Grazie FIOM

1) I SI vincono (di poco) ma non convincono.

Tanti lavoratori che hanno votato SI a questo accordo capestro lo hanno fatto sotto la minaccia esplicita di perdita del proprio posto di lavoro, sotto il ricatto della delocalizzazione. I risultati finali sono a favore del SI, che raccoglie il 54,7% dei voti, smentendo drasticamente le aspettative plebiscitarie prospettate dalla Fiat e dal Governo e vergognosamente sostenute da Cisl, Uil ed anche da una parte del Pd. Il fronte del SI vince soprattutto grazie ai voti determinanti della gerarchia aziendale: senza il voto dei “colletti bianchi”, 300 capi fabbrica e 40 uomini delle strutture del personale, il NO avrebbe vinto. Questi lavoratori, anch’essi parte della “classe operaia” nel senso marxiano del termine, si percepiscono come cosa altra rispetto ai lavoratori delle carrozzerie, su cui è caricato il maggior peso e la fatica delle scelte aziendali di Marchionne. È un problema storico di frammentazione del mondo del lavoro, che indica al tempo stesso un terreno di lotta importante per le avanguardie sindacali, operaie e comuniste, perché anche questi lavoratori prendano coscienza del fatto che la loro condizione di subordinazione e di precarietà (nonostante alcuni piccoli privilegi) non è poi così diversa da quella delle tute blu, anche se il loro lavoro è meno pesante e maggiore l’identificazione con la direzione aziendale. Anzi, il rischio è che si ripeta quanto già accaduto negli anni ’80 dove la Fiat, dopo aver utilizzato i “colletti bianchi” per dividere la classe operaia ed indebolire la lotta, ha espulso anche loro dal processo  produttivo.

2) La battaglia di Marchionne è squisitamente politica.

Per anni ci si è battuti, in fabbrica e fuori, perché la Costituzione italiana “varcasse i cancelli” della fabbrica ed interrompesse così quel predominio assoluto dei padroni: le grandi lotte degli anni Settanta permettono ancora oggi ai lavoratori di impugnare le peggiori scelte antisindacali davanti al giudice. La ricetta di Marchionne (che arriva a spostare la mensa a fine turno, ad eliminare 10 minuti di pausa, ad impedire gli scioperi) mira a ridisegnare i rapporti gerarchici nella società nonché il tentativo di rendere le fabbriche delle zone franche, dove non valgono regole, diritti e non può essere applicata la Costituzione, in nome della competitività e della modernità. Queste battaglie che la borghesia ingaggia in nome del futuro e della modernità, portano diritti all’800 e sembrano strizzare l’occhio all’epoca in cui erano ben accetti lo sfruttamento del lavoro minorile e il caporalato.

3) Il ruolo della Fiom ed il vuoto della politica

In tanti hanno cercato, in questi giorni, di tirare la Fiom dalla propria parte, chiedendo che prendesse posizione come se si trattasse di un soggetto politico. Eppure sarebbe bene ricordare che la Fiom è un sindacato e deve rispondere delle sue scelte innanzitutto ai lavoratori. Per questo il risultato del referendum premia l’opzione fatta da questa organizzazione e rafforza la sua autorevolezza fra i lavoratori di tutto il paese. Dopo essere stato l’unico sindacato a non aver sottoscritto l’accordo, ad aver scontato una difficile dialettica con la stessa Cgil, a non aver avuto molte sponde politiche (le uniche forze politiche in favore del NO al referendum sono state: la Federazione della Sinistra – con Prc e Pdci – Sinistra e Libertà e l’Italia dei Valori), questo risultato straordinario testimonia come questa organizzazione sia “nelle corde del paese”, più di tanti altri partiti o organizzazioni sindacali, interpretando ed organizzando la rabbia e la dignità dei lavoratori che, pur in una condizione difficilissima, hanno saputo rispondere a testa alta al ricatto capestro.

Alla Fiom quindi non solo va dato atto di tutto questo, ma va ringraziata  e sostenuta nella sua battaglia, a partire dall’appoggio e dall’adesione allo sciopero indetto per il 28 gennaio.

Ma c’è di più: questo risultato aumenta le crepe, già profonde, all’interno del Partito Democratico, ancora una volta incapace di scegliere una posizione chiara e palesandosi così sempre più impossibilitato a rappresentare politicamente quel mondo del lavoro che lotta per il proprio futuro. Anche la segreteria Bersani, che pure segna una correzione in meglio rispetto alla precedente gestione e al veltronismo, non riesce ad andare oltre quel concetto ipocrita ed aclassista di equivicinanza tra imprese e lavoratori, coniato da Veltroni e che si concretizzò nella candidatura di Colaninno e dell’operaio della Thyessenkrupp alle scorse elezioni politiche. Per non parlare di Chiamparino e Fassino che, sindaco uscente il primo e candidato alla carica di primo cittadino il secondo, hanno reso evidente la loro incapacità a leggere ed interpretare cosa si muoveva nel profondo della città che dovrebbero amministrare. Ma questo risultato può essere un fattore destabilizzante (e ce lo auguriamo) anche per la Lega che, stretta da dinamiche governiste, ha fatto sue le ragioni di Marchionne contro quelle dei lavoratori di Torino: speriamo segni una rottura profonda coi tanti (così ci dicono le inchieste), che hanno in tasca la tessera della Fiom e votano Lega.

4) La necessità di ricostruire il Partito Comunista

Questo referendum ci dice anche altro: la Fiom in questa vicenda si è detta disposta ad aprire una trattativa con la Fiat, mentre si è giustamente detta indisponibile a discutere del diritto di sciopero e di altri diritti inalienabili, superando con coraggio l’ambito della semplice contrattazione sindacale per entrare in quello della politica. L’indisponibilità a contrattare diritti costituzionalmente garantiti è oggi la linea che tratteggia uno spazio politico, affatto marginale, per una linea più generale di trasformazione in questo Paese. Il sostegno del Prc e del Pdci alla battaglia della Fiom è un fatto sicuramente importante, che mette questi due partiti in sintonia con quel pezzo di mondo del lavoro che resiste al furibondo attacco padronale. Ma c’è bisogno di un salto in avanti. Queste avanguardie operaie (come quelle studentesche, protagoniste di una grande mobilitazione nelle scorse settimane) fortemente segnate dal conflitto, hanno una prospettiva di durata e crescita se acquistano coscienza del carattere sistemico della crisi, prendono consapevolezza della dimensione internazionale e delle sue dinamiche e maturano una consapevolezza compiuta, a partire dagli interesse di classe che rappresentano, delle ragioni più profonde della lotta per il socialismo ed il comunismo.

È in questo quadro che matura l’esigenza di un moderno partito comunista, capace di entrare in sintonia con le avanguardie coscienti del conflitto, arricchirsi della loro partecipazione e delle lotte sociali in campo, ma anche capace di una teoria rivoluzionaria e di una visione complessiva del mondo e delle ragioni di una alternativa di sistema.

Per queste ragioni, continuare a insistere, come facciamo dalle colonne di questa Newsletter e dalle pagine del nostro sito internet, sulle ragioni della ricostruzione di un moderno partito comunista, unitario e rivoluzionario, non è solo una questione di stringente attualità, ma l’unico strumento per entrare in sintonia con i cambiamenti radicali della società e della lotta di classe. Ed è anche l’unico modo per giocare questa partita. Fino in fondo e da protagonisti che guardano al presente e al futuro.