Gramsci non abita più in Italia

Anche al povero Marx è accaduto più d’una volta di finire in soffitta. Non tanto diversamente sono andate le cose per Gramsci il cui nome sembrerebbe scomparso dalla cultura italiana dell’ultimo decennio, nonostante alcune significative eccezioni. Che fine ha fatto questo dirigente comunista, il raffinato intellettuale e autore Quaderni, uno straordinario “Zibaldone” di pensieri filosofici, storici, politici e linguistici? Se lo chiedono Guido Liguori e Chiara Meta in un piccolo volume completamente dedicato alle letture, interpretazioni, convegni e pubblicazioni realizzate nel corso dell’ultimo decennio sull’opera gramsciana, dal titolo Gramsci. Guida alla lettura, (edizioni Unicopli, pp. 112, euro 5,00). Idealmente il libro è l’erede di un precedente, fortunato saggio di Guido Liguori apparso nel ’96, Gramsci conteso, nel quale si faceva il punto sui tanti conflitti di interpretazione del testo gramsciano. «Dieci anni sono già passati da allora e la diffusione dello studio e della conoscenza del pensatore sardo è stata spesso valutata come profondamente diseguale in Italia e all’estero: proprio nel paese che gli diede i natali la fortuna di Gramsci avrebbe continuato a far registrare una pesante battuta d’arresto, di contro a una sempre maggiore diffusione della sua presenza nel resto del mondo». Mentre in America latina e in altre aree insospettate del mondo come l’India e gli stessi Stati Uniti sono nate vere e proprie scuole di studiosi che si richiamano al nome di Gramsci, come nel caso dei Subaltern studies – al di là del rigore filologico con cui si avvicinano al testo originale – in Italia il dibattito politico sembra aver rimosso del tutto l’opera del comunista sardo, con la sostanziale indifferenza degli stessi partiti della sinistra. Né fanno eccezione in questo senso gli episodici e scandalistici articoli che occasionalmente appaiono sulla stampa, quasi sempre incentrati sulla non nuova tesi del Gramsci tradito dagli stessi compagni del suo partito e lasciato morire in carcere. La versione del comunista in dissenso rispetto alla terza Internazionale e abbandonato in balia del proprio destino torna in auge nel ’97 con la pubblicazione delle Lettere dal carcere per Einaudi, a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele, ma non convince Liguori. «Erano, quelle di Natoli, tesi in gran parte non nuove. Fino ad ora mai provate ma periodicamente riaffioranti… Anche dopo la lettura del carteggio curato da Daniele e Natoli restavano ipotesi non suffragate da fatti accertati. Gramsci in molti punti era stato distante dal movimento comunista terzinternazionalista, ma con esso non sembrava aver tagliato i ponti. Quaderni e lettere erano stati salvati innanzitutto per merito di Tania. E verranno pubblicati e diffusi nel mondo per merito di Togliatti e del suo partito (che avrebbero anche potuto metterci una pietra sopra e lasciare che il nome stesso di Gramsci cadesse nell’oblio). Questo vi è di certo».
Di tutt’altra vitalità sono, invece, le suggestioni che dall’estero arrivano al primo convegno gramsciano, organizzato a Napoli nel ’97 in occasione del sesto decennale della morte di Gramsci dall’International Gramsci society, il primo dopo la fine del partito da lui stesso fondato. Dominano non più gli umori e le congiunture della politica italiana. Stavolta le domande rivolte al testo gramsciano riguardano questioni strategiche, prospettive ormai planetarie, e riflettono uno sforzo di tornare a pensare da parte di una una sinistra in grave crisi d’identità. Risultano attraenti soprattutto quelle categorie che si prestano a essere chiavi di lettura planetarie in un mondo sempre più globale e assimilato al modo di produzione capitalistico. Si staglia, tra gli altri, il concetto di «egemonia», mai come ora indispensabile per capire e contrastare il dominio dell’ideologia neoliberista, concetto ripreso da Giorgio Baratta o dallo statunitense Joseph Buttigieg, a suo volta allievo dell’intellettuale palestinese Edward Said. Oppure, quello di «subalterni», utilizzato non solo come categoria storica ma anche come opzione politica, strategia di organizzazione degli sfruttati e degli oppressi nei paesi del Terzo Mondo, da poco affrancati dal dominio coloniale. Eppure, rimane in Italia una diffidenza nei confronti di Gramsci, ritenuto prigioniero di un modello e di una cultura ormai sorpassate. E’ un atteggiamento che nasce da alcune letture, come quella di Bruno Trentin che nel suo libro La città del lavoro del ’96 giudicava le posizioni gramsciane «come tutte interne a una cultura industrialista e produttivista». La tesi trova sostenitori anche nell’approccio «ipercritico» di Marco Revelli e Franco Sbarberi e finisce per forgiare l’immagine di un Gramsci «quasi potenziale organizzatore dei campi di lavoro, ancora più feroci della fabbrica capitalistica». Un’immagine palesemente infondata – aggiunge Liguori – «per chi conosca la sua biografia umana, intellettuale e politica». Anche perché riconoscere al «fordismo» una razionalità interna significava con il «catastrofismo tanto della Seconda Internazionale, quanto della Terza Internazionale». E soprattutto, Gramsci, come Marx, conosceva bene la distinzione tra le macchine e il loro «uso capitalistico».