Guerriglieri arabi e spie occidentali

Esplosioni, agguati, sequestri e una raffica di misteriosi disastri aerei. Da almeno quattro anni gli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica sono bersagliati da attacchi e incidenti.

Una strategia che due reporter investigativi, l’americano Seymour Hersh e l’israeliano Ronen Bergman, riconducono a una guerra segreta che i servizi occidentali avrebbero iniziato per indebolire i pilastri militari che sorreggono il potere dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della rivoluzione.

Ciò che accomuna la tesi di Hersh, il primo a parlare delle «Black Operations», e quella di Bergman, autore del libro «The Secret War with Iran», è il punto di partenza: la decisione del Congresso di Washington di rendere pubblica nel 2008 una spesa di 400 milioni di dollari a sostegno delle operazioni clandestine in Iran, da condurre in solitudine o con gli alleati. Avvenne nell’ultima fase dell’amministrazione Bush ma la Casa Bianca di Barack Obama non ha finora chiesto a Capitol Hill di bloccare quei fondi. Trattandosi di operazioni clandestine non vi sono fonti disposte, pur coperte dall’anonimato, a parlarne. E’ tuttavia possibile, seguendo i tracciati di Hersh e Bergman, ricostruire quella che assomiglia ad una morsa di attività aggressive, i cui protagonisti sono numerosi perché ciò che conta per i servizi occidentali è aiutare chiunque possa indebolire il potere di Khamenei.

Fra i protagonisti di questa guerra clandestina il più loquace è senza dubbio Abd Al-Malek Rigi (nella foto), l’emiro del Beluchistan alla guida del «Movimento di resistenza popolare in Iran» meglio noto come Jundallah, che in un’intervista ad Al Arabiya nel 2008 si è definito leader di un “movimento islamico simile ai taleban e Al Qaeda” ed è riuscito a mettere a segno i colpi più duri contro Teheran. Sono stati infatti i suoi mujaheddin nel 2005 ad attaccare la carovana d’auto sulla quale si trovava il presidente Mahmud Ahmadinejad, nel 2007 ad uccidere 18 pasdaran in un agguato a Zahedan, nel 2008 a sequestrare 16 agenti, in giugno ad assaltare una moschea a Zehdan e ieri a firmare l’attacco di Pishin in cui sono morti diversi comandanti pasdaran.

La capacità militare di Jundallah viene attribuita ai legami con i taleban afghani, con cui condivide i proventi del traffico della droga e dai quali riceverebbero armi ed esplosivi seguendo uno schema di collaborazione militare simile a quello che, nel nord-ovest dell’Iran, unisce i guerriglieri curdi del Pjak ai pashmerga iracheni ed ai turchi del Pkk. Ma se Jundallah mette a segno attentati, il Pjak è capace di vere e proprie operazioni belliche come l’abbattimento di elicotteri e, nello scorso aprile, l’assalto in forze ad una stazione di polizia nel Kermanshah.

Il terzo fronte di guerriglia è nel sud-ovest, dove a ridosso del confine iracheno operano diversi gruppi per «la liberazione dell’Ahwaz» che nel 2005 hanno rivendicato gli attentati dinamitardi con cui è iniziata la «intifada» arabo-sunnita mirata a staccare la provincia del Khuzestan dall’Iran. Per Bergman queste guerriglie sarebbero una sorta di «guerra per procura», guidata da unità di élite inglesi ed americane posizionate in Iraq e Afghanistan. Il sospetto però è che anche Parigi sia divenuta parte delle «Black Operations», potendo disporre da maggio di proprie basi ad Abu Dhabi – una aerea e una navale – da dove far operare le truppe speciali.

D’altra parte il metodo di ricorrere ai commando per sostenere guerriglie interne fu inaugurato con successo dal Pentagono nell’autunno 2001, rovesciando il regime dei taleban a Kabul. Un tassello a parte delle «Black Operations» è quello degli incidenti aerei che dal 2002 bersagliano scienziati, militari e pasdaran, in maniera talmente misteriosa da suggerire una matrice israeliana. Si tratta di oltre una dozzina di incidenti, la cui sequenza è impressionante: nel 2002 cade un Antonov uccidendo 46 scienziati aerospaziali russi e ucraini, nel 2003 è la volta di un Ilyushin con 276 pasdaran, nel 2005 un C-130 militare si schianta a Teheran, nel 2006 tocca ad un velivolo dei pasdaran 11 alti ufficiali, nel 2008 è la volta di un Boeing kirghizo affittato da Teheran e lo scorso luglio di un Tupolev in viaggio verso Erevan, a bordo del quale vi sarebbero stati 9 scienziati nucleari iraniani e 3 russi. La guerra continua.