiale che, quando racconta la Revolución , è ipocrita fino al grottesco e così esageratamente faziosa, considerando quello che succede di terribile in America latina e nel mondo, da apparire sospetta.

I pregi e i difetti, le conquiste sociali e le durezze della rivoluzione, il più grande numero 10 della storia del calcio, al contrario dei cronisti che «candidamente» vanno a Cuba, un paese assediato dagli Stati uniti da più di quarant’anni, con un visto di turismo, li conosce bene e gli sono chiari anche i diritti negati, l’ingiustizia sociale, le repressioni violente ancora in atto nel continente anche se eluse dalla grande comunicazione.

Poi, sul piano personale, Diego non dimentica l’uso fatto della sua pelle ai mondiali del `94, negli Stati uniti. Fu invocato quando sembrava che l’Argentina non si qualificasse e i biglietti negli stadi non trovavano compratori, ma subito dopo incastrato da un controllo antidoping per un prodotto, l’efedrina, l’uso del quale fu perdonato allo spagnolo Calderé nel mondiale dell’86. Fu quindi sospeso (senza possibilità di difesa) e rispedito in patria come persona non gradita.

Come molti figli della povertà che si riscattano dalle difficoltà dei propri inizi Diego non ha però dimenticato. Poi il pesante fallimento dei vari Nafta, Plan Colombia, Plan Puebla-Panama, Alca, eccetera e di tutte le trappole economico commerciali con le quali gli Stati uniti hanno tentato di asservire il continente centro e sudamericano negli ultimi anni ha fatto soffiare un vento di proteste e desiderio di riscatto al quale Maradona non ha voluto sottrarsi.

Nel bene e nel male, come quando giocava a calcio ed era il più bravo, non si è tirato indietro, ha voluto parlare in nome di coloro ai quali non è permesso. Nell’era dell’opportunismo dove i campioni sportivi sono spesso banali per non rischiare nemmeno un dollaro dei propri appannaggi, questo è sicuramente un merito di Diego, indipendentemente da qualunque eccesso.