Grande Cinema Verità

Fa effetto andare al cinema e vedere sullo schermo vita e avventure di persone che hai conosciuto, che hai visto da vicino lavorare e cambiare la storia del loro Paese, e dunque del mondo. Infatti il Paese è l’America, la sequenza di eventi racconta l’ondata paurosa del maccartismo, di cui si parla a volte anche come di «caccia alle streghe». Il tema del racconto esemplare è il ruolo del giornalismo, lo strumento di difesa è la Costituzione, il rischio è la perdita di fatto della libertà se nessuno si alza e, con il proprio volto e nome di prestigio, chiama altri a testimoniare con lui di fronte a cittadini travolti in spirali di propaganda bene organizzata.
Questa storia ti dice: attenzione, si fa presto a perdere la libertà, senza golpe e senza forze armate. Basta lasciarsi persuadere dal conformismo, dal silenzio di coloro che potrebbero parlare, dall’improvviso cambiamento di campo di coloro che dovrebbero testimoniare, e il gioco è fatto. Qualcuno soccombe. Qualcuno esce per sempre dalla vita pubblica. Tutti gli altri si spostano nel nuovo spazio di non libertà, controllato dalla propaganda e guidato dalla tirannia della maggioranza che nessuno ha più il coraggio di sfidare. È il tema del film «Good Night and Good Luck» di George Clooney. Lo so, ho descritto la situazione italiana fino a quando Berlusconi e i suoi palafrenieri riuscivano a spaventare imprese e giornali, consigli d’amministrazione e grandi firme, editori e caporedattori, usando, con tranquillo arbitrio, posti da perdere e posti da guadagnare, liste di proscrizione, licenziamenti. E smisurati premi alla carriera.
Diresti che non è più così, che l’uomo appare dentro il disastro in cui ha precipitato un grande Paese d’Europa, nelle sue reali e modestissime dimensioni. Eppure non puoi non notare che persino adesso, persino ridotto nelle vesti di primo ministro incapace e perdente, Berlusconi riesce a dare ordini al Presidente della Camera.
Riesce a indurlo a rinunciare al prestigio che si era conquistato in quattro anni impossibili, pur di favorire un progetto di legge truffa nel tentativo di sfilare le elezioni a chi le può vincere.
Dunque il ridicolo non deve fare velo al pericolo, che resta grande con Berlusconi e la sua gente. È il pericolo di perdere – nei fatti – la libertà persino se essa è ancora garantita nella parte non vandalizzata della Costituzione.
Per questo ho visto con emozione e attenzione il film di George Clooney «Good Night and Good Luck». La frase era il saluto di un grande giornalista americano, Ed Murrow, alla fine delle sue memorabili trasmissioni, prima alla radio e poi nella nascente televisione.
Ed Murrow era un giornalista-istituzione nel suo Paese, in quegli anni (siamo nel 1954) qualcosa come Montanelli o Enzo Biagi. La sua inconfondibile voce radiofonica, aveva guidato l’opinione pubblica americana non solo lungo il drammatico filo di eventi della seconda guerra mondiale, ma anche attraverso il senso antifascista e di liberazione di quella guerra. «Dite che faccio editoriali invece che articoli? Va bene, faccio editoriali. Mai cambiare una virgola ai fatti. Mai rinunciare a giudicarli», rispondeva ai suoi critici. Nessuno, tra coloro che erano presenti e attivi nella vita americana in quegli anni, ha dimenticato la sua radiocronaca in diretta, dal vivo, il cronista preceduto soltanto da un soldato americano che – si sente nella radiocronaca – non riusciva a capire quel che vedeva. Auschwitz era stato liberato dai russi quattro mesi prima, ma i russi avevano preferito il silenzio. Il mondo ha saputo per la prima volta che cosa era un campo di sterminio dalla voce, a volte rotta e interrotta, del giornalista Ed Murrow, nel corso di una trasmissione, durata ore, che ha fermato la vita americana.
Quasi dieci anni dopo, Ed Murrow è a capo di una squadra di reporter di successo che tentano l’avventura del giornalismo televisivo. Il suo «producer» (organizzatore e condirettore) è Fred Friendly, altra mitica figura del giornalismo americano che diventerà Presidente della CBS e poi professore alla Scuola di Giornalismo della Columbia University.
Il loro impegno, la loro idea originale, è usare la televisione come documento, come evidenza, in modo che lo spettatore abbia le «prove» di ciò che dicono le parole.
Il film comincia qui. Devi rendere conto e dare le prove. Ma di che cosa? Bisogna essere realisti, guardare ai fatti. La CBS-TV, primo grande canale della televisione americana, ha un proprietario intraprendente e geniale che ha scelto, a uno a uno, proprio quei giornalisti.
Ma intende «fare profitto» e restare al centro della scena, perché ormai stanno nascendo le altre reti tv. Ma nessuna crede (come Bill Paley mi ha detto più volte in molte interviste) che il prestigio di una intera rete televisiva si deve non ai suoi presentatori ma ai suoi giornalisti.
E poi c’è la pubblicità. Il programma giornalistico di Ed Murrow è sostenuto da una grande azienda produttrice di alluminio, dunque per tanti versi (le forniture) legata al mondo politico.
Il mondo politico in quei giorni era nella tempesta. Ricordate ciò che Arthur Miller ha detto varie volte a questo giornale, la lotta in difesa della libertà e dei diritti costituzionali in cui qualcuno, come lui, ha tenuto testa, qualcuno, come il celebre regista Elia Kazan, ha ceduto, mentito e accusato altri, e qualcuno – non pochi – si è tolto la vita?
Arthur Miller lo racconta poco dopo ne «Il Crogiuolo», che ha dato il nome di «caccia alle streghe» a quella tragedia americana. Ma la tragedia era nata dentro il mondo politico dalla volontà di imporre immagine e potere del senatore Joseph McCarthy. È l’uomo senza scrupoli che ha visto immediatamente il tornaconto che avrebbe potuto avere un politico nella veste d’accusatore mentre era appena scoppiata la «guerra fredda».
La tragedia era la non dimenticata «Commissione per le attività anti-americane» dette più astutamente, in inglese, «unamerican activities» ovvero atti estranei alla vita americana. Ha cominciato a investigare accuse di comunismo, quasi sempre create dal niente o da falsa testimonianza, dando luogo a processi pubblici, violenti, martellanti e senza avvocati.
Il Comitato McCarthy ha avuto subito una doppia forza. Da un lato era una istituzione, perché una commissione parlamentare ha i poteri di un tribunale. Dall’altro contava sulla falsità e la mancanza di scrupoli. Ma chi avrebbe avuto il coraggio di attaccare una istituzione, rischiando di farsi, a sua volta, accusare?
Tipicamente un accusato è da solo di fronte alle accuse, e poiché esse sono pubbliche, non importa che siano false. Pochi hanno (e infatti pochi hanno avuto) la forza, oltre che il coraggio, di Arthur Miller. Di solito dagli ingranaggi della Commissione McCarthy si usciva con l’esilio o con il suicidio. Sempre con la perdita del lavoro, dal grande sceneggiatore all’impiegata.
Il film «Good night and Good Luck» è la storia di un giornalista-icona che ha tutto da guadagnare a occuparsi d’altro e a proteggere la sua gloria, come stavano facendo gli eminenti colleghi della carta stampata (con poche eccezioni, quasi tutte di anziani commentatori).
Poiché non c’è niente, neppure un dettaglio, di invenzione o di celebrazione in questo film, vediamo che cosa succede.
Ed Murrow esige di sapere dai suoi colleghi se sono in grado di accettare la sfida. Sono mai stati comunisti? O vicini a organizzazioni di sinistra? O legati a sindacati che potrebbero essere indicati come «contatti con l’Unione Sovietica»?
Qualcuno si ritira. Il gruppo che resta sa che subirà attacchi anche violenti e pericolosi. Ma la motivazione è questa. Se lasciamo soli anche i più deboli fra gli accusati di MacCarthy, il rischio per la libertà di tutti diventa ogni giorno più grande. Non è una questione di polizia, è il rischio di arrendersi poiché a nessuno è data la possibilità di difendersi. Uno per uno, i cittadini attaccati in solitudine si arrendono. Ma se la stampa tiene duro, la libertà e la Costituzione si salvano. È il principio che bisogna mettere subito in discussione, non le storie individuali.
Murrow conduce la sua battaglia in due modi: manda in onda i passaggi più oltraggiosi e incredibili delle sedute della Commissione. E le commenta alla fine con il tono secco e implacabile di un avvocato, indicando tutte le violazioni ai diritti degli Stati Uniti.
Dov’è la sua debolezza? Molti spettatori, all’inizio, sembrano infastiditi da una intromissione gratuita. È come se il giornalista pretendesse di dettare regole alla politica.
Murrow sa che il conformismo è forte e istintivo più della ribellione, che «comunismo» è una buona accusa, uno strumento adatto non solo a intimidire ma anche a isolare. Chi vorrà correre pubblicamente in soccorso di uno accusato di comunismo? Murrow sa anche che il capo della CBS è uno che si rende conto di ciò che sta accadendo in America, ma deve proteggere il suo nascente impero televisivo, a quel tempo il più prestigioso. E infine Murrow e i suoi giornalisti si rendono conto che potranno perdere la pubblicità, con il loro giornalismo arrischiato. Infatti il sen.
McCarthy, dalla stessa rete tv, la CBS, accusa Ed Murrow di essere comunista, mentitore, nemico degli americani, un pericolo. Ma lo stesso gruppo di giornalisti scommette al buio su tre carte coperte: gli altri giornalisti, soprattutto nei grandi quotidiani, resteranno lontano e distratti o si metteranno al fianco di chi ha visto il rischio per la libertà? Il proprietario della CBS, Bill Paley, avrà o no il coraggio di sostenerli, sapendo il pericolo di isolamento che corre? Il presidente degli Stati Uniti (era Eisenhower, a quel tempo) continuerà a tacere?
Qui nasce il grande attacco di audacia giornalistica che resterà nella storia del giornalismo americano: 187 ore di ininterrotta diretta tv per far vedere agli americani l’enormità del rischio che la loro libertà stava correndo. Il New York Times dà il segnale, e i grandi della carta stampata si schierano con Ed Murrow. Il presidente degli Stati Uniti va in televisione e condanna la persecuzione anticostituzionale. Il senatore McCarthy viene messo sotto inchiesta per abuso di fondi e di potere.
Bill Paley (che resterà fino alla sua scomparsa, alcuni anni fa, il mito dell’editore libero che sostiene a qualunque costo i suoi giornalisti), nel film telefona a Ed Murrow: «Se vuoi, dopo la trasmissione, ho due biglietti per la partita di hockey».
Quella trasmissione “Sixty Minutes” esiste ancora. «Siamo stati cinque anni senza pubblicità», mi ha detto una volta Bill Paley, «ma abbiamo tenuto duro. Dopo abbiamo avuto talmente tanta pubblicità che siamo stati ripagati di tutto».
Perché ne ho scritto su questa pagina? Perché ho potuto ricordare vecchi amici e rivivere vicende che avevo sentito raccontare da loro. Perché George Clooney, che ha detto di ispirarsi al grande cinema civile di Francesco Rosi, con quel film fatto oggi, ha voluto dire al suo Paese che patriottismo non è tacere. Il comunismo – negli anni della guerra fredda – non era un pericolo minore rispetto al terrorismo. Ma niente è grande o grave abbastanza da rinunciare ai diritti civili e alla libertà e alla verità sugli eventi.
Infine, ho già detto, ne ho parlato perché tutto ciò assomiglia a vicende – e calunnie, e intimidazioni e autentici rischi di libertà e false e potenti commissioni di inchiesta – che, da italiani, abbiamo appena vissuto e – nonostante il crollo di gradimento elettorale del premier-padrone – stiamo ancora vivendo. Alcuni di noi, da soli.