Günter Grass, la ferita e il business

Sdegno, incredulità e rispetto si alternano sulle prime pagine dei giornali tedeschi dopo la scandalosa confessione di Günter Grass, premio Nobel per la letteratura e “monumento” della coscienza nazionale in un’intervista apparsa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, in cui ha rivelato di essersi arruolato volontario nelle Waffen SS alcuni mesi prima della fine della guerra. Il grande vecchio ha parlato, e la storia degli ultimi sessant’anni si srotola all’indietro investendo di una luce sinistra una carriera letteraria e un percorso intellettuale e morale unici per la Germania del dopoguerra e del dopo-riunificazione. Da sempre appassionato socialdemocratico, Grass incarna come pochi il mito dell’intellettuale engagé. Fu sostenitore aperto di Willy Brandt e strenuo oppositore alla riunificazione dopo l’89. «Una nazione unita – commentò a suo tempo – avrebbe inevitabilmente ripreso il suo ruolo belligerante».
Che fare adesso dopo questa rivelazione che pesa come un macigno, non solo sulla coscienza di questo eccellente quasi ottantenne, ma su quella di tutto un paese che sembra vivere in un continuo processo di rielaborazione storica nei confronti di un passato che non vuole e non può passare? A fare scandalo non è tanto il dato biografico: un giovane sedicenne vuole arruolarsi in marina, non lo prendono, perché non c’è posto, poco dopo lo chiamano invece le SS, le truppe scelte del partito nazista, i boia dei campi di concentramento, gli assassini di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, di milioni di persone. Lui parte e pochi mesi dopo finisce in un campo di prigionia americano. Un destino che condivise con migliaia di altri suoi connazionali. A sgomentare è stato il suo silenzio. Lungo quasi una vita. Quanti nei giorni scorsi si sono chiesti: «perché proprio ora?» rimane in attesa degli scabrosi dettagli contenuti nella sua autobiografia, in uscita per settembre. Una coincidenza non certo casuale, come ha fatto notare il filosofo Klaus Theweleit, che nel coming out dello scrittore vede un’operazione pubblicitaria dall’effetto dirompente. Tuttavia la polemica non accenna a placarsi. Non c’è giornale in cui non si rifletta, discuta o sentenzi sulla perduta innocenza del poeta nazionale. «Ha confessato troppo tardi», tuona il coro dei moralisti piú o meno all’unisono.

In realtà Günter Grass ha parlato al momento giusto, e non soltanto per l’imminente uscita del suo libro di memorie che è già un best-seller. Soprattutto perché grazie proprio a intellettuali come lui e Martin Walser la riflessione sul passato nazista in Germania ha focalizzato sul ruolo del popolo tedesco come vittima del nazismo e della guerra, cercando di scrollarsi di dosso il marchio funesto di una colpa collettiva e indelebile. In altre parole, si è lavorato a vari livelli alla costruzione di una sorta di “mito di innocenza collettiva” che potesse peró allo stesso tempo convivere con la consapevolezza di aver reso possibile l’orrore. «In un clima simile è piú facile confessarsi» commenta Gerrit Bartels nella tageszeizung. Questo clima, che una parte della sinistra radicale non esita a definire revisionista, ha reso possibile la realizzazione di una mostra molto discussa, inaugurata proprio questa settimana a Berlino dal titolo Percorsi forzati – fuga ed espulsione nell’Europa del XX secolo, promossa dalla presidente della Federazione degli espulsi tedeschi Erika Steinbach. Insieme a foto che documentano i drammi dei profughi armeni perseguitati in Turchia nel 1915 e 1916, degli ebrei polacchi deportati dai nazisti e delle pulizie etniche in Bosnia Erzegovina negli anni ’90, la mostra espone documenti relativi all’espulsione di 12,5 milioni di tedeschi che in seguito alle decisioni assunte dagli Alleati nella conferenza di Postdam del 1945 lasciarono la Polonia e la ex Cecoslovacchia. I tedeschi dunque vittime, come tutti gli altri? L’operazione di falsificazione storica consiste, secondo molti critici, nel non aver messo in primo piano il “dettaglio” che fa la differenza tra queste vittime, e cioè la responsabilitá dei tedeschi agli orrori del nazismo, della guerra e dei campi di concentramento.

Günter Grass dunque affonda la lama in una ferita che brucia. Mentre sui giornali si discute della sua integrità morale c’è chi pensa a reazioni concrete e piuttosto drastiche. Il premio Nobel per la pace ed ex presidente polacco Lech Walesa ha dichiarato alla Bild Zeitung: «Il consiglio comunale di Danzica potrebbe ritirare a Grass la cittadinanza onoraria. Meglio sarebbe che ci rinunciasse lui stesso». Il P. E. N. Club della Repubblica Ceca sta valutando se ritirare allo scrittore il premio Karel Capek, conferitogli nel 1994. Il terremoto scatenatosi intorno al vate nazionale ha messo in secondo piano un particolare piccante raccontato dallo scrittore nell’intervista: nel campo di prigionia americano Grass conobbe un altro giovane SS di nome Joseph. «Voleva fare carriera nella chiesa», racconta, non aggiungendo altro. » probabile che anche lui sia entrato nella storia. Con uno pseudonimo peró: Benedetto XVI.