Gli Stati Uniti legittimano la tortura. E c’è chi vorrebbe fare lo stesso da noi

Il senato Usa ha votato, tre giorni fa, una delle leggi più regressive nella storia degli Stati Uniti e dei paesi retti da uno stato di diritto dentro l’impianto della democrazia rappresentativa: la tortura è diventata legittima. Il tremendo ossimoro “guerra umanitaria” ha generato l’altro degradante ossimoro: “tortura democratica”.
Lo “stato di eccezione”, la sospensione del sistema delle garanzie, si fa organicamente diritto sfregiando il costituzionalismo democratico. Guantanamo, Abu Grahib, i rapimenti delle persone, le “sparizioni” dei sospetti, le narrazioni, cioè, di un percorso repressivo illegale e brutale diventano parte organica di un impianto normativo della prima potenza mondiale.

Non vale dire che era un esito annunciato o previsto: dobbiamo saperci indignare delle accelerazioni barbariche e gridare che “il re è nudo”.

Vi è un urto con il contratto civile delle società moderne: viene sancita la fine del tempo dell’habeas corpus, che è il fondamento del rapporto tra Stato e cittadino, tra diritto penale e monopolio statuale della forza. Si moltiplicano forme e strutture di privazione delle libertà (a proposito: le parole del ministro Amato non fermeranno certamente le nostre iniziative per la chiusura delle “galere etniche”, dei Centri di Permanenza Temporanea).

Ma se Atene piange, Sparta non ride: anche l’Europa, anche l’Italia mostrano preoccupanti pulsioni da “stato penale globale”. Pensiamo alle aberrazioni dei cosiddetti “pacchetti antiterrorismo”. Pensiamo allo sciopero della fame, in corso, di Paolo Dorigo; ma qui stiamo anche evocando luoghi che alludono a corposità emergenziali che hanno lo spessore di salti strategici nelle scelte repressive (nomi che il movimento altermondialista ha saputo inchiodare non all’arretratezza medioevale ma alla contemporaneità della regressione democratica come figlia della guerra preventiva globale: caserma Ranieri di Napoli, Bolzaneto, ecc.).

Non a caso il Comitato europeo per la prevenzione della tortura indaga sulle condizioni detentive italiane. Non vorrei sottovalutassimo il dibattito aspro e tremendo che si è aperto sulle prime pagine dei più venduti quotidiani italiani. A partire dalla famosa intervista al Corriere della sera del generale Tricarico: lo stato di guerra e del terrorismo comportano la necessità di sospendere lo Stato di diritto, di sospendere le norme che tutelano garanzie individuali e diritti della collettività. Viene alimentata, con l’ossessione securitaria, la democrazia autoritaria. Avverto grandi nostalgie di corti militari, di legalizzazione della tortura anche qui.

I diritti diventano un impaccio, si dice, nella lotta al terrorismo. Del resto il Parlamento italiano ha dovuto subire, nella scorsa legislatura, l’umiliazione dello stop che leghisti e berlusconiani hanno dato all’introduzione (ripetutamente richiesta anche dagli organismi europei) del reato di tortura nel nostro ordinamento.

Il Parlamento, in questa legislatura, sta lavorando a questa legge. La risposta politica alla legge statunitense che legittima la tortura è l’approvazione, da parte del Parlamento italiano, della legge che, invece, considera la tortura, tanto più da parte di pubblici ufficiali, reato specifico e grave. Contro gli indigeni e contro i migranti: perché il sistema delle libertà è indivisibile. Se abbandoni un solo migrante al suo destino, degrada l’intera e complessiva civiltà giuridica.