Guantanamo, corsa contro il tempo per cambiare le Commissioni farsa

I democratici statunitensi proveranno a restituire ai dannati di Guantanamo una parte dei loro diritti. L’Amministrazione repubblicana però vuole chiudere presto la partita iniziata con l’apertura della prigione per sospetti terroristi che in cinque anni la ha attirato addosso la condanna di gran parte della Comunità internazionale. Il presidente Bush intende accelerare, processando una parte dei 395 «nemici combattenti» rimasti intrappolati nelle gabbie della Base statunitense di Cuba e privati dei diritti assegnati dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra. È una corsa contro il tempo quella che alcuni settori della nuova maggioranza al Congresso hanno iniziato nel tentativo di «emendare» il Military commissions Act del 2006, la legge che ha istituito le Commissioni militari, organismi che dovranno giudicare una parte dei prigionieri di Camp delta. Da quella norma è scaturito il Manuale per i processi reso pubblico dal Pentagono la settimana scorsa.
Uno dei candidati alle primarie del partito democratico, il senatore Chris Dodd, ha presentato una proposta di legge che mira a correggere gli aspetti più aberranti di quel regolamento: restringendo i confini della definizione di «nemico combattente»; vietando l’utilizzo delle prove ottenute sotto tortura prima dell’entrata in vigore della legge sui trattamenti inumani e degradanti del 2005; proibendo l’utilizzo come prove di voci raccolte sul campo di battaglia «attraverso mezzi inattendibili»; garantendo ai prigionieri il diritto a un giudizio d’appello. «Il risultato della legge sulle Commissioni militari è stato un giorno nero per il nostro paese. Un passo indietro con il quale ci siamo allontanati dall’habeas corpus e dalle convenzioni di Ginevra, per far sì che la tortura venisse utilizzata di nuovo», ha dichiarato il senatore del Connecticut presentando la sua proposta. Un’iniziativa che non mira a stravolgere l’impianto delle Commissioni ma, in un partito sensibile al richiamo patriottico del dopo 11 settembre, rappresenta una soluzione di compromesso.
E non si placano le polemiche dopo la pubblicazione delle norme che regoleranno i processi. Kathleen Duignan, direttrice esecutiva del National Institute of Military Justice, sottolinea come il ministero della difesa in questi anni sia andato avanti con l’idea di un organismo giudicante totalmente dipendente dal potere esecutivo. «Negli Stati Uniti è normale che, nel corso del processo legislativo, vengano sentite le organizzazioni che si occupano dei problemi in esame – spiega al telefono da Washington Duignan -. Più volte abbiamo chiesto al Pentagono, assieme ad altre organizzazioni che si occupano di giustizia militare, di essere ascoltati, ma non abbiamo mai ottenuto risposta». Il funzionario che avrà il potere di scegliere i giudici militari delle Commissioni – si legge nelle 238 pagine del Manuale – sarà scelto direttamente dal presidente. Secondo la Diugnan «nei prossimi due mesi l’Amministrazione proverà a iniziare i processi per questo è il momento che il Congresso eserciti una forte pressione per cambiare le regole del gioco».
Anche Jennifer Daskal – direttrice della sezione di Human rights watch che si occupa di Stati Uniti – sottolinea la necessità di cambiare presto quel manuale, perché «temo che l’Amministrazione possa iniziare i processi di qui a due-tre mesi». «Usare prove ottenute mediante tortura o impedire agli imputati e ai loro avvocati di conoscere nel dettaglio gli indizi in base ai quali saranno processati – sottolinea Daskal – mira a rendere impossibile il lavoro della difesa».
Per la rappresentante di Hrw il presidente Bush ha la necessità di chiudere Guantanamo, rimandando a casa – come è già successo per centinaia di loro – i prigionieri catturati «per errore» e processandone un certo numero, tra i 50 e i 70. «Uno dei problemi principali per l’Amministrazione – conclude Daskal – è rappresentato da quei prigionieri che non possono essere rispediti in paesi d’origine dove, in quanto oppositori politici, verrebbero condannati a morte». Cinque uiguri – minoranza musulmana dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, un uzbeko, un egiziano e un algerino sono stati accolti dall’Albania che dopo forti pressioni statunitensi ha garantito loro l’asilo politico.