Gozzano, il ribelle della Belle Epoque

Novant’anni fa, il 9 agosto, nella torinese via Cibrario, si spegneva la candela gozzaniana. A Torino («…mi sei cara come la fantesca / che m’ha veduto nascere») Gozzano era nato nel 1883. Riposa ad Agliè, dal 1951 nella Chiesa di San Gaudenzio. «Cronista» della traslazione fu Franco Antonicelli: «…il canto di elegia con il quale Gozzano chiuse le porte dell’Ottocento ci arriva ancora con la dolcezza con la quale si cullano i sogni». Sogno e ironia, gli emblemi di una vita breve, trentatré anni appena. La cuna di una testimonianza letteraria assurta via via a classico. Edoardo Sanguineti ha offerto in tal senso un contributo essenziale. Restituendo alla voce crepuscolare – lungamente stipata negli orizzonti angusti – l’autentico tono.
Gozzano scompare il giorno della presa di Gorizia. Lui che, in «Pioggia d’agosto», lamenta: «La Patria? Dio? L’Umanità? Parole / che i retori t’han fatto nauseose!…». Una coincidenza bizzarra…
«Eppure l’ultimo Gozzano subisce una sorta di conversione sventurata, lui così consapevole dell’inautenticità dannunziana. Di fronte alla guerra di Libia e, in seguito, alla Grande Guerra, si delinea la resa. Già nel ‘13, su La Stampa, confessava: “Io ho trovato la Patria, una cosa come un’altra, alla quale voler bene”. No, non solo gli spiriti programmaticamente guerrieri come i futuristi indossano l’elmetto e scendono in trincea. L’unico a resistere sarà Palazzeschi. Si opporrà al nazionalismo interventista di Papini e Soffici su Lacerba, 1914: “Io oggi sono pacifista”».
Gozzano, dirà Montale, pregò Dio perché lo liberasse dalla «lue dannunziana». Salvando se stesso, salverà chi lo seguirà, Montale in primis… E’ questo il suo principale merito?
«Così Montale legge Gozzano. Dopo “quella cosa vivente” che ha sbrecciato con l’ironia la mitologia dannunziana è finalmente possibile abbassare i toni, voltare le spalle alla retorica. Ecco Eusebio canzonare, negli Ossi, nei “Limoni”, la poesia che li inaugura, i poeti laureati, cinti d’alloro, “l’alloro premio di colui / che tra clangor di buccine s’esalta” nella “Signorina Felicita”, memore di Alcyone».
L’altro autore di Montale è, allora, Svevo…
«E non a caso. Gozzano e Svevo, lì a rappresentare la mitologia dell’inetto, dell’inettitudine. Fra “l’’imbecillità’ dei personaggi di Svevo” e lo sguardo impietoso verso se stesso che è Totò Merúmeni: “Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti, / non è cattivo. E’ il buono che derideva il Nietzsche: … in verità derido l’inetto che si dice / buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…”». La poesia, l’officina poetica, come sconfitta sul piano della vitalità e come privilegio, e orgoglio».
Montale che spugneggia Gozzano: la «muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» di «Meriggiare» evocante «i cocci innumeri di vetro sulla cima vetusta» della «Signorina Felicita»… C’è una linea gozzaniana nella poesia nostrana, fino ad oggi?
«Non mancano, oggi, tracce crepuscolari. Quel prosaismo corredato di ambizioni liriche e emotive… Lo si può riconoscere in un certo Erba, in un certo Giudici, in un certo Raboni».
C’è un nesso fra le formiche rosse e nere di Gozzano e i chierici rossi e neri di Montale? Un rifiuto di questi e di quelli, dalla parte di coloro che prezzolinianamente «non la bevono»?
«Siamo cauti. Vi sono connessioni verbali tanto seduttive quanto esposte al cortocircuito. Ma scorgere in Gozzano e in Montale la divisa dell’impartecipazione, la vocazione a far parte per se stessi, non è scorretto».
Una nota della poesia di Gozzano è la «perplessità». «Ma ti levasti quasi ribelle / alla perplessità crepuscolare»…Nella «perplessità» sta la sua modernità?
«Il crepuscolo è sia l’ora in cui scemano le luci, sia il momento in cui le luci sorgono, l’aurora, l’alba. Poeticamente, Gozzano è l’interprete di una forma tradizionale (è, cioè, ligio ai modi antiqui), ma non chiusa, anzi, permeata di una critica sottilmente, inesorabilmente eversiva».
Un’altra caratteristica: l’ansia di tutto preservare, il «ciarpame reietto, così caro alla mia Musa!». Che cosa sospinge Gozzano a farsi «rigattiere»?
«Gozzano fabbrica l’obsoleto, traveste di tempo – ha un sentimento forte del tempo, espressione peraltro non gozzaniana – le cose e le anime (Carlotta, il nome che «come l’essenze» risuscita le diligenze, lo scialle, la crinolina). Il tempo a cui tende è morto, è tappezzato di illusioni morte. “Ma lasciatemi sognare!” è il verso che suggella La via del rifugio. Il sogno che vince la volgare e scipita realtà. La vera vita è altrove, direbbe Rimbaud. Il viaggio in India, verso le città morte, non è un a sé».
Il classico Gozzano a colloquio con i classici. Dante, Petrarca, Leopardi, Tasso sono i suoi maggiori… Chi più maggiore di altri?
«Statisticamente, Dante e Petrarca. Ancorché non li conosca benissimo. Li approfondirà e li assoggetterà a non ortodosse operazioni di straniamento. Scrollatesi di dosso le liturgie dannunziane, si volgerà “liberamente” ai Padri. Prende Dante in contropiede, non lo cita per alzare lo stile, tende invece al ribasso. E così Petrarca, convocato in Totò Merúmeni: “… non ricco, giunta l’ora di ‘vender parolette’ / (il suo Petrarca!…) e farsi baratto o gazzettiere…”».
Lei, in Luigi Vigliani, professore al liceo D’Azeglio, è solito ricordare «il primo maestro nello studio della poesia di Gozzano». Che cosa l’ha condotta da Nonna Speranza?
«E’ una storia inedita. Anni Cinquanta. L’associazione ex allievi del D’Azeglio mi chiede di tenere una conferenza. Propongo, come tema, Montale. I più anziani, in testa Vigliani, figura estremamente intelligente, ironica, un conservatore illuminato, mi sospingono a variare. Montale, che è Montale, è vivo, gli difetterebbe dunque un’aura sacrale… Vigliani mi suggerisce Gozzano. E io lo accontento non rinunciando all’originale intenzione. “Da Gozzano a Montale” andrò. Giovanni Getto, di cui ero diventato allievo, accoglierà il testo in Letture italiane».
Gozzano e Torino: un rapporto – lei ha osservato – tra «consenso patetico e critico distacco». O forse qualcosa di più acre? Gozzano non è forse un «ordigno» borghese che mette a nudo l’anima borghese, beota, pettegola, bigotta?
«Gozzano non è il celebratore di Torino. Non incensa né la città che sale di boccioniana memoria né la città del silenzio, una specie di reliquiario. Le riserva ora un’affettuosa ironia ora un robusto risentimento. Rivelandosi, infine per ragioni pubbliche, più distensivo, più affabile, nella prosa».
Gozzano oppone alla città, che lo «nausea grandemente», come scrive a Ettore Colla, la «serenità canavesana»: Agliè, il Meleto, Villa Amarena… Che cosa c’è di nobilmente «provinciale» in lui?
«Gozzano era naturalmente intonato al costume provinciale, sorretto anche da una vivida curiosità sociologica, si pensi ai tipi sbalzati nella “Signorina Felicita”: il farmacista, il regio notaio, il dottore, il sindaco… Dalla città non esita a distanziarsi. La proda canavesana è una stazione dell’esotismo che lo contraddistingue».
Torino è la città che, attraverso Debenedetti, svelerà Proust all’Italia colta. Sotto la Mole, Gozzano non svetta forse come un proustiano ante litteram?
«Il lato proustiano di Gozzano è l’esperienza infantile, dominante. Già accostando la Vita alfieriana, i primi passi, vien da domandarsi: siamo di fronte a Proust o a Freud?».
Egualmente proustiana l’esperienza della malattia. Gozzano è tisico come Gian Pietro Lucini, l’autore di «Revolverate e nuove revolverate», un’ulteriore sua passione. Che cosa li accomuna?
«Lucini non amava Gozzano. Lo leggeva alla maniera dei più, come il cantore delle buone cose di pessimo gusto. E poi: a differenza dell’ironico Gozzano, aveva un passo satirico».
Lo scritto di Debenedetti su Proust appare sul «Baretti». La Torino civile, da Gobetti a Bobbio, relegherà Gozzano in una dimensione gianduiesca («A l’è questiôn d’nen piessla..» come manifesto del disimpegno, dell’indifferenza).
«Gozzano, è innegabile, non “sente” la rivoluzione industriale, manco lo sfiorano le questioni ad essa legate. Si muove fuori del mondo. Chi è artefice o epigono della città laboratorio ovviamente lo avverte. Diverso, insulso, sarebbe ridurre Gozzano a una macchietta».
Chi lo capta è Leone Ginzburg. In una lettera a Carlo Muscetta esclamerà: «Ritengo “Lavorare stanca” il più bel libro di versi uscito in Italia a rivelare un poeta nuovo dopo “La via del rifugio”»…
«Ginzburg, nella Torino “civile”, risalta quale letterato totale. Credo che l’accostamento fra Lavorare stanca e La via del rifugio lo faccia in special modo per mettere in rilievo le poesie di Pavese, secondo me la sua opera più riuscita. Quindi per sottolineare la peculiarità e la robustezza della linea piemontese».
A proposito di Proust: dirà che «i versi sono la carne delle idee». Quali le «idee» del canzoniere gozzaniano?
«Il canzoniere. Gozzano ambiva scriverlo. E un libro compatto, unius libri, lo ha scritto. Voleva essere il riassunto di una vita. La vedeva piuttosto nel suo divenire, sfuggendogli la formula finale. L’”idea”? Approdare alla natura per paura della storia. Lui che sta supino nel trifoglio…».