Guerriero sconfitto

Per la prima volta da quando è stato eletto primo ministro, nel 1997, Tony Blair è stato sconfitto in un voto al Parlamento. E proprio sulla cosiddetta «guerra al terrorismo». Blair ha insistito affinché alla polizia venissero dati poteri aggiuntivi per detenere gente senza accuse e senza processo fino a 90 giorni. Queste erano le leggi in vigore nel Sudafrica dell’apartheid. Queste erano le leggi di «carcerazione preventiva» applicate dall’impero britannico nelle colonie. Queste erano le leggi che Blair voleva applicare ai cittadini britannici, dimenticando l’habeas corpus e i diritti del «free-born Englishman». Persino il partito conservatore, che pure ha appoggiato senza esitazioni Blair sull’Iraq, ha considerato questa proposta un inutile esercizio di autoritarismo. E un congruo numero di laburisti ha votato contro il leader, facendo sì che questa misura venisse respinta per 322 voti contro 291 – molto più dell’attesa maggioranza di 31 voti. Ancora prima delle bombe a Londra del 7 luglio, il governo laburista aveva dichiarato guerra alle libertà civili in nome della «guerra al terrorismo». Blair e il suo ormai svalutato governo volevano approvare queste nuove leggi per evitare di addossarsi la minima responsabilità degli eventi del 7 luglio. Hanno cercato di far leva sull’ignoranza, sul pregiudizio e sulla paura per spaventare i cittadini britannici, la maggioranza dei quali però sa bene che gli attacchi a Londra sono stati determinati soprattutto dalla decisione di Blair di partecipare alla guerra.

La sconfitta in parlamento ha indebolito all’interno del suo stesso partito Tony Blair, il cui consenso nel paese è già ampiamente calato. Tutte le sue scelte politiche, i suoi errori, il suo amore per i ricchi, le sue aberrazioni, le sue boriose insulsaggini quando attacca le libertà civili, la sua propaganda bellica sono ormai esposti allo scherno dei critici, il cui numero è destinato ad aumentare. Nell’Inghilterra liberale, molti di coloro che sono stati benevolenti verso il New Labour cominceranno a prestare maggiore attenzione a politiche che, fino ad adesso, hanno appoggiato per buona fede. Il desiderio di Blair di privatizzare l’istruzione e la sanità potrebbe non andare a buon fine, scherno e disprezzo potrebbero spingerlo fuori da Downing Street. Lui ha già promesso al suo leale e fedele successore designato, Gordon Brown, che si sarebbe dimesso prima delle prossime elezioni.

Questa sconfitta lo ha ferito, ma Blair potrebbe ancora riprendersi. Non è ancora stato colpito al cuore. Si potrà escogitare qualche trucco per cercare di tenerlo in piedi. Ma per quanto tempo? I collaboratori sostengono che il primo ministro vuole abbandonare il suo posto a testa alta, che non vuole essere cacciato per la guerra in Iraq. Ma ormai il suo futuro non dipende più da lui. Non può sperare di cancellare l’ignominia e la disgrazia che ha portato a questo paese con la sua guerra. I suo imbelli ministri gli suggeriranno di andarsene o lo lasceranno sanguinare lentamente fino alla morte? Questo è il principale interrogativo che scaturisce dalla sconfitta di ieri.