Guantanamo, il Pentagono costretto a fare i nomi

Puntuali ma non troppo, le autorità americane hanno reso noti i nomi di una parte dei detenuti di Guantanamo. Lo hanno fatto per ordine di un tribunale federale – che in questo modo aveva decretato la vittoria dell’Associated Press (Ap), che aveva contestato la legalità del segreto imposto dal Pentagono – ma se la sono presa comoda. Il cd-rom che contiene quelle informazioni – 60 files per cinquemila pagine – è stato consegnato a David Tomlin, dell’ufficio legale Ap, alle 17,20 di venerdì sera, venti minuti dopo la scadenza che il giudice aveva fissato «entro la giornata lavorativa» (le cinque). Una «vendettina», quella del Pentagono, che poi però è finita sul burlesco. Poco dopo la consegna, infatti, lo stesso uomo che l’aveva fatta è tornato trafelato a riprendersi il cd-rom dicendo che invece di quello giusto ne aveva consegnato un altro, contenente non solo le informazioni richieste dal giudice ma anche altre cose – per esempio le lettere provenienti dalle famiglie di alcuni detenuti – che il Pentagono non aveva intenzione di rendere pubbliche. Un’ora più tardi si è ripresentato con il cd-rom «pulito». Quella consegnata non è però una lista coi nomi e le nazionalità dei detenuti. Ciò che il Pentagono ha messo in quel cd-rom sono i verbali degli «interrogatori preliminari» cui sono stati sottoposti 317 detenuti – dunque non tutti – e i loro nomi emergono solo quando vengono menzionati dagli interroganti o dai detenuti medesimi. Esempio: in un caso viene chiesto al detenuto se il suo nome è Jumma Jan e lui risponde: «No, il mio nome è Zain Ul Abedin», il che mette anche in luce una certa confusione da parte dei carcerieri. Ci sono poi interrogatori in cui il nome del detenuto non viene mai fatto e altri in cui viene pronunciato varie volte ma in modo diverso. Conclusione: una vera lista si avrà solo quando i redattori dell’Ap saranno riusciti a mettere un po’ d’ordine in quelle cinquemila pagine, sapendo sin d’ora che comunque non sarà completa e che in essa sono compresi alcuni detenuti nel frattempo liberati. Fra i verbali consegnati, per esempio, ci sono anche quelli di Moazam Begg a Feroz Ali Abbasi, di nazionalità britannica, che sono riusciti ad andarsene dopo che Tony Blair ha fatto valere con Bush il suo ruolo di «alleato numero uno».

Intanto, aspettando che venga compiuto il lavoro meritorio che l’Ap si è sobbarcata, le cose già uscite consentono un sguardo un po’ più ravvicinato al «clima» di Guantanamo. Dagli interrogatori di Abbasi, uno dei due britannici, si scopre per esempio che lui protesta continuamente per gli insulti che vengono rivolti alle sue convinzioni religiose – «due carcerieri hanno fatto sesso di fronte a me», «mi hanno costretto a mangiare carne di maiale», «mi hanno ingannato facendomi indirizzare le mie preghere verso Nord invece che verso la Mecca» – e non smette mai di invocare il rispetto delle leggi internazionali, tanto che il colonnello che lo interrogava sbotta: «Mister Abbasi, il vostro comportamento è inaccettabile e questo è l’ultimo avvertimento. Io non mi curo delle leggi internazionali, non voglio più sentirvi parlare di leggi internazionali».

Un altro detenuto, Zahir Shah cade dalle nuvole quando l’accusano di avere in casa un lanciamissili. «Ho solo un fucile – dice – e non l’ho mai usato. L’unica volta in vita mia che ho sparato è stato con una scacciacani, per spaventare un ladro». Abdul Gappher, di etnia Uighur, dice di essere arrivato in Afghanistan dalla Cina, per essere addestrato e tornare a lottare contro il governo cinese». Ma è stato catturato dai pakistani e loro «mi hanno venduto a voi».

Inoltre il settimanale Time ha pubblicato sul suo sito web un rapporto segreto di 84 pagine: la trascrizione integrale dell’interrogatorio a Guantanamo di Mohammad Al Qahtani, il cosiddetto «ventesimo dirottatore» del commando suicida dell’11 settembre 2001. Dalla lettura dei verbali – per il Time provengono da un protocollo militare segreto – emerge che Al Qahtani sarebbe stato costretto, sotto tortura, a rilasciare informazioni che il Pentagono ha definito di «importanza vitale» per l’11 settembre. Per i legali di Al Qahdani il loro assistito avrebbe mentito, sottoposto a ripetuti maltrattamenti come la privazione del sonno, il divieto di andare al bagno e l’internamento in una cella illuminata da una luce accecante. Per l’intelligence Usa Al Qahtani doveva essere il quinto dirottatore sul volo dell’American Arilines n. 93, l’unico dei quattro arei dirottati che aveva a bordo 4 terroristi invece di 5. L’aereo si schiantò in zona disabitata della Pennsylvania, dopo la sommossa dei passeggeri. Doveva, secondo l’intelligence, schiantarsi sulla Casa Bianca.