Guerre USA in Afghanistan e Iraq: colpite duramente le donne

Un quinto della popolazione mondiale è così povero che non riesce a soddisfare i propri bisogni primari, come la casa e il cibo. Tre quarti dei poveri sono donne e il loro numero è in aumento. Perché ciò sta accadendo?

Oggi, la povertà non ha il suo fondamento sulla scarsità di risorse. La tecnologia renderebbe possibile alle persone di lavorare solo poche ore al giorno per mantenere se stessi e soddisfare le proprie esigenze. La povertà è il risultato della distribuzione fortemente diseguale della ricchezza e della globalizzazione del sistema capitalista che nega i meritati benefici economici all’intera popolazione del mondo in via di sviluppo e a un numero crescente di quella dei paesi sviluppati.

Le politiche neoliberali del capitalismo spingono a fondo verso la pauperizzazione delle donne. La crisi economica mondiale, precipitata con l’opera degli avidi banchieri di Wall Street, non ha fatto che peggiorare il problema.

Ad esempio l’istituzione del Libero Accordo Commerciale Nord Americano (NAFTA) in America Latina ha portato ad un minor numero di servizi sociali, a prezzi più alti, alla diminuzione dei salari e dei sussidi e all’aumento della disoccupazione. In Argentina il 23% delle donne ora lavorano come domestiche. A Lima, in Perù, oltre l’11 % sono domestiche. Molte lavorano part-time, senza contratto e diritti.

Nel frattempo Washington dichiara di tutelare e sostenere tutte le donne del mondo. Per esempio, dichiara che uno dei motivi dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte del Pentagono era di portare aiuto alle donne. Che cosa hanno portato davvero alle donne di questi popoli?

Suraya Pakzad, una donna avvocato afgana, ha descritto una situazione disperata delle donne nel suo paese. Ha detto, “Tre decenni di guerra, di trasferimenti forzati, di signori della guerra, di traffico di armi e droga, si fondono e creano una situazione davvero difficile per le donne; quando non c’è la sicurezza e la guerra continua, non c’è nessuna garanzia per i loro diritti”.

Nel descrivere il paese segnato da una povertà crescente e dal recente aumento della violenza contro le donne e delle vittime civili, Pakzad afferma che “quando le persone sono malate, affamate e non hanno accesso all’acqua potabile, sostenere l’istruzione – e anche i diritti delle donne – non è efficace… Le priorità sono gli ospedali, l’accesso all’acqua potabile e il cibo. “( Politics Daily, 10 marzo 2010)

Le donne in Iraq e la questione del “diritto di vivere”

Prima che il Pentagono attaccasse l’Iraq nel 1991, il paese offriva le migliori condizioni della regione alle donne, tra cui un alto livello di istruzione, salute, nutrizione e servizi sociali. Secondo le sostenitrici delle donne irachene, le condizioni di vita si sono ora abbassate al livello dei paesi più poveri del mondo.

Dicono che vivevano molto meglio sotto Saddam Hussein e che la loro situazione è peggiorata anno dopo anno dall’invasione guidata dagli USA nel 2003. Ora non sono chiedono uguali diritti, ma solamente il ” diritto di vivere”.

“Prima dell’invasione del 2003, per una donna era possibile vivere una vita normale se seguivi la politica dello Stato”, ha detto Sharmeran Marugi, capo del Comitato iracheno delle donne. Ora, però, il ‘diritto di vivere’ è uno slogan che abbiamo cominciato ad usare, poiché la vita di una donna in Iraq è minacciata da tutte le parti” (Agence France Presse, 17/04/2008).

Questo è il modo in cui gli Stati Uniti, il capitalismo e l’imperialismo hanno “aiutato” le donne. Il governo statunitense ha cinicamente usato la difficile situazione delle donne e la buona volontà e la preoccupazione del popolo americano come pretesto per le guerre di conquista contro l’Afghanistan e l’Iraq, col fine di rubare le loro risorse naturali.

In verità, un invasore e occupante straniero non può mai portare la libertà alle donne.

Mentre l’oppressione delle donne ha molte origini, il capitalismo USA – le loro politiche imperialiste e neoliberali e le guerre contro interi popoli – sono attualmente il più grande oppressore delle donne nel mondo, molto di più di ogni altra cosa.

Tratto da un discorso tenuto il 13 marzo al NYC International Women’s Day forum.

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da Workers World

Traduzione dall’inglese per http://www.resistenze.org/ a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare