Gli Usa preparano Fatah alla resa dei conti con Hamas

Le milizie di Hamas e quelle di Fatah si combattono ormai da mesi per le strade di Gaza ed ora cominciano a fronteggiarsi anche in Cisgiordania. In numerose occasioni negli scontri sono stati coinvolti dei civili. In una situazione del genere, anziché lavorare per ottenere un cessate il fuoco, per trovare un accordo, un compromesso o una formula in grado di far calare la tensione, si gioca d’azzardo, preparando una mano al rialzo. Il piano dell’amministrazione Bush per addestrare la guardia presidenziale palestinese in previsione di un confronto su larga scala con Hamas è cosa fatta. L’addestramento della nuova “Guardia presidenziale speciale” è in corso da un mese in quel di Gerico, sotto la supervisione di un esperto istruttore militare americano. A Washington è stato stabilito che gli uomini di Forza 17, quelli che si vedono alla Muqata o a Gaza quando c’è il presidente o quando nei territori arrivano capi di Stato, quelli che indossano le divise nere con le ginocchiere di pelle e gli anfibi lucidi, siano incrementati da 3600 a 6mila unità. Dei 4 milioni di dollari stanziati dall’amministrazione americana per la “democratizzazione” nei territori palestinesi occupati, la metà è destinata alla causa di Forza 17. Tutto regolare. Il coordinatore americano per la sicurezza nei Territori, generale Keith Dayton, la settimana scorsa ha presentato il piano anche ad emissari del Quartetto a Londra. Il programma potrebbe essere addirittura allargato e comprendere addestramenti anche da parte di istruttori britannici, egiziani e giordani. Il piano non sembra contemplare eventuali reazioni e contromisure da parte di Hamas. Il dubbio che i miliziani del movimento islamico ed i loro capi, in particolare da Damasco, stiano a guardare, rimane. Non si tratta in fondo che di un dejâ vù. Probabilmente con le stesse conseguenze che l’ingerenza a stelle e strisce ha provocato nelle vicende politico-militari di altri paesi. Ed i territori palestinesi non assurgono nemmeno al rango di Stato. Così, nella catastrofica situazione economica in cui versano palestinesi, accompagnata dalla scia di sangue degli oltre 250 morti dall’estate ad oggi per le incursioni dell’esercito israeliano (la metà dei quali, ricordiamolo, erano civili), e da quelli provocati dalle faide interne, il Presidente Abbas da una parte porta avanti negoziati per fuoriuscire dalla crisi, dall’altra pensa a fronteggiare Hamas sul piano militare grazie al via libera dell’amministrazione Bush, un segnale verde come quello con cui si stampano i dollari destinati al nuovo progetto che ha come beneficiario (formale) l’interesse supremo del popolo palestinese.
Secondo Israele anche Hamas si rafforza sul piano militare. Ieri, parlando davanti alla Commissione per la Difesa e gli Affari Esteri della Knesset, il comandante della Regione sud dell’esercito israeliano (Idf), Yoav Glant, ha dichiarato che il movimento islamico potrebbe schierare a Gaza una forza operativa di 10mila uomini, allo scopo di diventare, nel tempo, simile ad Hezbollah. Il militare ha spiegato che Hamas è ad uno stadio primordiale rispetto al movimento libanese, non essendo organizzato gerarchicamente in divisioni e comandi. Glant ha confermato la preparazione di una nuova massiccia operazione dell’Idf a Gaza allo scopo di neutralizzare eventuali rafforzamenti militari di Hamas, che secondo fonti israeliane potrebbero comportare l’utilizzo di mezzi anti-carro e di strumenti di visualizzazione notturna, oltre che per arrestare il lancio di razzi verso Israele. Nel corso di scontri tra l’Idf e palestinesi a Gaza sono morti ieri tre miliziani appartenenti ad Hamas (Brigate Ezzedin el-Qassam). Erano fratelli di 22, 21 e 19 anni. Secondo l’Idf stavano collocando una mina su una strada a est di Khan Younes.

Intanto al Cairo è stato dato avvio agli annunciati colloqui per il rilascio del caporale israeliano Shalit in cambio della scarcerazione di 1400 detenuti politici palestinesi, nonché per la questione della formazione di un nuovo esecutivo palestinese. La settimana scorsa era stata annunciata la partecipazione alle trattative di Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas a Damasco, che ha invece inviato Emad el Alami e Mohamed Nasr, anch’essi membri dello stesso ufficio siriano, facendo sapere di riservarsi di partire alla volta della capitale egiziana se l’esito delle consultazioni dovesse paventarne la necessità. Hamas si è dichiarata “flessibile” rispetto alla conclusione della vicenda del soldato israeliano, ovvero disposta ad accettare la liberazione dei prigionieri palestinesi a scaglioni e dopo il rilascio del militare israeliano che andrebbe consegnato ad una terza parte, l’Egitto o la Croce Rossa Internazionale, opzione, quest’ultima osteggiata da Israele, secondo quanto riferiscono fonti palestinesi. I miliziani che tengono in ostaggio il soldato hanno tuttavia espresso riserve, dichiarando di temere un cambio di rotta da parte delle autorità israeliane una volta ottenuto il rilascio del militare e di “non fidarsi” degli impegni assunti da Israele, elemento fra gli altri, tra le ragioni dei continui rinvii nella conclusione della vicenda. Grazie alla riapertura temporanea del valico di Rafah è riuscito ieri in serata a partecipare agli incontri al Cairo anche il ministro degli Esteri palestinese Mahmoud Zahar, che, visiterà nuovamente anche altri paesi nella regione. I colloqui con le diplomazie regionali dell’esponente del governo Hamas non potranno non prevedere in agenda un punto sul sostegno Usa per rafforzare la guardia presidenziale in previsione dello scontro interno con le milizie del movimento islamico. Un confronto in cui i palestinesi, senza distinzione di bandiera, non hanno nulla da guadagnare.