Grassi: “I risultati elettorali della Sicilia non sono positivi”.

Ritengo necessaria una riflessione sul dato elettorale di Rifondazione Comunista poiché l’abbiamo troppo sbrigativamente abbandonato. A maggior ragione dopo il risultato che ci giunge dalla Sicilia che conferma una tendenza negativa. A Catania raccogliamo l’1,2% dei voti, non eleggiamo nessun consigliere e tocchiamo il punto più basso della nostra storia. Le motivazioni che sono state addotte allo scorso Comitato politico nazionale per spiegare questi risultati deludenti non reggono. In particolare la tesi secondo la quale nel voto regionale (poiché sarebbe un voto più amministrativo) noi saremmo penalizzati rispetto al voto europeo (poiché essendo più politico sarebbe più libero) non può essere portata come motivazione. Basta vedere i dati delle consultazioni passate. Europee 1994: 6%, Regionali 1995: 8,6%; Europee 1999: 4,3%, Regionali 2000: 5%; Europee 2004: 6,3%, Regionali 2005: 5,6%.
Quindi è vero il contrario di quanto è stato sostenuto. Sempre, nella storia di Rifondazione Comunista, abbiamo avuto un miglior risultato alle Regionali rispetto le Europee, tranne quest’ultima tornata dove subiamo un arretramento.
Se vogliamo riflettere, quindi, e non mettere la testa sotto la sabbia, dobbiamo partire da questo dato: Rifondazione Comunista nell’ultimo anno subisce una perdita di consensi. A me sembrerebbe di un certo interesse – per tutti, a prescindere dalle mozioni di appartenenza – capire perché è successo. A maggior ragione in un contesto dove l’aspettativa era opposta (si pensava tutti ad una crescita) e il partito era al massimo della esposizione mediatica (congresso di Venezia, presenza del Segretario su tutti i grandi mezzi di informazione).
Vorrei segnalare che arretriamo anche nei punti avanzati di movimento, nei luoghi simbolo come Acerra, Scanzano e Melfi dove siamo stati protagonisti di lotte importanti. Perché?
In poche righe non si può dare una spiegazione, auspico l’apertura di un dibattito. Mi limito ad alcuni titoli.

1) La nostra analisi della fase è sbagliata. Non è vero che “è cambiato il vento”, che “il centrosinistra si è spostato a sinistra”, che “siamo usciti dal tunnel degli anni 80”. Certo, ci sono stati movimenti importantissimi che hanno reagito alle politiche di guerra e liberiste, ma il tratto dominante resta – purtroppo – la guerra che continua, la rielezione di Bush e di Blair e anche sul prossimo voto tedesco gli scenari non sono incoraggianti. Sul versante dei rapporti di forza tra le classi – che io continuo a ritenere il vero termometro che può segnare un cambiamento di fase – come si fa a non vedere la difficoltà? Negli anni 90 in Francia, in Italia e in Germania si parlava di riduzione d’orario, oggi la Ig Metall è costretta a firmare contratti dove l’orario si aumenta a parità di salario e il Parlamento europeo vota (con il consenso di una parte significativa della sinistra politica e sindacale) una direttiva che concede di superare le 48 ore settimanali.

2) Siamo passati in poco tempo da un estremo all’altro: dalla proposta di “rompere la gabbia dell’Ulivo” all’ingresso nell’Unione con la disponibilità ad entrare in un governo senza aver concordato preventivamente un programma. Ciò ha disorientato il nostro elettorato e ha reso il nostro messaggio scarsamente credibile.

3) La svolta neoidentitaria (nonviolenza, attacco al Novecento, angelizzazione della Resistenza), apprezzata da Occhetto, dal Riformista e da tutti gli ambienti moderati del centrosinistra, non ha entusiasmato i nostri compagni ed elettori che sono interessati ad una riflessione critica sulla storia comunista, ma non ad una sua rimozione.