Grassi: «Vi dico quello che rimprovero a Bertinotti»

Intervista al leader della seconda mozione. Non si può fare un accordo di governo senza prima aver dato battaglia sul programma. I punti irrinunciabili: il no alla guerra, l’abolizione della legge 30, della Bossi-Fini, della riforma Moratti e della legge sulle pensioni

Claudio Grassi ha 49 anni ed è il leader dell’opposizione a Bertinotti, in Rifondazione. Diciamo che è il leader dell’area più grande dell’opposizione, cioè quella che ha sottoscritto la mozione numero due. Una volta l’area-Grassi era considerata la corrente – diciamo così – “governista” del partito, in contrasto con Bertinotti, considerato radicale. Ora le parti si sono invertite. Il segretario spiega perché Rifondazione deve candidarsi al governo del paese, e perché deve trovare un accordo con il centrosinistra; Grassi lo rimprovera, dice che l’accordo col centrosinistra è al ribasso e che non c’è chiarezza sui programmi.
Grassi si è avvicinato alla politica per una strada curiosa e allegra: la musica, la canzone. Era un patito di Fabrizio de Andrè, da ragazzo, e ancora lo è. In realtà Grassi ha una passione “totale” per la musica: antica e moderna, clasica e operistica, jazz, rock e folk. Però per de Andrè c’è un posto speciale. In casa sua ci sono quasi 10 mila dischi, tutti vecchi dischi in vinile, quelli a 33 giri. E nel ’77, (forse ascoltando il disco, bellissimo, di De Andrè sul maggio francese e sulla rivolta in carcere), Grassi si avvicinò al movimento, visse con intensità la stagione bolognese e entrò a vele spiegate nella politica. Movimenti, poi sindacati, infine partito. Il Pci, nel 1984, gli utlimi giorni di Berlinguer. Poi, cinque anni dopo, Grassi si schierò contro la svolta della Bolognina, cioè la liquidazione della parola comunista. Scelse la mozione tre, quella che faceva capo a Cossutta, e quando, un anno dopo, il Pci si sciolse, lui fu tra quelli che diede vita a Rifondazione. Grassi è emiliano, di Bibbiano, provincia di Reggio Emilia con Rifondazione al 21 per cento. E’sposato, ha due figli ormai grandi.

Partiamo da una valutazione del congresso. La vostra mozione ha raccolto più o meno un quarto dei voti. Soddisfatto?

Abbiamo avuto il 26,4 per cento. E’ un dato superiore alle nostre aspettative. Sì, soddisfatto.

Come lo spenderete questo 26,4 per cento?

Come sempre abbiamo fatto, dando il nostro contributo al partito e valutando di volta in volta le proposte politiche che saranno avanzate. Ora sentiremo al Congresso di Venezia cosa ci dirà il segretario.

Chiederete una gestione unitaria del partito?

Sì. E’ sempre stata la nostra posizione. Non abbiamo condiviso il congresso a mozioni contrapposte, perché riteniamo che la ricerca di una sintesi unitaria sia qualcosa di utile.

A un osservatore esterno sembra che la linea della maggioranza, quella favorevole all’alleanza con il centrosinistra e all’ingresso di Rifondazione nell’area di governo, sia una linea simile a quella che voi avevate sostenuto fino a qualche mese fa. Perché allora, anziché rinsaldare l’unità tra voi e la maggioranza, ha acuito la divisione?

Perché la maggioranza è passata da un estremo all’altro. Da una posizione dove la parola d’ordine era “rompere la gabbia dell’Ulivo” si è arrivati alla posizione attuale che prevede l’ingresso nell’area di governo ancora prima di avere discusso del programma.

Sui giornali si legge il contrario. Si dice che Prodi si è adeguato alle posizioni di Bertinotti. Non è così?

Credo che sia una vulgata propagandistica. La verità è che questa coalizione – prima Gad e ora Unione – ha discusso di tutto tranne che di programmi. Si è parlato di nomi, di liste, di primarie, ma i contenuti programmatici non li vedo. Cosa dice l’Unione su lavoro, sanità, scuola eccetera? Non se ne sa nulla. Io invece penso che prima bisogna discutere di programma e poi si verifica se ci sono o no le condizioni per entrare nel governo.

Quali sono i due o tre punti di programma che consideri irrinunciabili?

Prima di tutto c’è un preambolo che considero fondamentale: la rinuncia alla guerra. Il pacifismo. E siccome invece sento ancora Prodi e Fassino giustificare la guerra del Kosovo, capisco che su questo preambolo, indispensabile, non ci siamo.

E sul programma di governo cosa pensi che si debba chiedere?

Abolizione di varie leggi: la legge 30, la Bossi-Fini, la legge Moratti, la controriforma delle pensioni. Non mi sembra che la sinistra sia unita nel chiedere l’abrogazione di queste leggi. Almeno, se ho capito le considerazioni di Rutellli e di D’Alema. E poi noi chiediamo una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro.

Tu pensi che su questi temi si possa arrivare a un accordo col centrosinistra?

Io penso che si doveva trattare su questi temi ed è stato un errore non farlo. E’ stato il più grave errore di Bertinotti. Non contesto la svolta unitaria, contesto le modalità con le quali questa svolta è stata gestita. L’estate scorsa si doveva aprire, assieme alle altre forze della sinistra di alternativa, una vera e propria offensiva programmatica. E invece non si è fatto.

Però Bertinotti con la sua iniziativa politica ha guadagnato molti spazi…

Sì, si, non c’è dubbio. Noi riconosciamo che questa collocazione di Rifondazione in una posizione più unitaria ci mette in sintonia con il popolo della sinistra. Però pensiamo che può diventare una china pericolosa se non accompagnamo questa nuova collocazione con una forte caratterizzazione programmatica: non basta battere la destra, bisogna battere le politiche di destra.

Il centrosinistra fa politiche di destra?

Noi non riteniamo che questo centrosinistra si sia spostato a sinistra rispetto agli anni passati. Questo è un altro punto di dissenso con Bertinotti. Basta vedere come si è concluso il congresso dei Ds, con una vittoria schiacciante della linea riformista, mentre tre anni fa la corrente di sinistra aveva avuto un successo ben più ampio. Oppure basta ascoltare le recenti esternazioni di Rutelli sulla fine della socialdemocrazia e dell’egualitarismo…

Tu dici che c’è stata una svolta moderata del centrosinistra?

No, dico che non c’è una rottura rispetto alle politiche di liberismo temperato praticate dal centrosinistra negli anni novanta.

Dunque sei pessimista…

Ritengo difficile che ci possa essere un’intesa programmatica avanzata con queste forze del centrosinistra.

In assenza di un accordo programmatico qual è la prospettiva?

Bisognerà trovare qualche modalità di intesa per unire le forze per cacciare Berlusconi.

Se Nichi Vendola vince in Puglia sposta qualcosa nei rapporti tra sinistra e centrosinistra?

Si certo, se vince dimostra una cosa molto importante: che non è vero che un candidato di sinistra fa scappare i voti moderati. Anzi un candidato di sinistra può sfondare in un elettorato con il quale i moderati non riescono a entrare in contatto

I dissensi tra voi e la maggioranza sono tutti concentrati su questa questione del governo?

E’ l’aspetto principale del dissenso. Poi c’è una valutazione diversa sulla storia.

In che senso?

Sulla storia dei comunisti e del comunismo. Noi sentiamo il bisogno di invertire la tendenza che ha caratterizzato le forze della sinistra che dal 1989 in poi continuano a recitare dei mea culpa. Vogliamo invece valorizzare le parti importanti e positive della nostra storia. Non è possibile che noi, comunisti italiani, figli di Antonio Gramsci, veniamo messi sul banco degli accusati da Fini e dai figli e dagli eredi di Benito Mussolini. Bisogna reagire con maggiore determinazione…

La maggioranza è troppo tiepida?

Non rivendica orgogliosamente questo percorso che è fatto di passaggi che vanno criticati ma anche di straordinari momenti, che se non li rivendichiamo noi tra qualche anno non ne parlerà più nessuno.