Gran Bretagna, Blair nei guai: la previdenza è al collasso

Da decenni emblema del liberismo economico piú riuscito, la Gran Bretagna di Tony Blair ha oggi un problema che rischia di comprometterne la crescita economica futura: le pensioni. La previdenza pubblica al di lá della Manica ha radici antiche. Le pensioni statali furono introdotte nel Regno Unito per la prima volta nel 1908 e nel 1946 il diritto alla pensione divenne universale per tutti con il percepimento di un mensile fisso. Nel 1975 il regime pensionistico fu riformato con l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione legato ai salari. Tuttavia, sin dai tempi della Regina Vittoria esistevano, in aggiunta alle pensioni statali, i cosiddetti piani previdenziali occupazionali (ppo) tra aziende private e lavoratori, dove la pensione era riconosciuta come parte integrante del contratto di lavoro. Sino agli anni ’50 i fondi dei ppo (costituiti in larga parte da contributi aziendali) venivano convogliati in investimenti relativamente sicuri. In seguito le imprese decisero di investire nei più redditizzi – ma più rischiosi – fondi pensione. Nel 1980 Margareth Thatcher iniziò la “controriforma” previdenziale indicizzando le pensioni statali con il tasso d’inflazione al posto dell’indice di crescita salariale, dando cosí più impulso ai ppo. La Lady di Ferro portó a completamento la sua opera nel 1986 riducendo i benefici pensionistici statali per invogliare l’acquisto di assicurazioni previdenziali private complementari anche tramite sovvenzioni statali. Verso la fine degli anni ’80 sia i ppo che la previdenza privata subirono un duro colpo a causa di scandali dirompenti che ne intaccarono la credibilitá. Ma la misura del disastro pensionistico ispirato dalla Thatcher si ebbe agli inizi degli anni ’90 quando fu chiaro che l’effimero successo delle pensioni private era dovuto soprattutto alla vendita ingannevole degli zelanti rappresentanti di alcune compagnie di assicurazione, come la Equitable Life, i quali, per stimolare l’acquisto delle polizze, avevano garantito ai malcapitati clienti trattamenti di fine servizio da sogno ma, ahiloro, irrealizzabili.
La giá difficile situazione è stata ulteriormente compromessa dall’attuale premier. Con la (contro) riforma del 1999, Blair introdusse le cosiddette “stakeholder pension”, convinto che il settore privato fosse in grado di garantire, in futuro, erogazioni pensionistiche per il 60%, contro il 40% attuale. La scommessa era che milioni di lavoratori acquistassero le “stakeholder pension” e che i ppo continuassero a prosperare, contribuendo al lento ma inesorabile accantonamento della pensione statale medesima. Invece, le “stakeholder pension” sono state un mezzo fallimento, complici i crolli dei mercati azionari degli ultimi anni. E dato che piove sempre sul bagnato, rigide misure di calcolo introdotte di recente hanno evidenziato come moltissime aziende abbiamo sottoinvestito nei ppo. La situazione si è particolarmente aggravata quando molte imprese, sostenendo di non poter fare fronte ai costi contributivi, hanno deciso di chiudere i ppo, gettando letteralmente nel panico milioni di lavoratori. Il governo si sta apprestando ad introdurre dei forti correttivi per evitare il collasso ma il malcontento cresce. La scorsa settimana più di un milione di lavoratori delle amministrazioni locali hanno scioperato contro la riforma delle pensioni che porterebbe l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni contro i 60 attuali. Nei giorni scorsi la compagnia aerea British Airways ha annunciato che renderá obbligatorio per contratto il pensionamento a 60 anni, oggi 55. Ma entro 5 anni sposterá il limite a 65 per cercare di arginare il buco nero di un miliardo di sterline che manca dal suo ppo.

Il deficit in cui versano i ppo non risparmia nessuno, neanche la classe politica. Due settimane fa i parlamentari hanno votato un aumento dei contributi statali al loro fondo dal 24% al 26,8%, scatenando, ovviamente, le ire dei sindacati. Lord Turner, a capo della commissione governativa sulle pensioni, ha reso note, giovedi scorso, una serie di proposte che prevedono, tra l’altro, l’innalzamento dell’etá pensionabile da 65 a 68 anni entro il 2050 e aumenti pensionistici agganciati agli stipendi piuttosto che al tasso d’inflazione. Lord Turner ha esplicitamente dichiarato che «l’aumento delle pensioni dovrá essere finanziato tramite un incremento delle imposte dirette» ed ha aggiunto che il successo della riforma dipende da «come e in che tempi il governo intende agire». Conclusioni che hanno ulteriormente peggiorato i rapporti, giá tesissimi, tra Blair e il ministro delle Tesoro Gordon Brown. Quest’ultimo è soprattutto contrario all’indicizzazione tra pensioni e salari, mentre Blair giudica, nel complesso, positivo il lavoro della commissione. Secondo fonti vicino a Downing Street, il premier sembra intenzionato a seguire la strada tracciata da Turner.