Guerra infinita

Altro che Bush dal volto nuovo dopo la schiacciante vittoria elettorale. Perfino la «colomba» Colin Powell ci fa sapere che «il presidente continuerà con la sua politica estera aggressiva». Riparte la guerra preventiva dunque. L’attacco a Falluja è il primo atto del «secondo mandato». Divino. Prima hanno pregato, hanno sentito messa, si sono confortati perché «lì c’è Satana». Poi hanno scatenato l’inferno di fuoco su un centro urbano dove, nonostante due terzi della popolazione sia fuggita, restano almeno centomila persone. I raid aerei sono stati senza sosta per sei mesi, ma da due giorni a Falluja non c’è minuto che non sia rotto dallo schianto dei missili che piovono tra le case dal cielo e, ora, anche con i cannoni da terra. I carri armati sono entrati da 48 ore e sventrano palazzi, ospedali, cliniche. Gli assedianti hanno «modernamente» tagliato acqua e luce. Si combatte porta a porta: è il tiro al piccione. Sono 20mila i soldati americani all’assalto della città sunnita ribelle che resiste, duemila per l’intelligence Usa i rivoltosi asserragliati – ma la stessa intelligence teme che diecimila abitanti stiano in queste ore imbracciando le armi per difendere la loro città. C’è Zarqawi, l’uomo di Al Qaeda, laddentro hanno insistito i comandi Usa, e Zarqawi, come da protocollo, rivendica e incita alla Jihad. Ma ieri sera Zarqawi è «fuggito». In questi giorni le poche immagini che arrivavano tra le macerie della città sunnita mostravano donne che portavano bambini feriti e che maledicevano Bush indicando i corpicini insanguinati, al grido: «E’ forse Zarqawi questo bambino?». Il consiglio degli ulema della città invita tutti i giornalisti del mondo ad andare a vedere che lì non c’è mai stato «nessun Zarqawi». Probabilmente è proprio così, nonostante l’Iraq sia diventato con la guerra davvero crocevia terrorista e nove mujaheddin arabi vengano mostrati dalle tv Usa come trofei «catturati in città» – ma il Pentagono in Afghanistan e in Bosnia ne portò a migliaia di mujaheddin. Quel che è in ballo con l’attacco a Falluja è la volontà di farla finita con il simbolo della resistenza all’occupazione militare, fin dall’aprile 2003 quando le autorità offrirono le chiavi della città alle truppe Usa, ma poi manifestanti che protestavano per il comportamento dei soldati americani, vennero falciati a decine dalle mitargliatrici dei «liberatori». Allora la musica cambiò: 4 contractors vennero letteralmente fatti a pezzi un anno dopo. Una città che contesta la legittimità del governo Allawi nominato dagli Usa. Non a caso Allawi è corso dagli avamposti di Falluja a rincuorare i suoi militari, chiedendo loro di «non fare prigionieri». Subito dopo aver decretato per tutto l’Iraq la legge marziale fino alle «elezioni di gennaio». Ora le truppe italiane in Iraq «non in guerra» e «umanitarie» secondo il nostro governo ma subalterne ai comandi alleati, applicheranno la legge marziale. Siamo «finalmente» in guerra e il servilismo di Allawi straccia il velo del servilismo di Berlusconi che, col ministro Martino, plaude all’«attacco necessario» su Falluja. La parola è alla armi, e gli assedi ai rivoltosi saranno «lunghi e difficili». Altro che «magnifiche sorti» della Conferenza internazionale e delle elezioni. Assediano Falluja e i ribelli attaccano Samarra, Ramadi, Baquba e Baghdad. Mentre i media ufficiali americani cercano di dare l’impressione di un’operazione condotta «fianco a fianco», marine e iracheni insieme, già si segnalano diserzioni nel «nuovo» esercito iracheno dopo l’appello degli ulema da Baghdad.

Ha chiesto di non attaccare Falluja il solo Kofi Annnan, residuo di quella legittimità delle Nazioni unite che Bush ha stracciato con la sua guerra illegale, bugiarda quanto distruttiva. Nessun altro. Le altre potenze regionali – Francia e Cina – si dicono timidamente «preoccupate». La «potenza mondiale» dei pacifisti infatti non occupa più le piazze. Quella volontà non solo è stata disattesa, è stata sconfitta dalla volontà di guerra del presidente americano supervotato dai cittadini dell’impero. Ma quella guerra non è diventata più legittima e meno crudele perché gli americani in maggioranza hanno votato per Bush. In più, stavolta, per l’attacco sferrato contro le città sunnite ribelli, c’è la novità che è proprio «dio che lo vuole», se è vero il peso di confraternite e sette religiose cattoliche nei risultati elettorali americani.

C’è da chiedersi che rimarrà delle ragioni sconfitte della pace, e quanta di quella partecipazione e solidarietà per i disastri causati dal terrorismo rischi invece ora di tramutarsi in legittima quanto pericolosa indifferenza verso le sorti di un’America colpita da un nuovo 11 settembre. E c’è da interrogarsi sulla sorte di un popolo – quello iracheno, ma il pensiero va ai palestinesi mentre muore Arafat – massacrato e ridotto alle ragioni dei vincitori. Che conquistano con la violenza non la sicurezza di cui hanno bisogno, ma la condizione di guerra civile endemica per sé e per tutto il mondo. Una voragine s’allarga dalla ferita aperta a Falluja.