Gli strani signori di Miami

Avederlo così bonario, impiegatizio, non diresti mai di essere inciampato nella più losca storia degli anni `80. Siamo seduti al 24-esimo piano di un grattacielo in downtown Miami nella sala delle conferenze del Beacon Council, la «Organización Oficial para el Desarrollo Económico del Condado Miami-Dade», dice il biglietto da visita di Mario J. Sacasa, che ne è vicepresidente per lo sviluppo internazionale e parla un inglese non perfetto. Calvo, a metà dei cinquanta, viso liscio paffuto, sembra il prototipo del bancario di mezz’età. Dal nome, suppongo sia cubano: «No, sono nicaraguense, mia moglie è cubana-americana». Quando però gli chiedo come era Miami negli anni `70, mi risponde che lui l’ha conosciuta solo alla fine di quel decennio: «I miei mi avevano mandato a studiare a Washington, perché allora l’università a Miami era scadente – oggi è ottima, ma allora era così – e poi Miami era considerata una città viziosa, distraente. Dopo aver studiato economia a Washington tornai in Nicaragua a lavorare al finanziamento dell’immobiliare. Poi però nel 1979 in Nicaragua ci fu la rivoluzione e io venni negli Stati uniti: mi trasferii a Miami dove lavoravo in banca. Volevo fare qualcosa per il mio paese, ma non mi permisero di combattere, mi convinsero che le mie qualifiche professionali mi rendevano indispensabile alla gestione. Così per sette anni ho fatto il chief financial officer, il responsabile finanziario della resistenza: lì ho dovuto imparare tutto un nuovo mestiere. Nel 1990 c’è stato il cambio di governo e Violeta Chamorro mi ha nominato console generale del Nicaragua qui a Miami. Quando nel 1996 è cambiato il governo, sono entrato nel settore privato, poi mi hanno chiamato qui dove posso mettere a frutto le mie conoscenze in America centrale».

Cassiere dei contras

Anche se non usa mai i termini «sandinista» e contra, quello che mi sta dicendo il serafico Mario Sacasa è che lui è stato il cassiere dei contras, della guerriglia antisandinista finanziata negli anni `80 anche con il narcotraffico, che fu al centro dello scandalo cosiddetto «Iran-contras», addossato a un solo colonnello, Oliver North, ma che in realtà fu uno delle pagine più nere della presidenza Reagan.

Sacasa non è un’eccezione, anzi è un esponente tipico di questa città che già negli anni ’90 la studiosa Saskia Sassen portava ad esempio di «nuova città globale», centro urbano in cui si concentrano e si accentrano servizi e posti di comando dell’economia globale delocalizzata. Scriveva Sassen nel 1993: «Sin dagli anni `80 un numero crescente di imprese statunitensi, europee e asiatiche ha aperto uffici a Miami (…): la Eastman Kodak ha trasferito la sua direzione generale per l’America latina da Rochester (New York) a Miami, imitata da Hewlett-Packard che vi si è trasferita da Città del Messico. Imprese e banche di Germania, Francia, Italia, Corea del Sud, Hong Kong e Giappone, per citarne solo alcune, vi hanno aperto filiali e vi hanno insediato molto personale di alto livello». La lista di Sassen andrebbe completata con altre illustri multinazionali che hanno situato qui la propria direzione per l’America latina: i costruttori d’auto Volkswagen, Fiat, Porsche; nella telefonia ed elettronica Ericsson e Samsung; le compagnie aeree American Airlines, Luftansa e United Airlines; le banche Abn Ambro, Crédit Lyonnais e Bank of Tokyo-Mitsubishi; nell’high tech Ibm, Apple, Oracle, Canon, Polaroid; nei corrieri FedEx e Ups; nella moda Gap, Cartier e Dior; e poi alla rinfusa Airbus, Att, Gm, Caterpillar… Per non parlare della Cia che ha qui il suo quartier generale regionale. Dall’aeroporto di Miami partono ogni giorno più voli per l’America latina che da tutti gli altri aeroporti Usa messi insieme. E tutta l’America latina è connessa a Internet attraverso Miami.

Insomma Miami ha spodestato tutte le altre città latinoamericane nel diventare la capitale de facto dell’America latina e questa realtà è stata interiorizzata dagli stessi latinoamericani: in un sondaggio del maggio 2003 della rivista América Economía, il 74% dei 1.600 dirigenti intervistati ha scelto Miami come miglior piazza per dirigere affari in America latina.

Secondo Sassen il nuovo ruolo di Miami è dovuto essenzialmente all’accelerarsi della globalizzazione e all’aprirsi dell’America latina all’economia globale. Questi due fattori non vanno trascurati, e però hanno interagito con altre forze nel plasmare questa straordinaria metropoli che si specchia nei suoi bracci di mare interni dove le architetture di audaci grattacieli svettano tra villini di vegetazione tropicale (Miami è giusto sopra il tropico, alla stessa latitudine di Luxor in Egitto o di Karachi in Pakistan). Non immagineresti mai che nel 1890 Miami aveva solo 1.500 abitanti. Solo nel 1896 la linea ferroviaria fu prolungata da Palm Beach a Miami e sorse qui il primo albergo, il Palm Royal Resort. L’impulso più forte alla crescita venne però dalla guerra con la Spagna (1898) che diede inizio all’occupazione di Cuba (già allora!). E comunque ancora nel 1920 Miami era una striminzita cittadina di 30.000 abitanti. Va detto che il clima afoso e il suolo acquitrinoso avevano da sempre ostacolato lo sfruttamento di questa grande penisola, maledetta dalla malaria.

Perciò il primo, decisivo fattore si sviluppo è stato il Ddt, che ha sradicato la zanzara anofele (l’altra innovazione è stata l’aria condizionata). La bonifica della malaria ha fatto sì che durante la seconda guerra mondiale l’esercito usasse quest’area per installarvi i sanatori per i feriti di guerra: in Italia è inimmaginabile quanto la geografia umana degli Usa sia plasmata dalle guerre e dall’esercito. I sanatori militari procurarono alle spiagge bianche e alle palme di Miami un’incredibile pubblicità su scala nazionale. Grazie anche al basso costo della vita e alle bassissime tasse, cominciarono ad affluire i pensionati del nord. Una delle ragioni per cui la Contea Miami-Dade, che include i 27 comuni della grande Miami, per decenni ha votato democratico, risiedeva nelle falangi di pensionati ebrei newyorkesi.

Ma il principale fattore umano di sviluppo è stato il flusso di rifugiati ed esiliati cubani anticastristi. La Florida ha (dati 2002) 16,3 milioni di abitanti, di cui 3 milioni ispanici, e tra loro 916.000 cubani. La grande area metropolitana di Miami-Fort Lauderdale ha 4 milioni di abitanti, di cui 1.705mila ispanici e 758.000 cubani. E la città di Miami in senso stretto ha 362.000 abitanti di cui 238.000 ispanici. Cioè, gli ispanici rappresentano il 18,2% della popolazione della Florida, il 43,1% di quella dell’area metropolitana Miami-Fort Lauderdale e il 65,8% della città di Miami. E più dei tre quarti dei cubani di tutta la Florida sono concentrati nell’area metropolitana di Miami.

A differenza dell’emigrazione messicana in California (altra area a forte presenza ispanica) la diaspora cubana, composta essenzialmente di borghesi, era caratterizzata da alti livelli professionali. Il risultato è che nel corso degli anni si è costituita a Miami una classe dirigente perfettamente bilingue che ha potuto mettere le sue qualifiche al servizio dei centri dell’economia globale che venivano a insediarsi qui. Un esempio è l’industria sanitaria: la presenza di un gran numero di bravi medici cubani ha fatto sì che Miami divenisse la meta privilegiata del turismo medico latino-americano: è qui che la ricca borghesia di lì viene a farsi curare (quella meno ricca va all’Avana per cui la medicina costituisce una delle fonti principali di valuta estera pregiata).

Per Miami è stato possibile divenire una città globale solo grazie alla presenza di un ceto medio-alto perfettamente bilingue e culturalmente omogeneo con la regione che le multinazionali venivano a dirigere da qui. Questo processo si è intensificato a ogni nuova tappa della politica imperiale americana: negli anni ’80 è stata la volta dei nicaraguensi, poi dei colombiani per la guerra civile a Bogotà e ora dei venezuelani per Chavez a Caracas: è incredibile come questa città incorpori la politica imperiale americana che è per così dire embedded nella metropoli e che trasuda fuori quando meno te lo aspetti, proprio come con Mario Sacasa.

Con il succedersi delle rivoluzioni popolari, delle repressioni e dei golpe filoamericani, la composizione etnica di Miami si è stratificata: oltre a Little Havana e Little Haiti, a nord, nell’area di Aventura trovi gli ebrei, i nicaraguensi si concentrano a Sweetwatere e i venezuelani a Eldorado.

Il fattore narcotraffico

Ma vi è un ultimo fattore che ha contribuito alla crescita di Miami, anche se la sua classe dirigente non ama farselo ricordare, ed è il narcotraffico. In un celebre articolo Eric Hobsbawm sostenne la tesi che l’unico commercio contemporaneo paragonabile a quello delle spezie (delle droghe) nel Medio Evo e nell’Età Moderna è il traffico della droga, perché è l’unico che mette in campo una quantità comparabile di capitali e che produce così abnormi tassi di profitto (anche del 100.000 per cento) che rendono accettabili i rischi – allora di naufragio, oggi di arresto. Corollario: oggi il traffico di droga costruisce imperi, come su quello della spezie si basò il potere della repubblica veneziana e della Compagnia delle Indie Olandesi.

Non sono disponibili cifre, e quando mi rivolgo alla Florida International Bankers Association, la sua presidentessa Patricia (Pat) Roth mi spergiura che i controlli sul riciclaggio sono così drastici che è quasi impossibile che i narcodollari siano presenti a Miami. E’ lecito dubitarne: per il porto di Miami transitano non solo 4 milioni di croceristi l’anno, ma anche l’80% della cocaina che entra negli Stati uniti. Nel 1998 il professore francese Pierre Salema valutava a 32 miliardi di dollari il mercato Usa della cocaina (queste stime vanno prese con le pinze). Se tanto mi dà tanto, qualche miliardo di dollari deve restare nelle tasche di Miami. D’altronde è leggendaria la corruzione dei funzionari pubblici della contea Miami-Dade.

L’esito delle multinazionali, del turismo, del narcotraffico e dei centroamericani è che Miami è la più internazionale delle città americane, forse anche più di New York. La presenza europea è cresciuta esponenzialmente. Key Biscayne è diventata un’isola a forte densità di spagnoli (di Spagna). Trovi così una risposta alla domanda che girava fin da quando fu ucciso davanti alla porta della sua villa, di fronte alla spiaggia: «Ma che diavolo ci faceva Gianni Versace qui, invece di stare a New York, Parigi o Londra?». La risposta viene da un tavolo vicino al mio a Miami Beach. Due signore parlano in inglese bevendo vino bianco, e una delle due ha l’accento francese: «… allora ho deciso di mollare tutto a Parigi e di venire qui a Miami…».

(1-continua)