Guerra, Bolkestein, scuola e le altre spine di Prodi

Oltre tremilioni di voti ottenuti sul proprio nome sono tanti e possono dare alla testa. Ovvio che Prodi possa pensare di navigare su questa partecipazione per imporre la propria agenda politica. E’ quanto ha fatto l’altra sera a Porta a Porta in una pacata e interessante puntata dedicata ai temi concreti del programma prodiano con interlocutori e contraddittori precisi – Confindustria, Confocommercio, la Uil, il direttore del Giornale – affrontati dal Professore con dovizia di particolari e riferimenti concreti alle cose che dovrà fare in caso di vittoria alle elezioni politiche. E qui cominciano i problemi. Certo, alcune indicazioni interessanti Prodi le ha date: ad esempio l’ipotesi di tassare un po’ di più le rendite finanziarie (ma quanto e quali?), oppure la proposta di una cittadinanza per gli immigrati (ma come e dopo quanto tempo?) o ancora l’idea che bisogna dare maggiore stabilità ai giovani contrastando la precarietà e, infine, la ribadita posizione dell’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq. Ma è proprio sulla politica estera che cominciano i guai, ovvero le contraddizioni. Prodi ha ribadito con nettezza che il ritiro dall’Iraq non è propedeutico al ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Che nel primo caso si tratta del riconoscimento postumo di una «guerra sbagliata che non andava fatta» mentre nel secondo caso si tratta di un impegno da onorare (ma che può anche essere letto come l’ammissione che quella guerra, invece, non era sbagliata e andava fatta). L’opzione Zapatero, quindi, cioè il ritiro da tutti i fronti di guerra, non viene contemplata dal “riformismo” italiano a guida Prodi. A domanda su come si dovrà conformare chi dissente da questa impostazione l’ex presidente della Commissione europea ha risposto che in democrazia chi ha la maggioranza afferma le proprie posizioni.
Un punto che lo pone oggettivamente in contrasto con chi, nell’alleanza, sposa una posizione coerente di ripudio della guerra: non solo il segretario del Prc ma anche altre componenti politiche nonché movimenti e associazioni che pure si riconoscono nei destini dell’Unione. In realtà Prodi, nell’esporre le proprie priorità a un Bruno Vespa molto attento, è andato oltre. Spiegando che la legge 30 andrà solo riformata e non abrogata («si tratta di evitare che il lavoro precario sia più conveniente del lavoro stabile» ha detto rivendicando però la legge Treu) che la Moratti andrà solo migliorata, che al primo punto della politica economica di un suo possibile governo c’è il sostegno alla Ricerca e Innovazione delle imprese (ipotizzando defiscalizzazioni molto apprezzate dal vicepresidente di Confindustria Pistoria e dall’industriale Diego Della Valle presenti in studio) ma soprattutto dando un pessimo segnale di risposta alla manifestazione di Roma di sabato scorso quando ha rivendicato il pieno sostegno alla direttiva Bolkestein: «Non sono andato alla manifestazione di sabato, perché abbiamo messo dei correttivi per cui la direttiva Bolkestein è un importante passo avanti verso la liberalizzazione», sono state le sue parole.

Insomma, un approccio pragmatico da parte del candidato premier dell’Unione che apre il secondo tempo nella vita della coalizione, quello programmatico. E che dovrà dare una risposta concreta a quello che appare allo stesso tempo il limite e la forza della sua leadership, l’antiberlusconismo. Il rifiuto dell’attuale governo, l’ansia di liberarsene al più presto, rappresentano una sintesi politica oggi rilevantissima. E costituiscono un elemento chiave della partecipazione che si è registrata domenica scorsa, non l’unico ma certamente quello dirimente. Solo che Prodi, e non solo lui, sa benissimo che l’antiberlusconismo potrà fargli, forse, vincere le elezioni, ma certo non gli permetterà di governare. Soprattutto, di governare in connessione al popolo che gli ha garantito la vittoria. Qui sta il limite. Perché quello di Prodi, a grattarlo bene scoperchiandone il fondo, resta ancora un programma di modernizzazione capitalistica che punta a un rapporto privilegiato con i settori più avanzati ed esposti alla competizione globale i quali sono anche interessati a un livellamento verso l’alto della tassazione sulle rendite finanziarie perché sanno però che questa si traduce immediatamente in interventi attivi a favore delle imprese (oltre a defiscalizzare la Ricerca e l’Innovazione, Prodi ha parlato di riduzione del costo del lavoro e di potenziamento dei distretti industriali). Ma questo programma di modernizzazione, che ne ha caratterizzato la gestione della Commissione europea, se ha garantito in altre zone d’Europa precisi interessi capitalistici – si pensi all’azione della socialdemocrazia tedesca – non ha risolto il problema del consenso di massa. Questa contraddizione oggi rimane sullo sfondo, perché c’è un governo di destra da battere e un Berlusconi da cacciare, ma è già presente nel dibattito appena avviato. Prodi può far finta di non vederla o di affrontarla in seguito, oppure può pensare che con un’apertura a sinistra potrà governarla e integrarla nel proprio progetto. E’ probabile che questa dialettica caratterizzerà una parte se non tutta l’azione di un suo eventuale governo. L’unica variante che Prodi non potrà controllare è una possibile reazione sociale. Quello che potrà fare la differenza, sia nell’immediato che nel futuro più lontano, è proprio la dimensione e l’autonomia che assumeranno i movimenti sociali che si mantengono su un’impostazione antiliberista. Sabato scorso quei movimenti si sono fatti sentire su un tema difficile e spinoso come la direttiva Bolkestein. Ora cercheranno di andare avanti. Forse si riapre con una certa urgenza la questione di uno spazio comune di movimento che, al di là delle scelte elettorali o delle sponde politiche prescelte, serva a ribadire che indietro non si torna.