Gli Usa hanno paura, stanno perdendo la guerra

L’Europa e il mondo hanno assistito a un’offensiva diplomatica volta a convincere gli europei a “mettersi dietro le spalle la questione irachena”. L’iniziativa, di fatto, serve a convincere non solo gli europei, ma il mondo intero, del fatto che le recenti elezioni tenutesi in Iraq hanno segnato l’inizio di una nuova partita, il cui nome è democrazia.

La realtà è che l’unica partita che si continua a giocare è quello del dominio e dell’occupazione e che gli Stati Uniti non la stanno vincendo. Il trionfalismo che ha accompagnato il viaggio nella “vecchia Europa” intrapreso da George W. Bush in compagnia del nuovo Segretario di Stato, Condoleeza Rice, ha rappresentato un’operazione di public relations per contrastare la realtà, caratterizzata dalla diffusione di un’ampia e profonda resistenza in Iraq. Non è solo la resistenza militare, quella che vediamo ogni giorno alla televisione, ma esiste anche una resistenza politica, ancora più diffusa di quella militare. A questa si affianca inoltre una notevole resistenza civile, che non comprende soltanto le manifestazioni sindacali, ma tutti gli atti intrapresi ogni giorno da comuni cittadini per negare la legittimità dell’occupazione: atti che James C. Scott definisce “le armi dei più deboli”.

La verità è che gli Usa stanno perdendo la guerra in Iraq, sia politicamente, sia militarmente. Il numero dei governi appartenenti alla cosiddetta “coalizione dei volenterosi” si è assottigliato a tal punto che il Pentagono ha abbandonato questa definizione, sostituendola con l’espressione “forze multilaterali”. Anche i 135.000 soldati americani cominciano ad essere troppo pochi e incapaci di arginare la vorticosa crescita dell’insurrezione a opera di guerriglieri. Secondo le stime realizzate da molti esperti militari, il numero minimo di soldati necessari a combattere contro la guerriglia fino ad arrestarla varia tra 200.000 e un milione. È impossibile raggiungere questi numeri senza provocare massicci fenomeni di protesta civile negli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione ormai non vede alcuna giustificazione per l’intervento militare. Certo, Bush ha vinto le elezioni, ma non per l’appoggio della popolazione alla guerra, e lo stesso presidente ne è consapevole.

Anche l’esercito degli Stati Uniti – sempre più soldati, anche in servizio attivo, per non dire delle loro famiglie – sta iniziando a fare sentire la sua voce contro la guerra. Qualche settimana fa, il pubblico televisivo di tutto il mondo ha assistito a una scena in cui le truppe applaudivano un militare che, criticando il Segretario alla Difesa Rumsfeld, lo accusava di aver inviato l’esercito in guerra senza garantirgli tutele sufficienti. Abbiamo visto anche un’unità statunitense rifiutarsi di trasportare vettovagliamenti in una città a diversi chilometri di distanza in quanto i veicoli in sua dotazione non erano sicuri. E probabilmente vedremmo un numero ancora maggiore di incidenti come questi se i giornalisti si preoccupassero di osservare la realtà anziché farsi “arruolare” dal Pentagono.

L’esercito degli Stati Uniti, come si ricorderà, ebbe un crollo interno nelle ultime fasi della guerra del Vietnam a causa dello scoraggiamento, che tra le altre cose provocò anche uccisioni di militari e lanci di granate contro di loro. Attualmente, circa il 40% delle truppe in Iraq non appartiene alle forze regolari, ma alla Guardia Nazionale: non si tratta quindi di militari di carriera, e la demoralizzazione crescente non va assolutamente sottovalutata. È probabile che gli unici soldati in grado di resistere a questo fenomeno siano i Marines più stupidamente esagitati, ma si tratta di una minoranza all’interno di un esercito altrimenti molto demoralizzato.

Ma non c’è solo il fatto che gli Stati Uniti si sono esposti eccessivamente in Iraq. L’Iraq di fatto ha anche peggiorato la crisi dovuta alla sovraesposizione degli USA a livello globale, e i sintomi principali del dilemma imperiale sono ormai chiarissimi.

Malgrado le recenti elezioni spalleggiate dagli USA in Afghanistan, il governo Karzai di fatto controlla solo alcuni quartieri di Kabul e altre due o tre città. Come ha detto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, nonostante le elezioni, “in assenza di istituzioni dello Stato funzionanti, in grado di sopperire alle esigenze basilari della popolazione in tutto il paese, l’autorità e la legittimità del nuovo governo avranno vita breve”. E finché la situazione è questa, rimarranno impegnati in Afghanistan 13.500 soldati americani all’interno del paese e 35.000 truppe di supporto all’esterno.

La guerra degli Usa contro il terrorismo ha ottenuto effetti completamente opposti rispetto a quelli sperati, e ora Al Qaeda e i suoi alleati sono assai più forti che nel 2001. L’invasione dell’Iraq, secondo Richard Clarke, un tempo soprannominato “lo zar dell’antiterrorismo”, ha sviato la guerra al terrorismo, finendo per rappresentare il migliore mezzo di reclutamento per Al Qaeda.

Dando il pieno assenso alla fallimentare strategia di Sharon, consistente nel sabotare la nascita di uno Stato palestinese, Washington ha anche rinunciato a tutto il capitale politico che aveva accumulato agli occhi degli arabi negoziando per gli accordi di Oslo, ormai irrimediabilmente naufragati. Inoltre, la strategia pro-Sharon, insieme all’occupazione dell’Iraq, ha esposto, screditato e indebolito gli alleati di Washington agli occhi delle élite arabe.

Lo spostamento a sinistra dell’America Latina proseguirà a velocità crescente. La vittoria della coalizione di sinistra in Uruguay non è che l’ultima di una serie di vittorie elettorali delle forze progressiste, che va ad aggiungersi a quelle del Venezuela, dell’Ecuador, dell’Argentina e del Brasile. Oltre ai risultati elettorali delle sinistre, potrebbero però essere nell’aria anche altre insurrezioni di massa come quella avvenuta in Bolivia nell’ottobre 2003. A proposito della spostamento verso sinistra, e del conseguente allontanamento dalle posizioni dell’impero, uno dei sostenitori degli Stati Uniti, l’ex Ministro degli esteri messicano Jorge Castaneda, ha così espresso la sua giusta valutazione: “Anche gli amici dell’America iniziano a sentire il fermento di tanta rabbia contro gli americani. Si sentono costretti ad abbandonare il loro apparato retorico e il loro atteggiamento, ammorbidendo la difesa di politiche considerate filoamericane, se non direttamente ispirate dagli Usa, e irrigidendo nel contempo la loro recalcitranza ad assecondare le richiese e i desideri di Washington”. È questa la situazione globale che si cela dietro il trionfalismo che ha accompagnato il viaggio di Bush in Europa. Con questa impresa, ci si proponeva di ricorrere alla diplomazia per contrastare i tentativi di erodere la posizione americana, ma si è trattato di un viaggio intrapreso per disperazione. Si potrebbe addirittura sostenere che, mentre i giornali stampano fiumi di parole bellicose rivolte da Washington nei confronti dell’Iran, della Siria e della Corea del Nord, la realtà è che, proprio perché si trovano vincolati a una guerra infinita in Iraq, gli Usa non sono più in grado di destabilizzare questi governi, almeno non tanto quanto lo erano nel 2003, prima dell’invasione dell’Iraq.

Quella a cui stiamo assistendo è la terza grande iniziativa di public relations volta a convincere il mondo che in Iraq è stata ottenuta una pacificazione. La prima è stata la famosa dichiarazione di vittoria a bordo della portaerei Abraham Lincoln nel maggio 2003: tutti sappiamo che cosa è successo in seguito. La seconda è stata la riconsegna della sovranità al popolo iracheno nello scorso giugno: a questo insulso episodio ha fatto seguito una drammatica escalation della resistenza.

L’Europa rappresenta, logicamente, l’obiettivo fondamentale della strategia di Bush. Il cambiamento avvenuto nella valutazione della posizione europea, a seguito della dura realtà della resistenza irachena, è illustrato dall’ideologo neoconservatore Robert Kagan. Nel 2002, Kagan ha denigrato l’approccio europeo all’ordine mondiale con la famigerata affermazione secondo cui “gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere”. Nel 2004, lo stesso Kagan era sceso a più miti consigli, quando ha scritto su Foreign Affairs che “gli americani avranno bisogna della legittimità che può fornire loro l’Europa, ma gli europei potrebbero decidere di non garantirla”.

Per fortuna, gli europei non si lasciano irretire dalle “nuove” vesti “concilianti” che Bush ha scelto di indossare. Il quotidiano liberale Financial Times considera questo nuovo atteggiamento come “un riconoscimento, per quanto tardivo, del fatto che gli Stati Uniti si sono esposti eccessivamente e hanno necessità di trovare nuovi alleati”, pur sconsigliando agli europei di adottare un “atteggiamento inetto” nei riguardi dell’iniziativa di Bush. Eppure, purtroppo per il Financial Times, sulla questione irachena c’è ben poco che i governi dell’Europa occidentale possano fare, dal momento che le popolazioni di questi paesi rimangono fortemente contrarie, per la stragrande maggioranza, a partecipare alla guerra degli Stati Uniti. Di più: anche nell’Europa orientale, dove l’antiamericanismo è meno diffuso, gli Usa continuano a perdere alleati. L’Ungheria ha deciso formalmente di abbandonare la coalizione, e anche il governo polacco ha espresso l’intenzione di ritirare il proprio contingente non appena “le circostanze lo permetteranno”.

La diplomazia di Bush, di fatto, sta avventurandosi contro la marea degli eventi futuri. L’Alleanza Atlantica è ormai defunta, e l’Iraq non ha fatto che infliggere il colpo di grazia a una relazione già martoriata da conflitti sempre più aspri in materia di commercio, ambiente e sicurezza. Ma c’è di più: non solo stanno scomparendo i presupposti per una linea d’azione comune, ma, come argomenta l’esperto statunitense Ivo Daalder, “non sono più in pochi [in Europa] a temere che gli Stati Uniti rappresentino oggettivamente la principale minaccia alla propria sicurezza”. Studiosi europei come Marco Piccioni sostengono già attualmente, rivolgendosi a un pubblico attento, che la presenza degli Stati Uniti in Iraq fa parte di una strategia focalizzata su tutto il Medio Oriente, finalizzata a escludere l’Europa dalle regioni petrolifere, anche con la forza, se necessario.

Se la Francia e la Germania da tempo si rifiutano di legittimare l’invasione americana in Iraq e, a questo punto, si ostinano a negare qualunque forma di impegno, non dipende solo dal pacifismo dei loro cittadini. Tale atteggiamento serve anche a dissuadere gli Usa dall’intraprendere altre azioni che possono minacciare direttamente la loro sicurezza nazionale. La società civile europea si è in gran parte comportata da spettatrice durante il viaggio di Bush. Malgrado la profonda cesura tra i governi nazionali europei e Washington, i movimenti europei della società civile non devono abbassare la guardia. A ben guardare, il disimpegno europeo dalla guerra in Iraq è infatti incompleto. Benché la stragrande maggioranza della popolazione sia contraria alla guerra in Iraq, i governi Blair e Berlusconi continuano a inviare unità militari in questo paese. Cacciare la Gran Bretagna e l’Italia fuori da questa guerra perpetrata ai danni della popolazione dell’Iraq rappresenta la principale priorità all’ordine del giorno del movimento pacifista europeo nei prossimi mesi.

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