Guerra. Chi dice umanità cerca di ingannarti

Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso la prospettiva dell’“ingerenza umanitaria” diviene l’elemento chiave della strategia statunitense del new world order e avanza crescenti pretese di legittimità etica e giuridica. L’obiettivo della “sicurezza globale”, si sostiene, esige che le grandi potenze, responsabili dell’ordine mondiale, diano per superato il principio vestfaliano della non ingerenza nella domestic jurisdiction degli Stati nazionali. Gli Stati Uniti dovranno esercitare e legittimare un loro diritto-dovere di intervento nei casi in cui si giudichi necessario intervenire, anche con l’uso della forza, per risolvere crisi interne a singoli Stati, in modo particolare per prevenire o reprimere gravi violazioni dei diritti dell’uomo.
L’assunzione teorica sottostante all’interventismo umanitario è che la tutela internazionale dei diritti dell’uomo deve essere considerata un principio di carattere prioritario rispetto all’obiettivo stesso della tutela della pace e dell’ordine mondiale. La “sovranità esterna” di uno Stato non può essere considerata una prerogativa assoluta e illimitata, tanto più nel contesto di una società planetaria che i processi di integrazione rendono sempre più coesa e carica di interdipendenze funzionali. L’inazione sarebbe complicità.

La prassi dell’humanitarian interventionism si è affermata rapidamente nel corso dell’ultimo decennio del Novecento ad opera delle potenze occidentali e per impulso soprattutto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Questa strategia ha trovato applicazione nella fase immediatamente successiva alla guerra del Golfo del 1991, sia nell’Iraq settentrionale che in quello meridionale, attraverso la definizione unilaterale di no flying zones. Successivamente, nel triennio 1992-94, la politica degli interventi umanitari si è affermata al di fuori di qualsiasi riferimento giuridico, compresa la Carta delle Nazioni Unite. L’intervento degli Stati Uniti e di alcune altre potenze in Somalia, inizialmente motivato dalla necessità di garantire l’afflusso di soccorsi alimentari e sanitari, si è rapidamente trasformato in un sanguinoso conflitto militare i cui obbiettivi si sono allontanati sempre più dalle finalità istituzionali delle Nazioni Unite, fino a coincidere con gli interessi di alcune potenti compagnie petrolifere.

Nei Balcani, prima la guerra di Bosnia e poi, nel 1999, la guerra scatenata dalla Nato contro la Federazione Jugoslava – la guerra per il Kosovo – hanno consacrato definitivamente la prassi dell’interventismo umanitario. La motivazione umanitaria è stata assunta nel modo più esplicito come justa causa di una guerra di aggressione. E si è dichiarato che l’uso della forza per motivazioni umanitarie era legittimo non soltanto in opposizione al principio di non ingerenza nella domestic jurisdiction di uno Stato sovrano, ma anche in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite, con i principi della statuto e della sentenza del Tribunale di Norimberga, oltre che con il diritto internazionale generale.

Di fronte a questa autentica eversione del diritto internazionale la reazione delle Nazioni Unite è stata di sostanziale inerzia e subordinazione, se non di aperta complicità con le potenze occidentali. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, si è allineato con le posizioni degli Stati Uniti (ai quali deve, come è noto, la sua elezione all’incarico che ricopre). In un discorso ufficiale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del settembre 1999, Annan si è spinto sino a giustificare in termini di “stato di necessità” l’intervento militare della Nato in assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza. L’uso della forza, ha dichiarato, è stato un male minore rispetto all’inerzia della comunità internazionale di fronte al rischio di un genocidio. In sostanza le Nazioni Unite, per bocca del loro Segretario Generale, hanno legittimato la guerra di aggressione perché motivata dagli aggressori come “gerra umanitaria”.

Kofi Annan non sembra essere stato neppure sfiorato dal dubbio se la guerra moderna, con i suoi strumenti di distruzione di massa, possa davvero essere usata per proteggere valori universali come i diritti dell’uomo. Ci troviamo qui di fronte ad una evidente aporia: sostenere che tutti gli individui sono titolari di diritti inviolabili e inalienabili significa attribuire loro anzitutto il diritto alla vita, riconosciuto dall’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. In secondo luogo significa riconoscere loro, come vuole ancora la Dichiarazione universale, i diritti fondamentali di habeas corpus: nessuno può essere sottoposto a trattamenti ostili che comportino una lesione della sua integrità fisica, della sua libertà, dei suoi rapporti affettivi e dei suoi beni, se non in seguito all’accertamento di suoi comportamenti consapevolmente contrari alla legge penale.

La legittimazione della “guerra umanitaria” equivale ad una contradditoria negazione di tutti questi principi. Nel caso della guerra per il Kosovo, ad esempio, la pena di morte è stata di fatto applicata a migliaia di cittadini jugoslavi prescindendo da qualsiasi indagine sulle loro responsabilità personali. Migliaia di persone innocenti sono morte sotto i bombardamenti degli aerei statunitensi, britannici e italiani, sotto le micidiali cluster bombs e i proiettili all’uranio impoverito.

Non ci sono dubbi che oggi sia necessaria una tutela internazionale – e non solo nazionale – dei diritti soggettivi. Il problema è di rendere compatibili gli interventi transnazionali a tutela dei diritti con la diversità delle culture, con l’identità e la dignità dei popoli, con l’integrità delle strutture giuridico-politiche di cui essi si siano liberamente dotati. In questa prospettiva non può che essere fermamente respinta la pretesa di singole potenze o di alleanze militari ad erigersi, in palese violazione del diritto internazionale, a custodi dei diritti dell’uomo in quanto valori universali e quindi meritevoli di tutela al di là del rispetto della domestic jurisdiction degli Stati.

L’affermazione del militarismo umanitario degli Stati Uniti ha portato ad un vero e proprio collasso dell’ordinamento giuridico internazionale che è nello stesso tempo causa e conseguenza della paralisi delle Nazioni Unite. La dottrina e la pratica della guerra umanitaria sono state di fatto il primo passo di un uso sistematico della forza militare da parte di una superpotenza “imperiale” che intende imporre la sua egemonia economica, politica e militare al pianeta intero. Le guerre umanitarie non sono state che un preludio delle successive “guerre preventive” contro l’Afghanistan, contro l’Iraq e, molto probabilmente, di quella che si annuncia contro l’Iran. Resta ancora una volta confermata la massima, enunciata da Proudhon e ripresa da Schmitt: «Chi dice umanità cerca di ingannarti».