Guardavalle, comune chiuso per mafia

Guardavalle, ottanta km da Catanzaro, 5.000 abitanti, paesino ex delizioso di cui si aveva già traccia più di tremila anni fa, già appartenente alla rinomata Contea di Stilo. Paesino ex delizioso tutto raccolto dentro quella piccola, dolce vallata aperta verso il mare e solcata dal torrente che scende giù dalle Serre. Un paesino ex delizioso nel cui territorio, raccontano, un tempo «tutte le cose erano liete per esuberanza di messi e di frutti», famoso per il buon vino e il buonissimo olio. Guardavalle che, raccontano, significa “luogo sicuro”: perché, infatti, è messo in modo tale «che non si vede da nessun posto, se non quando ci si trova già dentro» (così il Feroce Saladino non riusciva mai a scovarlo…).

Guardavalle oggi. Segni particolari: Comune chiuso per mafia. L’ultima, in ordine di tempo, delle 17 amministrazioni sciolte per la stessa brutta causa in Calabria.

Veniamo fin qui per vedere com’è. Le “carte” ce le procurano due compagni del posto – Francesco Quaranta, 37 anni, agronomo, segretario del circolo cittadino ”P. Togliatti“, e Mario Galati, 41, ex vice-sindaco, avvocato – due notevoli esemplari di una schiera autoctona di “resistenti”. E le “carte” non sono di ordinaria amministrazione.

Ecco la prima. In data 3 dicembra 2003, firmato il presidente della Repubblica Ciampi e il presidente del Consiglio Berlusconi, «considerato che nel comune di Guardavalle, i cui organi elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 13 maggio 2001, sussistono forme di ingerenza della criminalità organizzata, rilevate dai competenti organi investigativi…; vista la proposta del Ministero dell’Interno, la cui relazione è allegata al presente decreto e ne costituisce parte integrante, decreta: art.1: Il Consiglio comunale di Guardavalle (Catanzaro) è sciolto per la durata di 18 mesi».

Ed ecco la seconda. In data 19 novembre 2003, firmato il ministro degli Interni Pisanu, la allegata relazione dice: «Il comune di Guardavalle presenta forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l’imparzialità degli organi elettivi, il buon andamento dell’amministrazione ed il funzionamento dei servizi, con grave pregiudizio per lo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica» (sì, avete letto bene).

Poi la relazione così prosegue: «Nell’area geografica in cui è collocato l’ente, opera una stabile ed attiva organizzazione criminale. Le autorità investigative hanno evidenziato la pericolosità e la potenza del sodalizio, in quanto è strettamente collegato con le cosche reggine ed ha contatti operativi e ramificazioni nel territorio nazionale. Il comune è stato teatro di ripetuti e inquietanti episodi delittuosi a causa delle lotte fra cosche mafiose».

La relazione ministeriale è “paurosamente” dettagliata. A quanto risulta in base agli accertamenti svolti, in quel paesino ex delizioso, in quel luogo già detto sicuro dove le clementine sono dolcissime e l’aria profumata, «il livello di assogettamento dell’ente alle scelte della locale organizzazine criminale è emerso prevalentemente nel settore dei lavori pubblici, ove è stato rilevato il monopolio dell’aggiudicazione da parte di un cartello di imprese collegate con la malavita organizzata e il sistematico ricorso, in sede di esecuzione dei lavori, al subappalto ad imprese e a soggetti contigui alla locale criminalità organizzata» (sì, avete letto bene).

Prosa ufficiale ancorché chiarissima. Bandi irregolari, trattative private e clientelari, anomalie nella esecuzione dei lavori, appalti ad personam, carenze di controllo, evasione delle norme di sicurezza sul lavoro: queste le “caratteristiche” elencate dalla medesima relazione ministeriale circa la condotta amministrativa in quel di Guardavalle. Soprattutto in materia di: costruzioni stradali, movimentazione terra, subappalto, imprese collaterali e prestanome, abusivismo edilizio. E c’è da aggiungere che, ovviamente, anche «il settore finanziario si presenta gravemente inadeguato a fare fronte ad un consistente fenomeno di evasione fiscale».

Guardavalle, comune da sciogliere, firmato Pisanu. Proposta accolta.

Clientele, abusivismo, subappalto, prestanome, delitti. Cerchiamo nel testo ministeriale le parole-chiavi: ci sono tutte. Con Francesco e Mario “rileggiamo” la storia, la vita e la caduta di questo paese, emblema della Calabria disgraziata.

Prima di essere un “Comune sciolto per mafia” – che qui, come si sa, prende il nome di ‘n’drangheta – Guardavalle aveva un volto ben diverso. Dentro un comprensorio importante, dal mare alla montagna (Riace, Punta Stilo, Serre calabre), uno tra i più vasti della regione – un bacino di 100 mila abitanti, 60 chilometri di costa – un tempo era un paese coeso, terra di bracciantato e mezzadria, di piccoli proprietari e semi-operai; con bestiame e buona produzione di grano, olio, vino, agrumi. «Poveri ma non miseri – dice Francesco – soldi non ce n’erano, ma si sopravviveva».

Poi, la discesa: il mondo agricolo che si dissolve, lo sviluppo capitalistico che non c’è, la disgregazione, l’anomia sociale (un po’ di artigiani, un po’ di dipendenti della PA e della Comunità montana, il geometra, il farmacista, l’avvocato, il medico); «e niente impresa dentro una economia che resta di sussistenza, peggio che nel passato».

Poi venne l’n’drangheta. Niente lavoro, la manovalanza la dà l’n’drangheta. «Prima c’erano le fascie basse, come una forma di rivalsa contro il signorotto. Adesso agiscono cosche importanti, che utilizzano le ramificazioni dei “locali”, le connivenze politiche, le consorterie ambientali. A Guardavalle oggi è padrona del campo una piccola borghesia impiegatizia e burocratica, un ceto che vive di consulenze, indennità, progettazioni, spesa pubblica. Più che un ceto, vere consorterie. E purtroppo i partiti politici (non solo di destra) oggi sono espressione di questo ceto. Quale democrazia, mi chiedi? Nessuna, semplicemente non c’è», è l’amara conclusione di Mario Galati.

Un humus eccellente per la degenerazione mafiosa. Cricca. Consorteria. Combriccola. Clientela. Così ben descritte anche da un ministro che si chiama Pisanu. «Così ben descritte ancha da Gramsci – aggiunge Mario, ricordando un brano dei “Quaderni del Carcere («il voto era comprato, era estorto con l’intimidazione o con l’intrigo dei pubblici uffici…»).

«Caro Nichi, anch’io amo questa terra e questo mio paese splendido», scriveva il segretario del circolo Prc “Togliatti” di Guardavalle a Nichi Vendola in data 12 dicembre 2002 – Vederlo adesso violentato in questo modo mi fa rivoltare».

Sotto il segno della ’n’drangheta. Il litorale divorato dall’abusivismo; la “Marina” mutata in un bacino per 20 mila abitanti, (sei volte il nucleo originario), una giungla di seconde case costruite ex novo e senza uno straccio di piano regolatore; la strada provinciale scassata, 9 chilometri costati 10 miliardi di vecchie lire letteralmente gettate al vento; il ponte bloccato; le strade sgarrupate; il Palazzo comunale sgarrupato; un’infinità di case abusive non finite; un’opera cosidetta “di consolidamento” mai terminata e pagata un milione di euro; un muro di 30 metri costato 500.000 euro; un asilo nido costruito nell’alveo (!) del fiume, fatto e finito e mai aperto (per fortuna); la stazione Fs chiusa per sempre; le colline un tempo tutte terrazzate e ora tutte abbandonate. E l’unica azienda agricola che c’era e che adesso non c’è più. E il Parco naturale rimasto sulla carta. E soprattutto quello: la “manna” dell’alluvione (10 settembre 2001), una vera benedizione per la mafia: 80 miliardi finiti nelle sue tasche, tutti i progetti suddivisi tra i 50 professionisti delle varie clientele, i soldi elargiti e nessuna opera terminata. E i danni dell’alluvione quasi tutti ancora lì.

Sotto il segno dell ’n’ndrangheta.

Un paese bello, Guardavalle, «nel giro di 20 chilometri – dice Francesco guardando laggiù, verso il filo del mare turchese – passi dal mare ai calanchi, alla montagna di 1200 metri, coi suoi pregiatissimi abeti bianchi».

Un paese che fa gola, anche alla mafia.

Un paese che poteva essere diverso.

«Qui c’è stata una profonda involuzione, politica e sociale. Guardavalle è caduta, come è caduta la Calabria. Eppure qui, negli anni Cinquanta, c’era una speranza, una energia. A Guardavalle la prima amministrazione dopo la Liberazione è totalmente socialcomunista, il Pci che totalizza il 60 per cento dei voti: era chiamato la “piccola Stalingrado”; solo nel 1979 si è avuto la prima giunta Dc. Rifondazione qui nasce, alle prime elezioni, col 23 per cento, l’11 aprile scorso si è accontentata dell’11,7». Gli scioperi e le lotte per la terra qui sono ancora un ricordo grande. Come il nome di Pasquale Gregorace, calzolaio, capopopolo comunista di Guardavalle, in testa ai cortei dei braccianti con le bandiere e le trombe.

Poteva essere diverso. Il 28 maggio finalmente si vota. I “resistenti” di Guardavalle – quelli del circolo Prc “Togliatti” ma non solo – fanno un giornale, «stampato in proprio», dal nome leninista “Iskra”, dove si parla di poesie, biblioteche, Casa di bambola, Engels, canzone di Marinella. E della «sinistra che mi manca»…