Guerra Usa per strappare un si alla legge sul petrolio

L’arresto di uno dei collaboratori più stetti di Moqtada al Sadr, Abdul Hadi al Daraji con una spettacolare blitz dei reparti speciali Usa nei pressi di Sadr City, le non certo velate minacce di morte contro lo stesso leader radicale, l’arresto di numerosi altri esponenti locali delle sue milizie, un vero e proprio diktat da parte della massima autorità sciita, l’ayatollah al Sistani, l’assoluta necessità per l’Amministrazione Usa di mettere un po’ d’ordine nel campo sciita in modo da poter avere le mani libere per colpire la resistenza irachena e i quartieri sunniti che la proteggono, hanno portato domenica all’annuncio di un rientro nel governo dei sei ministri designati da Moqtada e nel parlamento dei 30 deputati facenti riferimento al leader radicale sciita. L’Amministrazione Bush e il governo al Maliki hanno fatto di tutto per ottenere il ritorno degli uomini di Moqtada nel governo e nel parlamento non solo per dividere con lui l’odio che la nuova offensiva americana scatenerà in tutto paese ma soprattutto per un obiettivo, per loro, ancor più importante: il raggiungimento del numero legale nel parlamentino di Baghdad in modo da poter far passare il più velocemente possibile la nuova legge sul petrolio «made in Usa» che consegnerà nelle mani delle multinazionali il 70% dei proventi del petrolio iracheno. Il parlamento iracheno infatti non è da settimane in grado di raggiungere il numero legale a causa del trasferirsi all’estero di gran parte dei deputati. In particolare il vicepresidente dell’assemblea lo sheik Khaled Attiya ha dichiarato che i deputati «scomparsi» – ma in realtà vivissimi con i loro 12.000 dollari di stipendio in un paese dove chi è fortunato ne guadagna 200 – sarebbero non meno di 150 su 275. Con i deputati di al Sadr, e richiamando in patria qualche altro parlamentare fuggitivo, l’Amministrazione Usa spera così di dare una copertura legale al furto delle risorse petrolifere di Baghdad. La legge, preparata dagli esperti Usa della BearingPoint e già sottoposta al Fondo Monetario internazionale e alle stesse multinazionali, dovrebbe essere licenziata in questi giorni dal governo ed essere presentata al parlamento entro la prossima settimana, se non prima. Nei prossimi giorni l’Amministrazione Bush e le compagnie petrolifere, per la prima volta dal 1972, dalla nazionalizzazione del settore, metteranno così ufficialmente le mani sulle enormi riserve petrolifere dell’Iraq.