Gli Usa presero Falluja con il napalm e il fosforo

Torna a galla un tema dimenticato, uno di quegli argomenti che la nostra mente è propensa accantonare nell’illusione che il cambio di millennio abbia cambiato anche il mondo. Questa mattina «Rai News 24» manderà in onda un documentario che si annuncia straordinario, è una ricostruzione del secondo attacco a Falluja, ovvero dell’operazione che nel novembre scorso truppe americane e battaglioni della Guardia nazionale irachena condussero nella provincia di Al Anbar nel tentativo di debellare la supremazia dei nuclei guerriglieri. Sulla scorta di immagini e testimonianze il programma rilancia la terribile accusa che a Falluja siano state adoperate bombe al fosforo e ordigni al napalm».
A farci ripiombare indietro di anni basta il suono di certe parole, la semplice idea del ritorno all’uso armi che rievocano altre disgustose storie di guerra ed altri crimini. n più tragico bombardamento a1 fosforo di cui si abbia memoria risale agli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e investì Dresda, dove decine di migliaia di persone morirono bruciate, anche chi per ore era rimasto nei canali tentando di ricoprire d’acqua ogni lembo di pelle per sfuggire alla terribile sorte. Quanto al Falluja è stata attaccata più volte da quanto in Iraq s’è iniziato il cosidetto «dopoguerra» però le operazioni di maggiore violenza sono state due: nella prima, condotta nell’aprile dell’anno scorso, le truppe americane fecero molta attenzione a non colpire l’ospedale della città col risultato di ritrovarsi un ufficio stampa della guerriglia attivo ventiqattr’ore su ventiquattro.
Dai telefoni del pronto soccorso i medici riferivano di donne e bambini colpiti nella strade, i giornalisti chiamavano in continuazione ricevendo notizie sempre più imbarazzanti per la coalizione tanto che dopo quindici giorni l’operazione fu interrotta nonostante i marines avessero già compiuto una sanguinosa avanzata casa per casa. L’ordine di ritirata provocò reazioni durissime fra i combattenti.
Per queste ragioni la seconda offensiva, quella di novembre, fu preparata in maniera diametralmente opposta tentando prima di convincere i civili a lasciare l’area e poi impedendo a chiunque di entrare in contatto con gente della città. Per più di due settimane Falluja era rimasta chiusa in un cerchio di ferro dal quale filtravano solo i comunicati del comando americano. Questo aveva impedito che nell’immediato la guerriglia diffondesse notizie o spargesse propaganda, alimentando però anche un clima di mistero che autorizzava ogni sorta di sospetto.
Nei mesi scorsi, voci su atrocità commesse e sull’uso di armi vietate erano circolate a più riprese prima attraverso «Al Jazeera» e poi sui giornali americani fino a provocare il 9 di dicembre una smentita del Dipartimento di Stato, con l’affermazione che a Falluja il fosforo era stato usato solo nottetempo e solo per illuminare dall’alto le posizioni nemiche. In Italia, anche «n Diario» aveva pubblicato lunghi resoconti nei quali si leggeva di civili massacrati a decine e di corpi irriconoscibili, restava però il problema di trovare sostegno alle teorie, di individuare elementi che avvalorassero o smentissero definitivamente tesi opposte.
Oggi apprendiamo che in gergo i soldati americani chiamano le bombe al fosforo bianco «Willi Pete» e quelle bombe non si limitano a bruciare i corpi, ma li sciolgono fin quasi alle ossa. L’inchiesta di «Rai News 24» s’intitola «La strage nascosta» e afferma che le armi proibite sono tornate in uso a Falluja, il lavoro porta la firma di Sigfrido Ranucci e viene annunciato come molto documentato, conterrebbe le testimonianze di chi c’era non solo dalla parte delle vittime ma anche da quella dei militari.
«Ho udito personalmente l’ordine di fare attenzione perché sulla città veniva usato il fosforo bianco», è per esempio il racconto di un veterano statunitense. «Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini, il fosforo esplode e forma una nuvola, chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato». Abitanti di Falluja raccontano: «Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, colpita da sostanze di diverso colore la gente ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato persone morte con strane ferite, coi corpi bruciati e i vestiti intatti».
Dalle sequenze girate a Falluja risulterebbe con chiarezza che il fosforo bianco sarebbe stato gettato su interi quartieri della città, altre inquadrature paiono dimostrare l’uso di una versione del Napalm chiamata «Mk77», vietata da una convenzione Onu che risale al 1980, Quanto alle armi chimiche, gli Stati Uniti d’America sono tra i primi firmatari di una convenzione internazionale che risale al 1977 e ne vieta drasticamente l’impiego.
Del documentario fa parte anche un’intervista a Giuliana Sgrena, l’inviata del Manifesto rapita a Baghdad nel gennaio scorso proprio dopo avere intervistato profughi di’Falluja. <