Guinzaglio elettorale per 100mila

Stefania, 38 anni, single per forza, 800 mila lire prima, 400 euro adesso, da 16 lavoratrice socialmente utile dislocata prima all’Ufficio di collocamento (finché c’era) poi al Municipio e in uffici vari di pertinenza pubblica; destinata a sostituire questo o quell’impiegato in malattia, maternità, ferie e, da ultimo, i dipendenti della pubblica amministrazione che non possono essere assunti. A ogni giro di rinnovo Stefania si è ritrovata in mezzo alla strada, salvo il recupero all’ultimo minuto prima dell’ultima elezione, Così da 16 anni, 32 semestri, 64 trimestri. Ogni tanto un trimestre saltato, tanto per spegnere ogni illusione di continuità ed evitare il rischio di vertenze.
Michele, 42 anni, sposato con due figli piccoli, ex articolo 23, mai stabilizzato del tutto presso l’Assessorato ai Beni culturali della Regione siciliana. Beppe, 36 anni, forestale “a progetto” da 10, di fatto lavoratore stagionale da sempre, ne aveva 26 e si era appena laureato in scienze agrarie e forestali quando era stato chiamato per la prima volta, ai tempi di Totò Cuffaro assessore all’Agricoltura del centrosinistra. Beppe è in attesa di sposare Cecilia, grafica di 35 anni, precaria da 12, con contratti di un Ufficio tecnico rinnovati trimestralmente, la quale ha paura di non fare più in tempo ad avere un figlio. Tra tutti e due arrivano sì e no a 1500 euro al mese; stanno ognuno a casa propria continuando a vivere con i genitori perché chi se lo può permettere di mettere su casa, né in affitto né, meno che mai, con un mutuo che nessuna banca ti concede se non hai un contratto “fisso”? E poi c’è chi parla di sacralità del matrimonio e difesa della famiglia.

Francesco, precario all’Università, una volta con una borsa di studio, un’altra con un posto di ricercatore senza sede assegnata; una figlia appena nata. Giovanni, prima cococo e poi cocopro della Sanità pubblica, sette anni con contratti annuali per tre rinnovi e biennali per due. Ogni volta che si approssima la scadenza scatta la costrizione insopportabile di calare la testa e sorbirsi le angherie di capi, capetti e capataz, quelli sì a tempo indeterminato e supergarantiti dal sistema della cooptazione nei punti alti del potere, mentre in basso non c’è uno straccio di aggregazione sindacale che possa portare i lavoratori fuori da una così mortificante subordinazione con partita iva.

E poi ci sono Maria e Patrizia e Virginia e un’altra Stefania, tutte laureate con voti tra 107 e 110, in economia, in chimica, in architettura; Maria, ingegnere informatico, anche con lode; quattro amiche, tutte a tempo determinato in un call center, a fare improbabili telefonate promozionali o a prenderne di inutili proteste. Età compresa tra i 27 e i 31 anni. Single per forza e per l’eternità. I rispettivi compagni e fidanzati messi peggio di loro, che sono pagate a risposta e dunque costrette a fare qui i turni e poi correre a studio per il praticantato gratuito che dovrebbe portarle all’esame di Stato. E poi? E poi chissà!

Questa è la realtà di 54mila e rotti precari siciliani sugli oltre 90mila che risiedono soprattutto nelle regioni meridionali (il 25% ha tra 40 e 44 anni, un altro 25% tra 45 e 49; 21mila Lsu, 71mila di pubblica utilità, articolisti, forestali a termine, contratti di formazione e di ogni altro genere, previsti dalla Riforma Biagi del mercato del lavoro), forma surrettizia di aggiramento delle mancate assunzioni che i tagli alla spesa pubblica impongono agli Enti locali e forma esplicita del fallimento delle politiche occupazionali che negli ultimi cinque anni, affidate a Roma a Silvio Berlusconi e Roberto Maroni e in Sicilia a Totò Cuffaro, hanno proceduto a fare tabula rasa dei lavori regolarmente contrattualizzati, a tempo pieno e indeterminato, sostituiti a mano a mano dai tanti Francesco, Giovanni, Stefania, Patrizia.

Sotto le alte volte a sesto acuto del Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea regionale siciliana, nell’ultimo giro di provvedimenti preelettorali tutte le forze politiche hanno votato per il rinnovo dei contratti in scadenza, dopo l’aspra lotta dei forestali che hanno manifestato sia qui sia davanti alla sede del governo regionale, a Palazzo D’Orleans.

Ma la questione è complicata, perché se da un lato l’obiettivo della stabilizzazione è più che legittimo (promesso da tutti e regolarmente disatteso) dall’altro la mancanza di fondi fissati senza equivoci dalla Finanziaria nazionale, e di risorse previste e destinate in precise voci di passivo in quella regionale, farà sì che tale stabilizzazione continuerà ad essere una bandiera sventolata a ogni giro di votazioni e dismessa subito dopo, quando, finita la messinscena elettorale, al posto delle assunzioni diventeranno più urgenti le politiche di risanamento, il taglio alla spesa pubblica, i limiti imposti dal patto di stabilità interno; virando verso una scelta politica che agli sprechi amministrativi e alla cattiva gestione sa opporre soltanto il recupero sui lavoratori, scaraventati di nuovo nell’abisso dell’incertezza. A meno che…